Perché scegliamo di rendere privati i nostri spazi sui social

Quel momento arriva per tutti, prima o poi: siamo saturi dei social e decidiamo di fare pulizia di contatti, privatizzare o, nei casi più estremi, chiedere i nostri profili. Le ragioni sono molteplici, alle quali si somma anche il fatto che la fiducia degli utenti nei giganti dei social media è crollata a seguito degli scandali sulla privacy dei dati e della nascita delle fake news. Di conseguenza, in molti preferiscono connettersi con persone affini in micro-spazi più riservati, che credono possano offrire una migliore sicurezza e un senso più reale di comunità.

Quando lo scorso marzo Mark Zuckerberg ha annunciato una “privacy-focused vision” per i social network, sembrava imminente un cambiamento significativo rispetto alle origini di Facebook. Da qualche tempo, in realtà, la piattaforma si stava già allontanando dalla sua missione iniziale – ovvero dare alle persone il potere di condividere e rendere il mondo più aperto e connesso – ma tale mossa è stata una chiara risposta allo scetticismo degli utenti influenzati dalla scia di numerosi scandali sulla privacy.

Insomma, lo scandalo Cambridge Analytica e l’indagine del New York Times hanno rivelato come le principali società tecnologiche abbiano avuto ampio accesso a informazioni personali, facendo leva proprio sulla fiducia degli utenti. Che poi, in verità, la fiducia delle persone nei social media è in calo da tempo. Già nel 2014, il 91% degli americani “era d’accordo” o “fortemente d’accordo” sul fatto che le persone avessero perso il controllo sul modo in cui le informazioni personali venivano raccolte e utilizzate dalle aziende.

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Ma torniamo alla domanda iniziale: perché scegliamo di rendere privati i nostri spazi sui social. E aggiungiamo un tassello. È ben documentato che la sovraesposizione ai social media può rendere le persone infelici. Un rapporto del 2015 del Danish Happiness Research Institute ha concluso che gli utenti di Facebook avevano il 55% in più di probabilità di sentirsi stressati e che l’effetto dei confronti sociali li rendeva il 39% più probabilità di sentirsi meno felici dei loro amici. Benché in molti potrebbero scegliere di evitare tutte le piattaforme social per migliorare il proprio benessere mentale, alcuni potrebbero prendere in considerazione una vasta gamma di alternative. Come una rete più piccola di contatti, e più specializzata.

Per le giovani madri, ad esempio, una di queste alternative è Peanut. La fondatrice Michelle Kennedy aveva gestito un progetto di dating di successo quando si rese conto che, come neo mamma, aveva bisogno di creare qualcosa di nuovo – che permettesse di confrontarsi con altre donne su problemi riguardanti la femminilità e la maternità. Così, due anni fa, ha lanciato il suo progetto, una sorta di Tinder per mamme. Oggi è una piattaforma in cui si possono porre domande a tutta la comunità su un’ampia varietà di argomenti, dal lavoro al fare sesso, con tanto di gruppi, sia su base locale che di interessi di nicchia.

C’è un altro aspetto interessante. Per garantire sicurezza e privacy in uno spazio in cui le donne devono sentirsi libere dal giudizio, Peanut ha un rigoroso processo di accesso che richiede agli utenti di verificare il proprio genere e incoraggia la comunità in generale a segnalare tutto ciò che appare sbagliato. I moderatori indagano e rispondono alle varie preoccupazioni espresse entro 24 ore dalla segnalazione ricevuta. Inoltre, il modello non è basato sulla pubblicità.

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Nel tentativo di combattere il modello capitalistico di sorveglianza utilizzato da molte piattaforme social, l’imprenditore e attivista britannico Pete Lawrence ha lanciato invece un sito privo di algoritmi, big data e pubblicità. Campfire Convention si basa infatti su utenti che si uniscono per creare una comunità che faccia del bene comune, incoraggiando eventi reali, faccia a faccia. L’insight dietro al progetto in questo caso è la sfiducia delle persone nei confronti delle grandi aziende tecnologiche, e dimostra come il potere delle comunità rimanga forte soprattutto per la creazione di movimenti di attivisti per il cambiamento sociale, culturale o climatico.

Non solo. I micro-spazi digitali possono anche offrire un po ‘di tregua alle comunità emarginate che affrontano resistenze o abusi sulle piattaforme più grandi. Per dirne una, lo scorso febbraio sono emerse storie su un gruppo segreto di giornalisti francesi – prevalentemente uomini – che avevano coordinato campagne di molestie online contro donne scrittrici, attiviste femministe, persone di colore e individui LGBTQ. Oppure, al contrario, pensiamo a Blitter, sebbene non sia più disponibile, un’app che ha permesso alle persone nere di fuggire dai discorsi di odio motivati ​​dal tema della razza.

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Sebbene siano nati spazi online positivi – come abbiamo visto nel caso di Peanut e Campfire Convention – in risposta alle pratiche discutibili dei giganti dei social media (e di alcuni dei loro utenti), realtà affermate come Facebook mantengono un vantaggio competitivo, inutile negarlo. Alla fine del 2018, è stato dichiarato che ben 1,4 miliardi di persone hanno utilizzato i gruppi di Facebook su base mensile – e anche Slack non è da meno, con oltre dieci milioni di utenti giornalieri che prendono parte ai canali per la loro vita sociale e professionale.

Perché questi numeri? La Legge di Metcalfe spiega che i sistemi di comunicazione crescono proporzionalmente al numero di possibili connessioni tra utenti. In parole povere, se a un certo punti tutti comunicano tramite Whatsapp, pianificano incontri e condividono foto, è difficile non aderire. Il prezzo da pagare per le opportunità sociali e di comunicazione perse sarebbe molto più alto dei vantaggi. Prendiamo ad esempio le centinaia di milioni di indiani che sono andati al voto la scorsa primavera e come la funzione dei gruppi di WhatsApp si sia rivelata preziosa per la diffusione di informazioni (purtroppo anche di fake news).

Ad ogni modo, sebbene vi sia un rischio tangibile di alimentare disinformazione e notizie false, gruppi più ristretti offrono ai brand un’opportunità in più per migliorare significativamente il loro servizio clienti attraverso la Rete. La funzione di update per la famiglia di KLM, ad esempio, consente ai passeggeri di creare un gruppo affinché amici e parenti possano ricevere aggiornamenti automatici sul loro volo.

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Osservando i modelli di comunicazione della Generazione Z, è possibile già vedere alcuni indizi su ciò che riserva il futuro. Secondo il Center for Generational Kinetics, questo segmento preferisce usare Snapchat per interagire con grandi gruppi, Facebook per condividere o creare eventi, FaceTime per comunicare con amici intimi e Instagram per curare l’immagine pubblica. Inoltre, le piattaforme di comunicazione portano a interazioni significative e possono aiutare a contrastare l’isolamento.

Turtle, ad esempio, è un’app di messaggistica che consente agli utenti di comunicare in forma anonima, lanciata nel 2017 da due diciottenni. Le identità degli utenti vengono rivelate solo dopo tre giorni di conversazione, con l’obiettivo di mitigare il bullismo e di incentivare conversazioni più autentiche, schiette e divertenti, e che non sono influenzate dalle nozioni sull’aspetto e sulla popolarità di una persona.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).