Perché alcune persone sono (state) più felici in lockdown

foto di Valentina Locatelli via Unsplash

Ne ha parlato Davide Coppo qualche giorno fa su Rivista Studio: c’è uno strano desiderio di voler restare a casa, “un desiderio taciuto e poco razionale che riguarda, probabilmente, chi è riuscito a vivere la quarantena in solitaria, scoprendo un nuovo equilibrio, riuscendo ad adattarcisi e a trovarcisi inaspettatamente comodo”. Dunque, se molte persone hanno definito il blocco (almeno quello fino al 4 maggio) un incubo sociale, altri non riescono ancora oggi a immaginare di fare ritorno alla vita di prima, a ciò che fino a febbraio è stata la normalità. Ma perché certe persone si stanno trovando a proprio agio in questa situazione e altre invece no? Chiaramente concorrono tantissimi fattori, e qui ne prenderemo in considerazione solo alcuni.

Una ricerca della Myer-Briggs Company ha rilevato che il 56,8% delle persone in tutto il mondo preferisce un approccio introverso, il che significa che la maggior parte di noi può apprezzare uno stile di vita più lento e più tranquillo. In effetti, in queste settimane le battute sugli effetti del distanziamento sociale hanno inondato i social media. I meme e le illustrazioni evidenziano come i diversi tipi di personalità hanno scelto di reagire al blocco, ma attirano anche l’attenzione su come ciascuno di noi si è ritrovato a scegliere dove e come trascorrere il tempo libero, cosa guardare e come usare il digitale.

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In che cosa siamo diversi?

Il motivo principale dietro alle diverse reazioni è la differenza sul “dove” estroversi e introversi prendono la loro energia. In generale, i primi si sentono energizzati da ambienti; i secondi invece trascorrendo del tempo da soli o in piccoli gruppi di persone che già conoscono. Questa ricerca, ad esempio, suggerisce come tali differenze emergano in realtà già nella prima infanzia e rimangano relativamente stabili poi con la crescita. Inoltre, lo studio mostra che gli introversi hanno il doppio delle probabilità di rifiutare frequentemente gli inviti sociali rispetto agli estroversi, anche prima del blocco.

Tutto ciò ci suggerisce che, mentre gli introversi hanno il desiderio di socializzare e prendere parte ad attività ricreative e di intrattenimento, i loro desideri e bisogni differiscono drasticamente da chi preferisce una vita nella propria confort zone. Per fortuna, su questo ultimo passaggio ci si può anche scherzare: basta dare un’occhiata ad account Instagram come @introvertstruggles e @introvertdoodles che hanno saputo creare un senso di comunità online condividendo contenuti sulle difficoltà di essere un introverso in un mondo (apparentemente) pieno di estroversi.

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Il momento ideale

È semplice dunque capire come lo stile di vita della quarantena – almeno, tra coloro che non fa un lavoro chiave o che ha responsabilità familiari pesanti – è adatto agli introversi. Piace perché il ritmo della vita è più lento, ma soprattutto perché non ci sono così aspettative o obblighi, permettendo di concentrarsi solo sulle cose che contano davvero per loro, che si tratti di famiglia oppure progetti creativi”.

Ma attenzione: ciò non significa che gli introversi siano felici di essere completamente privi del contatto umano; anche gli introversi potrebbero soffrire di solitudine. Essere introverso non significa essere “unsocial”, piuttosto significa rispettare i propri tempi e un certo livello di interazione sociale per stare bene.

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Due approcci anche sul lavoro

C’è un’altra cosa che dà sollievo agli introversi in questo periodo: il fatto di non dover recarsi a lavoro, il che alimenta la loro produttività. Non solo. L’Università di Harvard ha messo in evidenza già nel 2010 in una ricerca i vantaggi dei leader introversi. Ha scoperto, infatti, che gli introversi sono più efficaci all’interno di team proattivi, perché sono più aperti agli input collaborativi e hanno maggiori probabilità di ascoltare con attenzione e dedizione i dipendenti. Queste capacità di “mettersi in ascolto” spesso garantisce anche che i dipendenti stessi si sentano riconosciuti.

C’è poi un aspetto più legato al digitale. Molte persone introverse si sentono un po’ schiacciati dall’invadenza dell’online, soprattutto in questo periodo, il che può anche essere estenuante. Pensiamo alle videochiamate di gruppo o comunque allo stare davanti a una webcam; Video Window, ad esempio, è una piattaforma che incoraggia i lavoratori a rimanere sempre connessi alla piattaforma, con il video acceso, per l’intera giornata. Se può essere utile per gli estroversi, potrebbe rivelarsi un inferno per gli introversi. Questo perché le videochiamate richiedono di leggere i segnali sociali, con più attenzione rispetto a quando ci confrontiamo di persona. Microsoft Teams sta implementando funzionalità aggiuntive, tra cui una funzione di “alzata di mano”, per permettere alle persone di prenotarsi per un intervento e di non trovarsi in situazioni di imbarazzo.

Verso la nuova normalità

Uber offre agli utenti la possibilità di selezionare la modalità silenziosa per i loro viaggi, che avvisa i conducenti che il passeggero non ha voglia di chiacchierare; la catena ICHIRAN, che ha ristoranti di ramen in Giappone e negli Stati Uniti, offre cabine da pranzo individuali per eliminare il rumore e concentrarsi sul cibo. È dunque possibile che nel post-coronavirus aumentino anche i servizi su misura per la pace e la tranquillità delle persone, e non solo per una questione di distanziamento fisico.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Alla ricerca di small data con l’etnograifa digitale per la collana Tracce di Hoepli.