TikTok: adolescenti senza filtri

di Jacopo Franchi

Cosa non sappiamo, cosa faremmo meglio a sapere: storie sotterranee da un mondo che sta per scomparire sotto il prossimo diluvio di influencer.

Come ci si sente a vivere in comunità… check”. La frase, pronunciata da due ragazze apparentemente minorenni, non è di quelle che ascolterete spesso su TikTok (il social del momento di proprietà della cinese ByteDance). Luogo di elezione per giovani e soprattutto giovanissimi, TikTok viene presentato ora come l’alternativa divertente e disimpegnata ai social tradizionali sempre più incapaci di contrastare il fenomeno “hate speech”, ora come il pericolo numero uno per la sicurezza dei dati personali in mano al governo cinese (argomento su cui sta portando avanti in questi giorni le sue indagini perfino il Copasir).

Quello che poche persone sanno su TikTok, tuttavia, è la possibilità di utilizzare quest’ultimo per osservare a una distanza estremamente ravvicinata e priva di “filtri” il mondo degli adolescenti di oggi. O, perlomeno, di quelli che non si atteggiano a pose e schemi da influencer. Tra un balletto di musica trap e l’altro, sono infatti numerosissimi i video su TikTok in cui gli adolescenti raccontano se stessi con l’aiuto della musica, della finzione di un vestito da cosplay, o semplicemente parlando davanti a una telecamera alla ricerca di comprensione, ascolto e del riscontro di qualcun altro che viva le loro stesse insicurezze.

Su TikTok potete vedere il video di @arte**** che ironizza sulla sua depressione chiamando a testimone un “mostro” immaginario; c’è il video di @alice******** che racconta di come prima andare in comunità fosse solita fare a botte fino a quando “una non l’ho fatta finire in ospedale”; c’è @beatrice*** che dichiara di essere in carrozzina per colpa di una reazione inversa al vaccino della poliomielite, ma che invita comunque le persone a vaccinarsi “perché il mio è stato solo un incidente”. Per non parlare di @*****daisy che alle otto del mattino ha preso “lo xanax” e si sente “tipo delle fitte al cuore” e @sob**** che svela come il padre l’abbia bloccata su Whatsapp e finga di non vederla quando sono in casa insieme.

Sono storie inventate? Forse qualcuna. Sono problemi tipici dell’età adolescenziale? In parte, anche se alcune storie di tumori precoci, litigi in famiglia, razzismo subito, coming out non sono storie che sentirete ripetere a tavola dai vostri figli o dagli amici di questi ultimi. Sono storie volutamente tristi condivise per il solo scopo di ricevere “like”, follower e attenzioni? Probabile, anche se sono molto di più i follower ottenuti da coloro che si limitano a mostrare l’aspetto più scanzonato, divertente e stereotipato dell’adolescenza ai tempi dei social. Quelle che si trovano su TikTok sono adolescenze diverse, che non trovano espressione né su altri social media né attraverso il ristretto circolo delle relazioni familiari, amicali e scolastiche.

Man mano che inizierete a interagire con queste storie l’algoritmo dei social vi porterà a vedere contenuti in parte simili, che a un primo sguardo della piattaforma non avreste probabilmente mai potuto scoprire: sarà così per gli innumerevoli video pubblicati dai ragazzi di seconda generazione, italiani nati nel nostro Paese da genitori stranieri che raccontano con una tristezza velata da una punta di ironia come sia difficile venire a capo dei pregiudizi e del razzismo strisciante. Sono i video di @sam** che mostra cosa succede quando le persone scoprono le origini “africane” dei suoi genitori, i video di @syc**** che ammette che se dovesse “andare” in Africa alla ricerca dei suoi parenti non saprebbe “come orientarsi”.

Sono anche i video dei figli di quelle comunità che sono spesso oggetto di oblio, emarginazione e di una rappresentazione ora vittimista ora accusatoria. Tramite TikTok possiamo vedere com’è vivere “da giostraia” quando si è adolescente (@ginevra******), quanto è difficile la vita per chi ha dei genitori “che tengono molto alla religione” e impediscono alle figlie femmine di avere “amici maschi” (@la_do*****), come ci si sente a essere rumena e vivere nella consapevolezza che “la gente pensa che rubiamo, o che stiamo con gli italiani solo per la cittadinanza” (@rox***), o essere “zingara” e sentirsi in dovere di spiegare che “non è vero che rubiamo i bambini” (@cla******). Per non parlare dei video realizzati dagli adolescenti di origine cinese (emanuele***) che denunciano l’emarginazione a seguito del coronavirus.

