Perché le persone amano le narrazioni con futuri distopici

Distopia, secondo la Treccani, è “una previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi“. Nella cultura pop, soprattutto dal 2010 in avanti, le narrazioni distopiche sono state a lungo utilizzate per riflettere le piccole e grandi paure del mondo reale.

Questi racconti terrificanti hanno un’importante funzione catartica poiché creano uno spazio sicuro tra le emozioni delle persone, che possono sperimentare le loro paure e rielaborarle attraverso un’ansia palpabile, ma non reale. Ed ecco così che le storie su chi supera circostanze distopiche possono restituire al pubblico un senso di controllo su cose che sono in gran parte imprevedibili (e improbabili).

La futurologa Leah Zaidi ha pubblicato tempo fa una ripartizione su distopie e scenari apocalittici, e mostra come possiamo passare dal nostro stato attuale (cerchio centrale) a quello descritto nel romanzo di fantascienza Il mondo nuovo (Brave New World) di Aldous Huxley (anello esterno) tra 30 anni. I due anelli intermedi rappresentano incrementi di 10 anni.

Ma vediamo qualche ricaduta pratica di questo trend sempre più impetuoso.

Ambientato in un futuro prossimo in cui gli Stati Uniti si trasformano in teocrazia fondamentalista, The Handmaid’s Tale, adattato dal romanzo best-seller di Margaret Atwood del 1985, ha riscosso un grande successo commerciale e critico, contribuendo a spingere la piattaforma Hulu oltre i 20 milioni di abbonati americani.

Parallelamente, la serie di HBO Westworld – dove tutto è concesso è stata celebrata per il suo focus sulle questioni etiche che riguardano robot artificialmente intelligenti; mentre l’ancora più famoso Black Mirror è entrato nell’immaginario globale per via delle sue parabole su come la tecnologia potrebbe evolversi in modo incontrollato.

Il successo di queste narrazioni distopiche mette in evidenza come le persone abbiano una crescente diffidenza sull’impatto della tecnologia sul benessere mentale, ma anche preoccupazioni per la privacy e la sorveglianza, nonché l’ecoanxiety alimentata dalla minaccia incombente del cambiamento climatico. Non è un caso che Signet Classics ha riportato che le vendite di 1984 di George Orwell sono aumentate del 9,500% negli Stati Uniti nelle settimane successive all’inaugurazione presidenziale di Donald Trump.

La fascinazione per la distopia è ciclica. Subito dopo la seconda guerra mondiale, ci fu un vero aumento delle storie distopiche, in particolare legate alla bomba atomica. Nel decennio successivo alla Grande Recessione, le percezioni delle persone su dove sta andando il mondo non sono diventate meno desolate. Inoltre, Internet non ha mantenuto la promessa di pluralità e unità, diventando sempre più centralizzato e controllato; la disuguaglianza economica si è radicalmente allargata; figure autoritarie, demagogiche e nazionaliste sono salite al potere nei paesi di tutto il mondo; e la minaccia di una crisi ambientale sembra essere costantemente incombente.

Ma le visioni del mondo distopico possono avere anche un valore terapeutico, aiutando le persone a vedere che per tutte le vicende negative nel mondo, le cose potrebbero andare molto peggio. In generale, le narrazioni pessimistiche del futuro rappresentano un esercizio di evasione e immaginazione. Come quando sognamo, siamo immersi in paesaggi terrificanti, ma spesso riusciamo a trionfare contro le probabilità adattando e sviluppando nuovi modi di vivere.

Anche i brand possono capitalizzare questa tendenza. Adidas e la compagnia aerea russa S7 hanno entrambi canalizzato immagini distopiche in campagne pubblicitarie. Eccole.

Nel frattempo, Channel 4 ha promosso la serie Kiss Me First creando un annuncio e un sito web per la fittizia Azana Band, un dispositivo di gioco sensoriale che sfrutta le paure della tecnologia futuristica per proporre anticipazioni sullo show televisivo.

Al contempo, diversi marchi nel settore della moda hanno usato l’estetica post-apocalittica nelle loro collezioni, oscillando tra fantasie evasive e soluzioni pragmatiche per le persone che si preparano per gli effetti del cambiamento climatico. La collezione Autunno/Inverno 2018 di Raf Simons per Calvin Klein – ad esempio – presentava modelli vestiti da sopravvissuti a qualche evento catastrofico negli Stati Uniti.

Prendendo ispirazione dall’Asia, altri designer hanno preso di mira gli abitanti delle aree urbane con un elevato numero di maschere anti-inquinamento. E subito dopo che il Presidente Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo sul clima di Parigi, gli studi di design The Unseen e The Lost Explorer hanno lanciato una gamma di magliette che cambiano colore quando vengono a contatto con acque inquinate.

E mentre accade tutto questo, le aziende tecnologiche stanno adottando un approccio opposto, meno audace, nel tentativo di invertire la narrativa sul loro impatto sul mondo e rassicurare le persone. Google ha iniziato a progettare le sue auto senza conducente il meno minacciose possibile e sta programmando gli assistenti vocali a farsi riconoscere in modo esplicito con gli umani. Facebook ha iniziato a riconoscere alcuni aspetti problematici della sua piattaforma, cercando di prendere le distanze dagli scandali dei dati concentrandosi su come facilita le “connessioni significative”.

E consapevoli di come le persone sono preoccupate per la dipendenza da smartphone, sia Google che Apple hanno annunciato che i loro dispositivi saranno progettati per promuovere abitudini più salutari. Tuttavia – data la rappresentazione pessimistica di “nuove” tecnologie come la realtà virtuale, l’intelligenza artificiale e il biohacking – il rapido ritmo dell’innovazione continuerà a fornire carburante per le paure future. E di conseguenza alle storie distopiche.

Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.