Sottoculture e digitale: che cosa significa farne parte?

di Irene Francalanci

Si può parlare di sottoculture oggi? E che cosa significa farne parte?

Sono entrambe domande che mi frullano in testa da qualche mese e per trovare una risposta ho osservato la questione da tre punti di vista: la Rete e le piazze virtuali in cui questi gruppi nascono e si confrontano; la fluidità, un valore imprescindibile per il presente e soprattutto per la Generazione Z e l’estetica che caratterizza questi stessi gruppi sui social.  

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Le sottoculture nascono online

Comincio dal primo. Ho letto che Internet pullula di articoli su come Internet abbia distrutto le sottoculture. In realtà il verbo pullula dà una dimensione che non è quella reale. Esistono dei pezzi online che sostengono questa teoria, ma soprattutto dal punto di vista musicale. La musica in passato è spesso stata il perno attorno a cui si sono formate molte sottoculture, mentre oggi i punti di partenza sono proprio Internet e la tecnologia digitale.

Mi vengono in mente due esempi: le VSCO Girl e le E-Girl. Le prime, ragazze acqua e sapone che indossano tube socks abbinati a Crocs o Vans e raccolgono i capelli con uno scrunchy, devono il loro nome all’app di editing fotografico VSCO Cam appunto. Fanatiche del mirror selfie per mostrare online l’outfit completo, sono anche delle ambientaliste convinte, forse troppo e per questo poco tollerate, oltre che per i loro modi di dire, o meglio di scrivere: sksksksksk and I oop.  Le seconde erano state definite nel 2014 da Urban Dictionary ragazze che tendono a filtrare con molti ragazzi online. A distanza di qualche anno questo aspetto è passato in secondo piano e le E-girl spopolano su Tik Tok, con i loro capelli colorati, i cuoricini disegnati sulle guance e un approccio malizioso e provocatorio. La posa che replicano più spesso nei selfie è l’ahegao face ripresa dalla pornografia giapponese.  

Tik Tok è una sorta di museo delle sottoculture attuali. Ne ho mappate più di una dozzina e tutte sono in qualche modo presenti sulla piattaforma, alcune anche con audio ad hoc. La cosa che più mi ha sorpreso nel provare a studiare l’estetica di ogni gruppo culturale è che questa viene rappresentata in modo preciso soltanto nei 15 secondi dei video pubblicati sul social, nonostante l’ironia o forse proprio grazie a questa. È infatti la parodia, ovvero quando i tik tokers si acconciano per imitare una sottocultura o prendere in giro quella di cui loro stessi fanno parte, il punto di partenza per riconoscerne lo stile senza sbagliare.

L’accoppiata sottoculture/social comincia però molto prima di Tik Tok, nel 2003, per esempio, sono nati gli Emo e, senza giochi di parole, hanno trovato il loro spazio su Myspace. Di questi adolescenti con i capelli sugli occhi e le felpe con i teschi non avevo più sentito parlare fino a che anche loro sono ricomparsi su Tik Tok e Instagram insieme ad altri gruppi del passato come Goth e Scene Kid.

Ci sono poi le Suicide Girl, nate insieme al sito omonimo nel 2001. Sono modelle alternative, completamente tatuate, con un’estetica simile a quella delle pin up anni Cinquanta. Molte ragazze oggi si definiscono tali sui social soprattutto inserendo l’hashtag sotto le loro foto di nudo artistico, ma per fare realmente parte del gruppo è necessario passare una selezione. Nonostante l’importanza della rete, quindi, l’ufficialità e le regole ferree per far parte della community rendono questa sottocultura molto simile a quelle del passato, caratterizzate da dei confini netti e una certa esclusività.

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Anche le sottoculture sono fluide

Oggi invece è l’inclusività a farla da padrona. La differenza più grossa che ho notato tra le sottoculture nate o rinate negli ultimi due anni sui social e quelle del passato, compresi Emo e Suicide Girl dei primi anni 2000, è infatti la modalità di appartenenza, o meglio la non appartenenza. Esistono gruppi con un nome, un’estetica e un sistema di valori bene definiti, ma al di là di questo c’è una totale libertà di transitare da uno all’altro, mischiare gli stili e creare qualcosa di nuovo.

Far parte di una sottocultura oggi è un qualcosa che avviene soprattutto online dove si può essere chiunque e dove social come Instagram e Tik Tok incoraggiano la multiformità. Forse è più giusto parlare di uno spettro delle sottoculture: un calderone in cui tutto si contamina e in cui non esistono confini netti. È per questo che non sempre è facile riconoscere una sottocultura, ma soprattutto è difficile dire se qualcuno fa parte di un gruppo specifico oppure no.

