Perché fotografiamo nei musei e a che cosa servono quelle foto

Secondo uno studio condotto da Linda A. Henkel della Fairfield University del Connecticut e rilanciato da The Atlantic, scattare troppe foto non fa bene alla memoria – quasi come se fermare immagini di oggetti, luoghi o persone autorizzasse il nostro cervello a dimenticare. Sulle nostre pagine abbiamo più volte toccato l’argomento del nostro rapporto tra ricordi, memoria e digitale; oggi ne vediamo un aspetto specifico, ovvero quello legato all’impulso di scattare foto all’interno dei musei.

Come Emanuela Pulvirenti scrive su Didatticarte, riguardo il poter scattare foto nei musei, “non è detto che quest’opportunità migliori il nostro rapporto con le opere d’arte… poterle fotografare a piacimento, difatti, potrebbe paradossalmente portare ad osservarle con meno attenzione, delegando ai pixel il ruolo di archivio della nostra memoria visiva. Di contro la macchina fotografica può rivelare i segreti che l’occhio nudo o la mente non colgono, come sostiene la scrittrice Isabel Allende.”

Dunque, quali sono i comportamenti più ricorrenti dei visitatori armati di smartphone o fotocamera? Quali sono gli insight che li spingono a entrare in una sala e a scattare, prima ancora di godere dell’opera d’arte? Perché vengono conservate foto con tagli, colori e luce discutibili – e perché non basta far tesoro di quelle ufficiali che si trovano online? Come mai quando viene vietato di fare foto in una galleria o in una mostra speciale molte persone sono deluse e amareggiate?

Perchè abbiamo bisogno di testimoniare il nostro passaggio in un luogo.

Hermitage | San Pietroburgo

Dopo una giornata all’Hermitage di San Pietroburgo – ma poteva essere il Louvre, il MoMA o lo stesso Museo Egizio – a osservare i visitatori, abbiamo tratto alcune evidenze interessanti sui comportamenti umani.

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1. Se la macchina fotografica è spesso al collo, a colpire è come la maggioranza delle persone tenga lo smartphone sempre in mano, come fosse un’arma di caccia, pronta a entrare in azione. A volte, ancora prima di scattare con la camera, alcuni scattano prima con il cellulare, una sorta di prova meno impegnativa. Se poi la prova convince, si passa ai mezzi pesanti.

2. È curioso rilevare come le persone, accedendo alle diverse sale, non si avvicinino all’opera per osservarla, ma per immortalarla. Solo dopo essersi assicurati lo scatto, iniziano a guardarla a occhio nudo – come se potesse sparire da un momento all’altro, e andasene via per sempre. Sembra di avvertire quasi un’urgenza di cogliere l’attimo.

2. Se gli altri visitatori già posizionati davanti all’opera hanno il celllulare con orientamento verticale, allora chi si accoda dopo seguirà questo posizionamento. E viceversa per il taglio orizzontale. È proprio vero che noi essere umani imitiamo, sempre.

Hermitage | San Pietroburgo

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4. Quando non si riesce a ottenere lo scatto desiderato per affollamento, le persone si spazientiscono, fino ad alcuni casi ad arrabbiarsi e spingersi con poco garbo.

5. La maggior parte delle persone che vogliono scattare una foto si assemblano intorno ai quadri dichiarati più famosi, come in questo caso con la Madonna col bambino di Leonardo Da Vinci. Non vi è quasi nessun interesse di cercare uno scatto non convenzionale, fuori dai binari turistici e dalla brochure del museo stesso.

6. Non si fa una foto sola a un’opera d’arte, ma svariate. A volte decine e decine. C’è da chiedersi se poi a casa viene fatta una cernita, o se poi vengono conservate a prescindere.

Hermitage | San Pietroburgo

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6. L’emulazione senza consapevolezza è evidente anche in questo museo: se ci sono dieci persone davanti a unnn quadro, se ne aggiungeranno altre inevitabilmente. Poco importa se c’è un Caravaggio o meno davvero. Si scatta la foto, e poi si va a verificare di che cosa si tratta. il caso al Getty è altrettanto emblematico, come potete approfondire qui.

7. I selfie non sembrano popolari per i quadri, ma per le statue.

8. Infine, da segnalare la diffusa mancanza di rispetto per il contesto, che diventa più simile a quello di un mercato della frutta e della verdura (con tutto rispetto per il luogo, sia chiaro): persone che si chiamano da una stanza all’altra, schiamazzi, maleducazione. Sembra essersi perso del tutto il riguardo da tenere dentro una istituzione culturale. Alcuni musei hanno preso contromisure limitando a certi orari specifici le foto.

Hermitage | San Pietroburgo

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Fotografiamo nei musei per tanti motivi, e ciascuno ha il suo. Per testimoniare il nostro passaggio in un museo; per conservare la memoria di quello che abbiamo visto; per riguardarci con calma gli scatti a casa; per condividere le immagini con chi siamo in contatto via mobile; per dare prova di avere una sensibilità artistica; per sentirci parte di un’élite culturale. Se non fotografiamo, perché il nostro cellulare ha la batteria scarica o perché ci viene vietato, sentiamo di non aver vissuto davvero quell’esperienza. Perché non c’è traccia.

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Un bellissimo approfondimento sul tema ce lo offre il New York Times, con il pezzo Take a photo here del critico fotografico Teju Cole: perché finiamo tutti a fare la stessa foto dei Fori Romani con le tre colonne del Tempio di Castore e Polluce, oppure della Statua della Libertà dal ferry.

Infine, una riflessione aperta: sono davvero così necessarie le foto nei musei? A chi e che cosa dobbiamo dimostrare? Che non basti forse più la propria parola e che sia invece necessaria una prova, una testimonianza concreta e tangibile? Forse #sostenibilità ed #ecologia potrebbero essere parole chiave anche per la nostra produzione e consumo digitale.

Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).