Revenge porn, codice rosso: significato e cultura patriarcale

di Mariavittoria Salucci

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un grande scandalo dopo l’articolo pubblicato da Wired sulla condivisione non consensuale di materiale intimo nei gruppi di Telegram. Per riassumere brevemente la questione: sono stati scoperti decine di gruppi (da 40.000 persone e oltre) in cui venivano scambiate foto più o meno esplicite di donne, ragazze e anche minorenni. C’erano ex, compagne attuali, perfino figlie. Non erano solo nudes, cioè foto di nudo, o immagini provocanti, ma c’erano anche semplici selfie pubblicati su Instagram, sia sul feed che sulle storie, poi screenshottati e inviati per sessualizzare anche le brave ragazze della porta accanto. Lo scopo della diffusione era stupro virtuale e slutshaming (che in italiano viene chiamato stigma della puttana). Che cosa significa tutto ciò?

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Innanzitutto, un po’ di lessico

Doxxing

La diffusione di immagini personali può essere accompagnata dal doxxing, ovvero la condivisione dei dati personali della vittima. Di che dati parliamo? Nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, luogo di lavoro o di studio. Sono le generalità che permettono alle altre persone del gruppo di contattare, insultare o molestare loro stesse la persona esposta. I dati possono essere condivisi esplicitamente in chat di gruppo, o allegando screenshot degli account social; così che altri possano contattare la persona in questione secondo più modalità (chat, telefonate, diffamazioni pubbliche) o perfino persone a lei intorno (genitori, amici, colleghi). Nell’articolo si racconta di come una donna bresciana sia stata licenziata perché arrivavano telefonate “indiscrete” da uomini nello studio di lavoro.

Fake porn

È possibile sostituire i volti di attori e attrici all’interno di video porno grazie a software di intelligenza artificiale. Il fake porn (o deepfake porn, o ancora deepfake sex) è stato spesso utilizzato per “fantasticare” più vividamente su personaggi famosi, ma crea scenari ancora più drammatici quando viene applicato a persone comuni (già i politici si erano spaventati per il classico deepfake, che avrebbe creato una quantità inimmaginabile di fake news). L’anno scorso, tra l’altro, era stata virale un’app, DeepNude, che svestiva letteralmente fotografie di donne (sì solo donne, non era possibile farlo con gli uomini), creando immagini di nudo. Chiusa dagli stessi fondatori, potete leggere la prima inchiesta di Vice qui.

Sextortion

Le persone che sono in possesso di materiale sensibile (foto intime, video espliciti o nudes in generale) e sono in grado di risalire ai contatti della vittima (magari concessi a loro tramite doxxing), possono fare ciò che si chiama sextortion. Questa pratica consiste nella richiesta di farsi inviare soldi o nuove immagini, solitamente piuttosto degradanti, dietro la minaccia di pubblicare quelle già ottenute.

Shitstorm

È applicabile a diversi contesti e in generale indica una “tempesta” (ingl. storm) di insulti (o letteralmente “merda”) che una persona riceve online a seguito di un determinato evento. Le shitstorm di solito le ricevono personaggi famosi o influencer dopo aver fatto qualche gaffe. Un esempio recente tutto italiano di shitstorm è stato diretto dai fan di Ariana Grande verso Fabio Volo, dopo che aveva insultato la popstar durante la sua trasmissione a Radio Deejay, Il volo del mattino.

Slutshaming

Vi ricordate la “walk of shame” di Cersei Lannister in Game of Thrones (quinta stagione, episodio 10)? Lo slutshaming consiste nell’insultare persone – e generalmente si tratta di donne – additandole come troie o puttane. Spesso si fa slutshaming quando una ragazza pubblica su qualche social una foto in costume (sì, ancora nel 2020), o se viene considerata particolarmente libertina. Non esiste un corrispettivo maschile a questo tipo di insulto, in quanto la sessualità maschile non è stigmatizzata allo stesso modo, anzi viene incoraggiata. Paradossalmente un uomo potrebbe sentirsi insultato se definito verginello o impotente, in quanto viene messa in discussione – appunto – la virilità (secondo i canoni della mascolinità tossica).

Stupro virtuale

L’espressione era già stata utilizzata nel 2017 quando si erano scoperti molteplici gruppi privati su Facebook in cui venivano pubblicate fotografie di amiche, conoscenti o ex per esporle a insulti continui e slutshaming nei commenti. Questi commenti sono definiti come un vero e proprio stupro virtuale; ed è ciò che è accaduto (e probabilmente sta avvenendo anche ora) in questi “nuovi” gruppi di Telegram.

