Sotto la mascherina, quali sono ora le nostre emozioni

di Fabia Timaco

Avete presente I soliti ignoti, quel gioco, nel quale bisogna scoprire il parente sconosciuto? Mi sono domandata per un momento: “ma oggi che indossiamo la mascherina quali sarebbero i segnali e le somiglianze che ci potrebbero aiutare a identificare la sorella, lo zio o la nonna? Abbiamo metà del viso coperto, con la mascherina”. E lì, mi sono fermata. Prima – e sembra trascorsa una vita, usavano dei segni per decodificare, dei movimenti per capire chi poteva essere l’altro: osservavamo la forma del naso, i muscoli zigomatici, le labbra carnose. E zac, avevamo forse indovinato.

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E poi, le emozioni

Stupore, spavento, messaggi brevi e segnali di punteggiatura sospesi. Queste erano, fino a poco tempo fa, alcune delle espressioni che potevamo osservare nell’altro. Riconoscendole, dando loro un nome. Senza aver la necessità di domandare “Ehi tu, come ti senti?” Dai, lo capivano subito se qualcuno era sorridente con le guance sollevate, malinconico con una flessione in giù degli angoli della bocca, arrabbiato con il volto aggrottato. Davanti a sconosciuti, in una metro sovraffollata, ci interessava poco o niente, e stavamo lontani da chi poteva incuterci paura con uno sguardo malintenzionato, ci sentivamo più al sicuro vicino a persone familiari, da un aspetto sereno e, invece,  rimanevamo incuriositi da chi utilizzava le mani per comunicare, in un insolito silenzio. E ora?

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Percentuali, gesti, atteggiamenti

Lo psicologo statunitense Mehrabian da un suo studio di fine anni ’60, verificò l’importanza del peso della gestualità, del corpo, delle espressioni, quantificando in numeri come la comunicazione non verbale rappresenti ben il 55% rispetto alla verbale, per il 7% e, la paraverbale, il 38%.

Lo psicologo sociale Argyle, successivamente, descrisse che, la comunicazione non verbale è 7,5 volte più potente della comunicazione verbale nell’espressione di atteggiamenti interpersonali. La capacità di codifica, ovvero l’invio delle informazioni a un altro soggetto attraverso i canali della comunicazione corporea e, la decodifica dei segnali non verbali, cioè la percezione, il riconoscimento e la loro interpretazione, portano a modificare anche l’espressione dei nostri volti che volontariamente e involontariamente mostriamo agli altri senza aver la necessità di parlare. 

Oggi, stiamo vivendo le nostre abitudini giornaliere in modo diverso, in un tempo più dilatato. E cosa ce ne faremo di tutti questi semplici punti di contatto, per poter interpretare facilmente gli stati d’animo degli altri e persino i nostri, davanti allo specchio quando ne vediamo solo metà? Questo stravolge le nostre prime impressioni e le risposte che ci daremo.

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Faccine scritte, nuove reazioni

Facendo un passo indietro, già le emozioni sono cambiate, o meglio hanno avuto uno altro spazio per poter essere comunicate. Con l’incremento dell’utilizzo dei social network e di servizi di messaggistica istantanea delle chat, abbiamo iniziato a utilizzare, nelle vite frenetiche a cui eravamo abituati, le emoji, ovvero la trascrizione delle nostre emozioni. Senza utilizzare troppe parole, pensavano già alla giusta interpretazione (non sia mai) che le persone, siano esse più vicine o più lontane, potevano dare. Col tempo, pure le emoji sono aumentate per poterci descrive a tutto tondo: più famiglie rappresentate, diversi sport praticati, molti luoghi visitati, stati d’animo provati e persone che prima non venivano ritratte, oggi, hanno la possibilità di sostituire delle parole, magari complicate da comunicare a voce, con una piccola immagine. Quindi, sul tema inclusione, di passi avanti se ne son fatti; e adesso, se ci trovassimo in quella metro, come faremmo a comunicare, con la mascherina? Senza aver la possibilità di guardarci e di comprendere.