Che cosa pensano i genitori del fatto che vicende familiari, a volte dolorose, vengano svelate sulla pubblica piazza di fronte a migliaia di sconosciuti? Probabilmente non ne sono minimamente consapevoli, sia perché disinteressati all’utilizzo che i figli fanno del cellulare, sia perché hanno chiuso da tempo ogni canale di comunicazione e ascolto verso questi ultimi: è il caso di  @***udp che su TikTok confessa in lacrime di avere “una famiglia molto religiosa, che non capisce perché io non vada a messa” e si dispera “per non essere la figlia che si aspettavano che io fossi”. Non va meglio neppure a @pand**** che ha i genitori separati e una madre “casalinga e single che non trova lavoro” e un padre la cui compagna ha appena sei anni più di lei, che ne ha 17, e “quando la gente ci vede in giro ci scambia per sorelle”.

Rispetto alla sessualità esibita, sforzata e ispirata a modelli adulti di Instagram, su TikTok l’obbligo di rappresentare il corpo e i suoi bisogni attraverso un’immagine in movimento rende più difficile indirizzare lo sguardo verso un determinato particolare che oscura tutto il resto. È così che la sessualità, più che mostrata, viene raccontata attraverso le relazioni che essa sollecita fino al punto di rottura: dai più prevedibili esiti dei coming out di ragazzi e ragazze omosessuali verso genitori “repressivi”, alle reazioni mimate e ai limiti dell’incredulità dei parenti di fronte alla scoperta che la nipote di 14 anni è già incinta (@giulia********), per arrivare forse alla storia più borderline di tutte, quella di un fratellastro e una sorellastra (@ire********) innamorati l’uno dell’altro e che si burlano degli effetti che la loro storia d’amore provoca nelle persone, followers o “haters” che siano.

La malattia, il disagio psichico, l’impossibilità di essere “come gli altri” assumono durante l’adolescenza contorni forse più cupi e drammatici di quanto non possano apparire le stesse difficoltà in età adulta. Ma su TikTok c’è anche chi riesce a riderne, trovando nella compagnia degli altri la propria forza: è il caso di @fer**** che insieme ad altri due amici che soffrono di DSA racconta in video come sia vantaggioso “avere le interrogazioni programmate, le verifiche ridotte… Insomma, essere trattati come dei disagiati”, in un video girato direttamente dall’interno di quella che sembra essere un’aula scolastica durante l’assenza del professore. Da notare come ciascuna di queste “confessioni” sia accompagnata da centinaia di commenti dove si possono leggere testimonianze di storie simili, di adolescenti presenti e… di chi ci è già passato.

Perdeteci un po’ di tempo, dentro a questo mondo ora così fatuo e leggero, ora così vicino alla realtà di quello che avviene dentro quelle camerette o a quelle aule che non frequentate più da molto tempo. Vi potreste stupire di vedere quanto gli adolescenti di oggi siano così poco ascoltati dagli adulti da affidare il proprio messaggio a un video nella speranza che qualcuno di interessato possa vederlo e ricambiare: prima che a insegnanti, nonni e genitori, questi ragazzi si confessano di fronte a una telecamera nella speranza che l’algoritmo della piattaforma possa creare quelle connessioni umane sulla base di un sentire ed esperienze comune che qualcuno ha avuto per primo il coraggio di rendere pubbliche.

Già, l’algoritmo: rispetto ad altri social, TikTok sembra aver prevalso lì dove tutti i tentativi degli anni passati di “sdoppiare” il newsfeed di Facebook o Instagram in una serie di flussi paralleli hanno fallito. Su TikTok è possibile saltare con un tocco dal newsfeed degli account “seguiti” ai video scelti “per te” [sic] dall’algoritmo, sulla base delle proprie preferenze e attività passate. TikTok offre a ciascuno dei suoi utenti la possibilità di rinchiudersi nel proprio angolo fatto di volti noti, di contenuti quasi prevedibili in base al format scelto da ciascuno, finché questi ultimi non vengono a noia o torna semplicemente la voglia di aprirsi all’ignoto e imprevisto (pur se matematicamente predeterminato).

Non mancherà molto, tuttavia, perché questo newsfeed algoritmico dove potete incontrare storie e testimonianze di ragazze e ragazzi qualunque non venga colonizzato da coloro che fanno da padrone sugli altri social: politici, genitori, aziende alla ricerca di visibilità (con contenuti promozionali) e soprattutto quegli influencer che possono già contare su una community di partenza disposta a seguirli ovunque essi vadano. Non passerà molto tempo, infatti, prima che i video di calciatori, fashion blogger e vecchi e nuovi youtuber prendano il posto oggi raggiunto dalla modesta viralità di @arte****, @alice********, @sam** e @ginevra******. Fossi in voi, non mi lascerei sfuggire l’occasione per dare un’ultima occhiata prima che quella porta della cameretta si chiuda di nuovo: l’importante è non dare troppo nell’occhio, magari evitando un commento che sveli la vostra provenienza dal mondo dei “boomer”.

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Jacopo Franchi (Milano, 1987) è un web content manager, blogger e scrittore appassionato di tecnologia e innovazione sociale. Ha pubblicato nel 2019 “Solitudini Connesse. Sprofondare nei social media” (Agenzia X Edizioni). Dal 2016 condivide i suoi studi e approfondimenti anche sul blog “Umanesimo Digitale”.