Perché le note vocali hanno così successo tra gli adolescenti

Ne parlavamo a proposito della proiezione sulla Generazione Alpha: se i Millennial hanno fatto della messaggistica istantanea testuale il loro modo di comunicare prediletto (prima di passare alle app focalizzate sull’immagine come Instagram e Snapchat) – gli Z hanno abbracciato da tempo l’oralità con le note vocali. Ma qual è l’insight che si nasconde dietro questa scelta che porta gli adolescenti a parlare piuttosto che a digitare?

Tra qualche anno ripenseremo con nostalgia all’immagine di un vagone della metro pieno di persone che digitano compulsivamente sui loro schermi: lo scenario che avremo sempre più sotto gli occhi sarà quello di telefoni premuti sotto il mento per registrare messaggi o all’orecchio per ascoltare le risposte registrate.

La popolarità delle note vocali è innegabile. Il fatto che Amazon abbia venduto oltre 100 milioni di dispositivi Alexa dimostra un crescente desiderio di esperienze vocali. Anche Facebook, da sempre concentrato sullo scambio testuale, sta tentando nuove vie con i clip vocali per gli aggiornamenti dello stato nel tentativo di attirare nuovamente gli utenti. Il risparmio di tempo ed energie è sicuramente tra i primi posti delle motivazioni che rendono così popolare l’oralità.

Anche la natura fugace delle note vocali gioca la sua parte. L’attenzione dei ragazzi continua a ridursi; la diffusione di esperienze video brevi come quelle di TikTok ne sono la prova. Anche se meno nel nostro Paese, negli Stati Uniti Snapchat è altrettanto in voga – e le aziende lo sanno. Ad esempio, Warner Bros. ha collaborato con il social media per creare con la realtà aumentata un comando vocale legato al film Shazam!. Gli utenti dovevano semplicemente scansionare lo snapcode, dire “OK, Shazam!”, e si ritrovavano con il costume del supereroe, completo di fulmini e fumo.

Se ci guardiamo indietro, è incredibile l’abisso comportamentale che troviamo. All’inizio degli anni 2000, i Millennial nella loro prima adolescenza stavano litigando con il modem 56k, aspettando pazientemente il cacofonico suono dei toni digitali. Una volta connessi, IRC, ICQ e poi MSN erano i punti di destinazione per chattare in tempo reale. Parallelamente, cresceva l’utilizzo degli SMS (e meno degli MMS), messaggi invece in differita – come lo sono le email.

Con l’avvento degli smartphone, gli scambi si sono fatti da un lato più visivi (pensiamo a Skype) e dall’altro lato più intimi. In particolare, le note vocali sono più personali dei messaggi di testo – con tutto il carico di emozione che una voce può portare – sono anche più efficaci in situazioni in cui il tempo è poco. Perché perdere tempo componendo un messaggio quando possiamo dirlo a voce?

La popolarità delle note vocali tra i giovani coincide – come anticipavamo – con un più ampio apprezzamento per le tecnologie vocali. Non c’è da meravigliarsi che ci stiamo rivolgendo alla voce per comodità: una persona media parla a una velocità di circa 150 parole al minuto e riesce a digitare solo circa 40 parole al minuto. Come prima generazione della “voce”, gli Z stanno conducendo una vera rivoluzione. Si stima che entro il 2023 entreranno in funzione otto miliardi di assistenti vocali, e che a quel punto il commercio vocale avrà un valore di 80 miliardi di dollari all’anno.

Mentre le prime incursioni nel voice marketing sono state abbastanza semplicistiche, i brand stanno iniziando a usare la voce per dare valore ai propri clienti. Nel 2018, il marchio di bevande Diageo ha lanciato la skill Happy Hour per Alexa, suggerendo ricette di cocktail basate sull’umore dell’utente. Staremo a vedere.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).