“Tu, ora, sai di che cosa hai bisogno perché ti vedo, avresti bisogno solo di un abbraccio”. Uno sguardo consolatorio, forse. Ma è proprio lì che muoviamo parte dei muscoli facciali, cambiamo la direzione dello sguardo, e abbiamo a disposizione mille mila possibilità per dire come stiamo, parlando solo con il corpo. Quegli indicatori che osserviamo e ci permettevano di riconoscere le espressioni del volto dell’altro, però senza una maschera.

Un vuoto che, Facebook, ha provato a colmare in questi mesi di distanziamento sociale e isolamento che inevitabilmente tutti avvertiamo, inserendo tra le nuove reaction, una nuova, un abbraccio di vicinanza dal nome care.

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Le risposte dell’innovazione, per tutti

Una carezza che si è trasformata in gesti di creatività fatti con cura, a mano. A volte con idee create dal basso, per potersi cimentare in qualche lavoro nuovo, occupando il tempo lungo della quarantena e riprendendo le lezioni di cucito della nonna per formare mascherine personalizzate, con fantasie Disney e con colori preferiti e, soprattutto, per essere d’aiuto agli altri, rendendo accessibile un bene ormai necessario. Penso alla storia di Ashley che, con il suo progetto, sta raccogliendo fondi grazie alla piattaforma di crowdfunding, per dare gratuitamente mascherine trasparenti alle persone sorde mute (quelle che prima nemmeno le emoji rappresentavano); questo per permettere loro di vedere le espressioni facciali, per comprendere significati e per leggere il labiale dell’altro, indispensabile per comunicare attraverso la lingua italiana dei segni (LIS). E penso anche ad altri progetti italiani, che ora con primi prototipi costruiti in questo periodo di emergenza sanitaria, stanno cercando di supportare anche associazioni e strutture ospedaliere.

L’innovazione dei maker, insieme alle soluzioni inclusive e accessibili, oggi possono essere per tutti noi: per rivedersi e per reinterpretare le emozioni. Per non diventare più isolati e distanti di quel che già si è, per non perdere l’autonomia acquistata nel tempo, e quindi per sostenere anche la parte delle vite più fragili, anche solo per un istante, o come gli anziani che si aggrappano al nostro volto per comprenderci. Per non avere timore degli altri in quella metro affollata – per le prossime fasi del Covid-19 che vivremo – e a quei vecchi cartelli che invitavano le persone a scoprire il volto per questioni di sicurezza, e adesso?

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Indizi e sguardi: insicuri 

Chissà se ci sarà una nuova versione de I soliti ignoti, dove il livello di difficoltà per il concorrente aumenta: forse sarebbe un bell’esperimento. Quali nuovi indizi si andranno a cercare. Cosa succede quando metà del nostro volto è coperto? Come faremo a interpretare una smorfia, l’imbarazzo dell’altro? Troveremo ora nuove strategie, qui siamo tutti uguali. Dovremmo abituarci a con-vivere. Non ci riconosceremo e, allora, arriveranno nuovi metodi e codici, e forse le mascherine trasparenti saranno anche a nostro supporto.

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* Due settimane fa, ho osservato dentro un contesto di cura le persone attorno a me. Avevo la possibilità di scorgere solo gli occhi stretti, piccoli, assonnati, lucidi, spaesati. Inviavamo messaggi involontari, reagivamo. Ancora segnali di punteggiatura sospesi. Ci guardavamo solo con gli occhi, come per chiedere: “mi aiuti?”

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Fabia Timaco (Lendinara, 1993). Storyteller e Content Manager. Dal diploma alla Scuola Holden, nel college di Real World, prende uno zaino in spalla, tiene sempre in mano un taccuino e guarda avanti. Si laurea in Comunicazione e Società presso l’Università Cattolica di Milano, con una tesi sperimentale sulla comunicazione della salute, tra la nascita delle community create dalle persone pazienti e la medicina narrativa. La professoressa di italiano del liceo le diceva di andare sempre dritta al cuore delle cose, e così ha fatto. La sua storia in Donne come noi (Sperling & Kupfer, 2018).