Tributo

Che sia in questo tipo di gruppi privati o in chat di gruppo, può capitare che qualcuno, dopo aver pubblicato una foto, chieda un tributo. In inglese viene chiamato cum tribute (si trovano migliaia di video del genere sui più comuni siti porno). Che cosa significa? Praticamente il tributo consiste nel documentare la masturbazione che si è praticata su quella foto. Viene richiesto dunque di fare una foto allo sperma sull’immagine stampata, o su un altro dispositivo. È un tributo sia in quanto omaggio, quasi fosse una riverenza, sia un ripagamento, una ricompensa; e allo stesso tempo diventa anche una testimonianza per gli altri.

Victim blaming

È la colpevolizzazione della vittima di qualsiasi atto di violenza. L’espressione è utilizzata in larga parte in relazione agli stupri. Più persone ritengono le vittime responsabili di ciò che è accaduto e spesso inducono la vittima stessa ad autocolpevolizzarsi. Nel victim blaming rientra tutta la retorica del “te la sei cercata”, magari perché “la gonna era troppo corta” (in riferimento a uno stupro) o perché “potevi anche non scattartela quella foto” (in riferimento al revenge porn).

Tutto questo è una novità? Purtroppo no. Già nel 2016 la giornalista Selvaggia Lucarelli aveva iniziato una battaglia contro il gruppo Sesso, Droga e Pastorizia per gli stessi motivi. In questi quattro anni sono stati ricreati costantemente gruppi su diverse piattaforme, ma c’è da dire che nell’aprile 2019 è stato anche approvato l’emendamento che rende il Revenge Porn reato.

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Che cos’è il Revenge Porn?

Per Revenge Porn si indica la diffusione di video o foto sessualmente espliciti, senza il consenso delle persone rappresentate. Si definisce revenge perché, solitamente, si tratta di una vendetta nei confronti di qualcuno, molto spesso dell’ex partner, volta a denigrare la persona in questione.

Il revenge porn colpisce il 10% delle persone in una relazione, e nel 90% dei casi la vittima è una donna. Secondo uno studio del 2019 dell’American Psicological Association le persone colpite sono quasi 1 su 10, con percentuali ancora più elevate nel caso dei minori. Per darvi un riferimento quantitativo, nel 2017 era uscita un’inchiesta del The Guardian in cui si rivelava che solo nel mese di gennaio su Facebook erano stati segnalati più di 51.000 casi di revenge porn e 2450 sextortion.

Per la legge italiana oggi il revenge porn è punito con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 5000 a 15.000 euro. Si è arrivati a definirlo reato grazie alla campagna di Silvia Semenzin e Lucia Bianotti, chiamata Intimità violata (qui potete vedere un’intervista a Silvia fatta da Irene Facheris in cui si racconta il progetto).

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La controparte femminile

Sophia Mortimer, manager di Revenge Porn Helpline (servizio di supporto nel Regno Unito), ha raccontato che esistono casi di donne che condividono immagini delle amanti dei propri mariti. Ma comunque i casi di revenge porn perpetrati da donne sono in netta minoranza. Anche se si guarda alle statistiche LGBT Mortimer afferma che ci sono più casi tra uomini gay rispetto che tra donne gay.

Esiste una controparte femminile? Ci sono gruppi di donne che si scambiano foto alla stessa maniera di quei gruppi Telegram? All’inizio di febbraio 2020 su Twitter è stato virale l’hashtag #leakedtiktokers. In poche parole un hacker è entrato in possesso di nudes e foto esplicite di TikToker famosi tra cui Mattia Polibio, Lilhuddy, Bryce Hall e Tony Lopez. Da qui migliaia di ragazzine hanno iniziato a inviarsi tra di loro le fotografie in questione, creando Dropbox aperti o postandole addirittura su Twitter, nude e crude. È sicuramente un comportamento sbagliato, ma manca della violenza di quei gruppi Telegram.

Proviamo ad analizzare un altro caso. Fino al 2016 esisteva un’applicazione, Lulu, che permetteva alle donne di dare voti agli uomini. Come funzionava? Bisognava iscriversi con Facebook, così l’app veniva a conoscenza del genere dell’utente, essendo un’app esclusiva per donne. Sempre tramite Facebook Lulu scaricava i nomi degli amici maschi, così da poter essere recensiti o poter vedere se c’erano già altre recensioni. Le recensioni erano anonime, ma si doveva specificare la relazione che le utenti avevano con questi uomini (ex-girlfriend, crush, amica, parente e così via). Dopo tutto ciò, usciva una lista da completare su aspetto fisico, carattere, modi di fare, comportamento a letto etc.

