Raccontare la televisione: parola a Sebastiano Pucciarelli

Superesperto, autore e co-conduttore: di televisione, Sebastiano Pucciarelli, ne sa e ne fa. L’abbiamo portato su un altro media, non poi così distante dalla tv, e l’abbiamo coinvolto in una chiacchierata che si è rivelata parecchio illuminante. Ma prima di lasciarvi alle sue parole, ecco due date da segnarsi sul calendario.

La prima è tra pochi giorni: lunedì 16 settembre alle 21.15 su Rai 5 (canale 23 del digitale terrestre), parte Nessun Dorma, programma di cui Sebastiano è autore, che cerca di incrociare diversi mondi musicali: nella prima puntata Vinicio Capossela e la pianista jazz Rita Marcotulli, nelle successive artisti come Nada, Paolo Fresu, il regista lirico Graham Vick, il violinista Shlomo Mintz, solo per citarne alcuni. Un percorso fatto di esibizioni dal vivo e conversazioni tra gli ospiti e il conduttore Massimo Bernardini. Le puntate già andate in onda sono disponibili su Rai Play.  La seconda data è sabato 12 ottobre, quando Sebastiano torna in onda come co-conduttore (e autore) in Tv Talk, sempre alle 15 su Rai 3 con la consueta mission di analisi e commento della settimana televisiva e mediatica.

Intanto, buona lettura.

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Abbiamo provato a chiederci, timidamente qui, cosa tiene ancora incollate le persone alla televisione con tutta questa offerta on demand? Ma qual è la risposta giusta a questa domanda?

Ci sono diverse risposte, una è senz’altro quella che avete abbozzato anche voi: hanno sempre forte richiamo televisivo gli eventi live – principalmente le dirette sportive, ma anche tutti quegli appuntamenti variamente agonistici (canori/politici/gastronomici) a cui assistiamo con partecipazione emotiva e una certa tifoseria partigiana, vedi la diretta agostana della crisi di governo. La “resa dei conti” in Senato tra Conte, Salvini e Renzi è stato il vero surrogato italiano del deludente finale di Game of Thrones. Non a caso ha fatto ascolti da nazionale di calcio, 14 milioni solo quelli conteggiati da Auditel – quindi esclusi i vari streaming.

In generale, resta prerogativa della tv tradizionale tutto ciò che è legato alla stretta attualità, specie in ambito informativo e comico-satirico, così come tutto ciò che è competizione in senso lato. Non è un caso se Netflix ha chiuso dopo 2 stagioni il suo unico esperimento di late show quotidiano (Chelsea), né il fatto che i tentativi delle piattaforme in ambito reality/talent/game show siano praticamente nulli. Per tutti questi generi, da noi come nel resto del mondo, tiene ancora banco la vecchia tv, e nello specifico la vecchia tv generalista.

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Molti genitori della futura Generazione Alpha hanno chiuso in soffitta la televisione perché è “diseducativa e rende più stupidi”. È solo una scusa o è incapacità di scegliere “il piatto giusto” da consumare?

La seconda e la terza che hai detto… con qualche parte di verità anche nella prima risposta, soprattutto se pensiamo a tanta programmazione generalista del pomeriggio e di prima serata.

Oggi in verità l’offerta televisiva, anche solo quella gratuita, è molto più varia – e volendo educativa – di quella che abbiamo conosciuto fino al 2012, quando c’è stato il passaggio al digitale terrestre e i canali free si sono moltiplicati a dismisura. Un’offerta fatta anche, dal numero 20 del telecomando in su, di reti tematiche dedicate a cinema, cultura, arte, natura, ragazzi… e sempre più fruibile on demand grazie a siti e app come Rai Play, Mediaset Play, D play, solo per citare alcuni servizi online dei canali tradizionali.

Poi capisco, davanti a questo enorme buffet ci può essere disorientamento, ma anche pigrizia e una certa dose di frustrazione, se la sera si accende la tv e sui primi 9 comodi canali si trova il solito fast food di politica-reality-fiction-talent show. Tante volte basterebbe fare qualche metro in più, o accedere ai servizi on demand ormai integrati in tutte le tv, per avere tra le mani menu alla carta piuttosto succulenti.

Ma si generano anche nuove, e apparentemente contraddittorie, forme di consumo: molti miei amici nella fascia 30-45 non possiedono un televisore, ma poi recuperano singole clip o interi programmi online. E proprio in questi mesi in Italia è iniziato, a fianco all’Auditel tradizionale, il conteggio sperimentale dello streaming, che darà sicuramente indicazioni interessanti.

Peraltro vedo sempre più miei coetanei prendersi pause temporanee (che in alcuni casi si giurano definitive) dai social network o da app particolarmente additive. Oggi più che mai è complicato avere una dieta mediatica equilibrata.

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Perché tanti sono convinti che la televisione sia solo un medium da persone di una certa età?

Perché di fatto lo è: l’età media dei telespettatori delle 9 reti generaliste è molto alta, tra i 45 e i 65 anni (e la maggioranza di quelle 9 sono molto sbilanciate verso i 65), il che corrisponde senz’altro a un paese molto anziano, ma anche ad abitudini di fruizione consolidate per le generazioni che non avevano grandi alternative multimediali, sia in ambito informativo che di spettacolo.