Per quanto i video su Tik Tok forniscano un canone estetico preciso, questo raramente viene rispettato e una domanda è legittima: c’è un numero minimo di post da pubblicare dove si è vestiti e truccati in un certo modo per dire di far parte di una sottocultura? Non ho ancora una risposta chiara, ma ho capito che si può appartenere anche a più gruppi contemporaneamente, basta scrivere più hashtag, farne parte solo una volta in un post, o ritrovarsi inconsapevolmente ad avere qualcosa in comune con community di cui si ignora l’esistenza.

La parola d’ordine per parlare di sottoculture oggi è dunque fluidità, un valore imprescindibile per la Generazione Z e infatti sono proprio i nati dopo il 1995 a essere i veri protagonisti della scena subculturale. La fluidità segna un distacco totale dalle sottoculture del passato e contribuisce a rendere quelle attuali poco comprensibili e contraddittorie se viste dall’esterno, ma forse questo importa soltanto a chi non ne fa parte.

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Make-up simbolo delle sottoculture

Passo al terzo e ultimo parametro elencato: l’estetica. Ovviamente ogni gruppo ha la propria, più o meno simile da quella degli altri, ma ciò che accomuna tutti quelli che ho mappato è il make-up, usato anche dai ragazzi. Dal non make-up make-up delle VSCO Girl, al blush su naso e guance delle Soft Girl, spesso accompagnato da nuvolette bianche, ai cuoricini delle E-Girl, alle ciglia finte delle Nymphet e in generale alle composizioni fatte con l’ombretto sugli occhi molto simili a opere d’arte con disegni di ogni genere. Il make-up è intrinsecamente fluido, perché rappresenta l’espressione di sé e la trasformazione e oggi per la prima volta comincia a non avere un genere, è per questo che credo sia il simbolo delle sottoculture attuali.

Per quanto possano cambiare le palette o gli stili, ci sono alcuni brand di cosmetica che ho ritrovato in ogni sottocultura e che sono usati anche da chi non ne fa parte: su tutti Glossier, Fenty Beauty, Colour Pop e Milk. Questi hanno imparato a conoscere il loro target e nelle collezioni sono presenti prodotti per realizzare il make-up più facilmente: come i timbri di Milk che lasciano sulle guance i cuori o le stelline tipici delle E-Girl, un aiuto per chi non sa disegnare con l’eyeliner. O ancora i tatuaggi temporanei di Unicorns Out con i fiori o le lentiggini finte: sembrano fatti a posta per essere una Soft Girl, poi lavarsi il viso e diventare qualcun altro. Infine, dato che oggi si fa parte di una sottocultura soprattutto online, se non c’è il make-up ci sono i filtri Instagram.

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Sottoculture o Controculture?

Un’ultima osservazione sulle parole. I gruppi che ho mappato, e che finora ho definito sottoculture, sono nati come reazione all’ideale di perfezione imposto da Instagram e dagli influencer. Per quanto si distinguano attraverso l’outfit, il make-up e un approccio online più ironico o provocatorio, non si stanno realmente opponendo alla cultura mainstream del social che continuano a popolare rispettandone i meccanismi e per questo non si può parlare di controculture. In più alcuni elementi tipici di alcune community, come i fermagli per capelli, i mesh top o gli scrunchy, sono già trend e vengono indossati anche dagli influencer più famosi di Instagram. Provare per credere: la quinta immagine che compare dopo aver digitato su Google Soft Girl è Chiara Ferragni.

Ma in realtà molti di noi potrebbero inconsapevolmente avere qualcosa in comune con una sottocultura. Io per prima mi sono ritrovata a rubare qualcosa dallo stile di alcune, influenzata da ciò che ho visto online, oppure ad avere già un oggetto o un accessorio che solo in un secondo momento ho ricollegato al loro mondo. È una questione di contaminazioni in cui Internet gioca un ruolo decisivo. Internet non ha distrutto le sottoculture, anzi è fondamentale per la loro esistenza, le ha solo rese difficili da riconoscere, cambiando le regole del gioco o, meglio, abolendole.  

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Irene Francalanci (Grosseto,1995) ha cercato per anni la bellezza sui libri di storia dell’arte e oggi pensa che anche Instagram non sia da meno. Riesce allo stesso tempo a pensare a un podcast sul surf e a una serie animata su due chihuahua alla moda e giramondo. Scrive pezzi che vanno dal cibo, all’efficienza energetica, ma si fa sempre prendere dall’ansia da pagina bianca che non ha imparato a controllare nonostante stia frequentando il College Digital Storytelling alla Scuola Holden.