Quando la ricerca della Bat Soup batte la psicosi del Coronavirus

di Giorgia Carrasi

Se Ulrich Beck, sociologo e teorico tedesco, fosse vivo direbbe che stiamo vivendo l’apice storico della Risk Society. Il sociologo, infatti, già dalla sua prima pubblicazione del 1986 aveva previsto i possibili effetti relativi al dispiegarsi della globalizzazione e all’inevitabile nascita del fenomeno della società fuori controllo. L’interconnessione globale così come la conosciamo oggi ha reso globali anche i pericoli, la percezione degli stessi e il fardello di responsabilità che ciascuno sente gravare sul proprio agire individuale, a livello ontologico e non. In una società cosmopolita, dunque, interconnesse sono anche le conseguenze.

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Il caso che preoccupa

L’esempio più evidente arriva così, direttamente dalla Cina, con la diffusione del Coronavirus. Ed è sempre impressionante, nonostante la matrice non sia certo rassicurante o piacevole, come la volta sociologica e digitale possano convergere ed esprimere un sentore comune. O quasi.

Ultimamente, anche con la resurrezione inaspettata del gioco Plague, sorgono gli albori di una psicosi digitale che, all’interno dell’agenda mediatica, lascia poco respiro ad altre notizie di rilievo. Il gioco, sviluppato nel Regno Unito dalla Ndemic Creations, riproduce uno scenario apocalittico. Lo scopo a cui adempiere è quello della distruzione della popolazione mondiale attraverso la diffusione di un’epidemia dai risvolti irreparabili. Il gioco, sul mercato già dal 2012, non mancava di certo di fantasia. Infatti, all’inizio di ogni partita, è possibile selezionare il tipo di agente patogeno e il paese a cui esso sarà destinato. E non solo.

Con l’ausilio di punti DNA accumulati durante le partite sarà possibile customizzare l’efficacia del proprio batterio, al fine di rendere ancor più realistica e personale la battaglia contro l’umanità. Il dato interessante sta sicuramente nel boom di vendite e download di questi ultimi giorni, proprio in Cina. Che sia un modo di esorcizzare la paura o meno resta un dato interessante da tenere in considerazione anche e, soprattutto, per analizzare fino a che punto l’astrazione simbolica a cui siamo sottoposti riesca a condizionare, calmare, o tenti di ristabilire un apparente equilibrio tra gli animi, o un possibile recupero dello welfare perduto.

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Quante volte è stato cercato Coronavirus?

Gli utenti italiani hanno cercato su Google informazioni relative all’epidemia più di 20.000 volte negli ultimi 7 giorni. Termine di ricerca secondo solo alle elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna. La psicosi italiana, tuttavia, risulta soltanto al 40esimo posto nelle query di ricerca globale. Infatti, il paese maggiormente allertato, come possiamo immaginare, è la Cina. Seguita dal Messico, Paraguay, San Salvador, e altre nazioni europee.

Le ultime? Sicuramente i territori che registrano un maggior digital divide rispetto ad altre zone del mondo: Sudan e Libia, seguite da un inaspettato Giappone.

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Dopo il dramma, la sorpresa

Nonostante l’information overload e il surplus di notizie drammatiche a cui siamo globalmente esposti, la prima keyword di ricerca mondiale è, incredibilmente, la ricetta della Bat Soup.

Sì, la minestra di pipistrello. La ricetta prevede che vengano utilizzati anche cibi presenti nella nostra cucina, come lo zenzero fresco, la cipolla, lo scalogno e la salsa di soia. Centinaia, su Youtube, i video tutorial dove si propone la preparazione rigorosamente homemade di questo piatto tipico e, oserei dire, anche piuttosto sano, dato che si tratta di far bollire tutti gli ingredienti appena citati, per la bellezza di 45 minuti.

Considerata il motore scatenante di tale epidemia, sono tutti curiosi di vederla e capire da cosa sia composta nello specifico. Su Google, infatti, sono numerosissime le immagini della pietanza e, nonostante siano presenti soltanto 47.300.000 risultati di ricerca contro i rispettivi 380.000.000 del Coronavirus, nessuno rinuncia alla visione dell’attuale e presunto casus belli.

Resta, come punto interrogativo sulla faccenda, quale sia il vero motivo di tale impennata della Google Research. D’altronde, abbiamo tutti bisogno di vedere il nostro nemico in faccia e affibbiare ad esso una forma, specie se non occorre neanche la fatica di disumanizzarlo. Tentare di conoscerlo, forse, non è che il primo passo per accettarlo e temerlo meno.

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Giorgia Carrasi (Catania, 1996) è una comunicatrice, social media manager e digital strategist. Attualmente studia per conseguire la laurea magistrale in Sociologia delle reti dell’informazione e dell’innovazione, presso l’Università di Catania. Si dichiara un’instancabile osservatrice. Infatti, quando non studia sui libri, studia le persone. Che sia su un autobus, per strada, e online. Ama le parole e la poesia, intese come massima esplicazione dell’empatia e dell’animo umano. Il suo obiettivo? Quello di diventare un punto di riferimento nella divulgazione sociologica.