Già chi, come me, è nato a fine Anni Settanta e negli Ottanta iniziava a smanettare con videogame e pc, aveva in sé il germe di altri consumi multimediali, poi esplosi con le consolle, la rete, i social network, gli smartphone e le piattaforme di streaming. Quando mi è capitato di intervistare i vertici di Netflix, mi hanno citato come loro naturale competitor appunto i videogiochi e i social (più che la sala cinematografica, furbescamente) nel senso che le vecchie e nuove tv lottano sempre di più con queste altre forme di intrattenimento / informazione per accaparrarsi il nostro tempo libero.

Se poi aggiungi che la logica di chi produce televisione è ancora molto legata alle misurazioni quantitative più che alla profilazione degli spettatori (“il tal programma a fatto X milioni con la tal percentuale di share”), ottieni un’industria che si morde la coda, aggrappandosi a quel pubblico più anziano, più fedele perché meno disponibile ai cambiamenti. Speriamo che anche in questo senso la pubblicazione dei dati d’ascolto totali, comprensivi delle visioni su smartphone-tablet-pc, sia live che in differita, contribuisca a svecchiare l’idea di pubblico che abbiamo noi “drogati di Auditel” che facciamo tv.

Comunque anche allo stato attuale si fanno scoperte sorprendenti, come quella del recente Rapporto cinema 2019, dove si dice ad esempio che quasi il 60% degli adolescenti ricorre spesso alla tv gratuita per vedere film, percentuale quasi doppia rispetto alle piattaforme di streaming a pagamento. Non c’è che dire, viviamo in tempi mediaticamente interessanti.

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L’avanzare a passi da gigante delle tecnologie e il repentino mutamento del modo di relazionarci online modificheranno in qualche modo il nostro consumo di televisione?

Lo hanno già modificato profondamente, fornendo un’alternativa alla visione tv, come ho già detto. Ma anche imponendo nuove forme di consumo della vecchia tv, basti pensare al cosiddetto second screen che (quasi) tutti abbiamo in mano mentre seguiamo un programma e che mi pare abbia almeno due grandi conseguenze: da un lato una fruizione più distratta e principalmente auditiva, perché davanti alla tv si è sempre fatto altro e chiacchierato, ma oggi questo “altro” è precisamente un secondo schermo luminoso, continuamente aggiornabile a rullo e molto più targettizzato su di noi; dall’altro l’effetto “gruppo d’ascolto virtuale”, per cui su Twitter vediamo puntualmente eventi e personaggi tv dominare la classifica degli argomenti più discussi, con i social network a fornire nuovi richiami di aggregazione alla visione.

E poi la tv è un portentoso generatore di meme.

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Quali sono i trend che vedi già affiorare nel presente o i grandi ritorni dal passato che dobbiamo aspettarci per il futuro?

Riguardo ai contenuti della tv tradizionale, da noi continuano a dominare le chiacchiere di presunto approfondimento politico – è un genere che costa poco, a cui la politica italiana offre continui spunti, spesso al limite dell’assurdo ma di sicuro intrattenimento – e poi da anni tira forte il filone nostalgico, per cui si riesumano format del passato o si propongono ennesime edizioni di titoli ormai ultra-decennali. Nella stagione 2019-20 ad esempio, Mediaset ha messo in cantiere una ri-edizione del classico Giochi senza frontiere. Sono tentativi di rassicurazione e di fidelizzazione del pubblico, ma del resto vediamo come il vintage sia un fenomeno sociale diffuso ben al di là del consumo televisivo.

Gli ultimissimi anni hanno anche visto riemergere trasversalmente il gossip e la cronaca rosa, spesso con tinte grottesche come nel “Prati-gate”, a scapito ad esempio della cronaca nera, fortissima fino a un paio di anni fa. Si pensi al genere reality, che si credeva esaurito anche per l’arrivo dei talent show: da un paio di stagioni è tornato prepotentemente alla ribalta, principalmente grazie alle declinazioni vip, con isole e grandi fratelli a dominare il palinsesto di un’ammiraglia come Canale 5. Rispetto agli albori del genere, meno ambizioni sociologiche e più gossip. Altri fenomeni recenti, più ridotti ma ancora attivi, sono il racconto delle persone comuni (principalmente su Rai 3 e qualche rete tematica minore) e soprattutto dell’universo life style, declinato di volta in volta in forma di gara, tutorial, docureality (cucina, look, case, viaggi).

La serialità di finzione, che nelle ultime stagioni ha fatto la parte del leone in termini di ascolti e in diversi casi, finalmente, anche di qualità, resta forse il comparto più vitale e contemporaneo della produzione tv tradizionale, anzitutto grazie a nuovi titoli e nuove stagioni in casa Rai e Sky (Mediaset arranca, La 7 e gli altri non pervenuti).

In definitiva, poco di nuovo sotto il sole televisivo, almeno nell’immediato futuro.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).