Perché studiare antropologia nell’epoca del digitale?

Dalle prossime settimane, parallelamente al nostro lavoro di ricerca sui linguaggi e i territori del digitale, affiancheremo una rubrica di dialogo con professori universitari di antropologia. Per questo numero zero, abbiamo iniziato però da chi questa materia la sta studiando oggi.

Silvia Muletti studia infatti Antropologia culturale ed Etnologia a Torino (e insegna Travel Writing, scrivere di viaggi per i fine settimana estivi della Scuola Holden). Il profilo di Silvia è molto interessante. Collabora con associazioni torinesi alla creazione di campagne social sul linguaggio positivo (No hate speech) ed è formatrice di educazione alla pace e new media (Centro Studi Sereno Regis).

E dal 2017, Silvia lavora a Ionica Misterica un progetto editoriale e sonoro di ricerca sulle guaritrici di paese nel sud Italia, finalista al premio Meglio di un Romanzo (Festival della Letteratura Mantova 2018).

La nostra breve chiacchierata è iniziata da una domanda:
perché è importante studiare antropologia oggi?

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Io studio antropologia perché mi piace conoscere i diversi modi di guardare la realtà, è un allenamento all’empatia e una riconnessione all’analisi olistica dell’oggetto di ricerca. Queste intenzioni le ritrovo tutte nella frase di Franz Fanon che in Pelle nera, maschere bianche scrive 

Se egli si trova sommerso sino a tal punto dal desiderio di essere bianco è perché vive in una società che rende possibile il suo complesso di inferiorità.” 

Egli si trova immerso in una società (olismo) ed è lì che io riconosco provenire il desiderio di essere bianco (empatia) che ne fa le lenti con cui guarda e da cui è agito dalla realtà (sguardi).

Potrei chiamare questi sguardi ‘culture’, ma solo se ricordassi che “la cultura è una coperta troppo corta rispetto alla complessità del mondo” (F. Remotti – Cultura, dalla complessità all’impoverimento) e che ci sono modi molto diversi di catalogarla (Avete presente la Teoria dei colori e di quella popolazione in Papua Nuova Guinea? per la quale l’evoluzione di una popolazione rispetto a un’altra è data in base alla varietà di parole presenti nel vocabolario che definiscono altrettante sfumature di colore?) e dove un gesto quotidiano, ripetitivo e abitudinario in gran parte del mondo abbia invece più di un significato. Come il fare la spesa, che è il corrispettivo post-moderno del rituale del sacrificio e ridefinisce la relazione tra soggetto desiderante e l’oggetto desiderato, come si legge ne La teoria dello shopping.

Oltre alle prospettive di lettura, integro le metodologie della ricerca sul campo anche nei reportage a cui lavoro: nel viaggio-mappatura sulle guaritrici di paese del sud Italia, sono state mie guide prima Ernesto de Martino con Sud e Magia, e poi per la Sardegna, Clara Gallini, assistente del primo e conterranea.

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