Per Barbara Costa, autrice di Pornage, “Lulu ha messo in piazza i discorsi che gli uomini da sempre fanno tra loro quando parlano delle donne. (…) Gli uomini si sono sentiti offesi, screditati, molestati; per una volta hanno sperimentato le stesse sgradevoli sensazioni che ogni donna prova.” (p.104, Pornage, 2018, ilSaggiatore). Anche il New York Times aveva scritto un articolo parlando di una sorta di rivincita delle donne in un’era in cui sono sempre state loro le vittime di revenge porn. In più articoli, d’altro canto, si descrivono le funzionalità dell’app come sessiste e oggettificanti, non consensuali nonché esempio di double standard.

C’è da dire, però, che le recensioni non erano del tutto libere, ma bisognava spuntare delle espressioni create apposta per non essere particolarmente cattive (es. si poteva spuntare che lui era #ObsessedWithHisMom). Inoltre i ragazzi potevano eliminare le valutazioni se non erano soddisfatti o si sentivano offesi. Anche qui, a mio parere, nulla a che vedere con quei gruppi di Telegram.

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Ma qual è la logica dietro?

C’è sicuramente da considerare che, per quanto riguarda i gruppi denunciati da Wired, non si tratta esclusivamente di vendetta.
Le fotografie erano scambiate con la stessa facilità con cui si scambiano le figurine dell’album Panini. C’erano padri che inviavano le foto delle loro stesse figlie (e chiedevano anche suggerimenti su come stuprarle senza farle urlare) e mariti che condividevano le proprie mogli in gravidanza. Tutto questo non rientra (solo) in una logica di vendetta. È anche troppo facile farlo rientrare in una deviazione sessuale o in un feticismo.

C’è sicuramente una componente “erotica” collegata al concetto di dominazione e sottomissione. Dominazione da parte di chi si propone di possedere quelle immagini – che ritiene pubbliche solo perché postate su un social – e dunque può farne ciò che desidera. Sottomissione, invece, di quelli che inviano le foto di coloro che hanno (o hanno avuto) vicino in qualche tipo di relazione; e le offrono ad altri secondo un rapporto alla cuckold-bull.

Nota informativa: i cuckold sono, detta alla buona, i “cornuti volontari”. Il termine più adatto a descrivere il fenomeno in italiano è triolagnia. Il cuckold è una persona che, consapevolmente e volontariamente, chiede e fa sì che la propria partner viva esperienze sessuali con altri uomini (che nel mondo pornografico e di incontri vengono chiamati bull).

Tornando a noi, dunque, può esserci un collegamento anche in quest’ottica. Persone offrono fotografie agli altri e ne richiedono i tributi; così appagano il loro desiderio sessuale. In un articolo di The Submarine si ritiene che il punto centrale sia “il dominio, il potere, l’eccitazione derivata dall’idea di poter disporre del corpo di una donna a proprio piacimento”, il tutto fomentato dalla logica del branco. Però questo non basta a spiegare la presenza di una, seppur minore, presenza femminile in questi gruppi.

Questa storia rientra nella tradizione di una cultura patriarcale e sessista che non influenza solo gli uomini, ma anche le donne. Senza che nessuno si senta offeso da queste considerazioni generaliste:

  • gli uomini in questione si sentono in diritto, se non in dovere, di utilizzare sessualmente e schernire i corpi femminili in forma digitale, perché li “rende uomini” ed enfatizza quello che credono sia il loro primato;
  • alcune donne (che hanno interiorizzato il sistema, anche di matrice cattolica e profondamente moralista) per essere accettate dagli uomini si rendono complici degli insulti;
  • altre donne credono che facendo lo stesso agli uomini possano aver raggiunto la parità (e c’è un bellissimo libro di Matthew Hall e Jeff Hearn, Revenge Pornography, che al capitolo 7 racconta questo modo assurdo di rivendicare l’uguaglianza).

Sull’interiorizzazione del patriarcato c’è questo pezzo del blog Un altro genere di rispetto, che tratta in maniera più approfondita, da un punto di vista femminista (o magari solo di buonsenso, chissà), gli argomenti esposti finora. Ci sarebbe molto altro da analizzare, ma possiamo continuare a parlarne insieme, no? Perché parlandone si decostruisce il fenomeno e si può costruttivamente proporre una educazione al digitale.

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Mariavittoria Salucci (Novara, 1996) non si annoia mai, perché è sagittario. Odia il cioccolato, le luci a intermittenza e chi le dice “basta parlare di sesso”. Studia i corpi e le loro rappresentazioni sul digitale, ma le piace anche andare in edicola e guardare le facce delle persone quando chiede se ci sono delle riviste pornografiche. Ogni tanto suona l’arpa celtica, molto più spesso legge articoli femministi. Si è laureata in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma, attualmente frequenta il corso Digital Storytelling alla Scuola Holden di Torino. L’anno prossimo ancora non lo sa, nel dubbio fa la pasta all’uovo.