Pattern invisibili e intelligenza artificiale: parola a Nextatlas

Mappare il mondo intorno a noi, scovare i pattern invisibili, comprendere in modo tempestivo cosa sta cambiando nel nostro stile di vita e nei nostri comportamenti di consumatori: ecco qui gli obiettivi principali di iCoolhunt, realtà torinese fondata nel 2012 dai fratelli Luca e Alessio Morena. Pioniera in questo campo, l’azienda ha una specificità forte nella propria cassetta degli attrezzi digitali: l’intelligenza artificiale per il monitoraggio predittivo delle tendenze emergenti. È loro, infatti, la piattaforma Nextatlas, che sfrutta algoritmi proprietari e metodologie AI per rilevare oggi le nuove tendenze che potrebbero diventare mainstream domani.

Ispirati da un loro webinar sui cambiamenti che stanno avvenendo durante l’emergenza, abbiamo pensato di approfondire la conoscenza con loro. Ecco dunque la nostra chiacchierata con Luca Morena, co-fondatore e CEO di iCoolhunt Spa/Nextatlas.

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Qual è l’approccio di ricerca che contraddistingue tutto il vostro lavoro? Qual è il valore aggiunto rispetto ad altri metodi?

Il progetto di Nextatlas muove dall’ambizione di integrare — e, quando possibile, superare —  i tradizionali metodi qualitativi del cosiddetto “trend forecasting” con le tecnologie più avanzate di intelligenza artificiale.

Gli sviluppi in IA infatti han reso possibile l’innovazione di processi in molti ambiti in cui l’analisi qualitativa delle tendenze sconta dei limiti metodologici by design —  ad esempio nella raccolta dei dati, nella loro analisi massiva e nella identificazione di macro-pattern invisibili all’occhio umano, per citarne giusto alcuni.

Fino a poco tempo fa, per intenderci, farsi un’idea veramente precisa di quali fossero i colori o i cibi più di tendenza era pressoché impossibile. Ora si tratta di insight più o meno facilmente ottenibili, avendo a disposizione dati e tecnologie appropriate allo scopo.

In breve, con Nextatlas stiamo cercando di ridare corpo all’ambizione di identificare i trend emergenti a livello globale in maniera un po’ più solida e scientifica, usando i social media (per lo più) visuali come fonti e l’IA come strumento principe.

La premessa fondamentale è che i contenuti che Nextatlas analizza non riflettono l’universo indifferenziato dei social media ma provengono da un pool altamente selezionato (attraverso l’IA) —  ancorché assai numeroso — di “insider creativi” dei principali settori industriali, a livello globale, profili che tendono a discutere e a sperimentare prima degli altri i cambiamenti più promettenti o interessanti.

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Inevitabilmente, ci sarà un pre e un post Coronavirus. Quali sono i settori che saranno più influenzati dall’inizio della nuova normalità?

Tutti siamo concentrati ovviamente sull’impatto che la convivenza con il virus avrà nelle nostre vite quotidiane nel futuro immediato. E molte delle difficoltà, non solo pratiche, con cui dovremo fare i conti sono già evidenti a tutti, sin da ora — si pensi alle relazioni tra le persone, al retail, all’intrattenimento live o alla scuola.

La “scomparsa degli eventi” ad esempio è destinata nell’immediato a ridisegnare profondamente tutte le professioni e le industrie basate sulla cosiddetta “experience economy”, inclusi i settori che vivono esclusivamente del racconto di quelle esperienze, dal giornalismo sportivo al travel blogging.

Ma se c’è un dato interessante tra quelli che rileviamo relativi alla transizione a una vita post-pandemica a medio-lungo termine, per così dire, è il sentiment positivo diffuso associato all’aspettativa di cambiamenti radicali possibili.

Si tratta della sensazione — diffusa specialmente tra le tipologie di fonti che osserviamo, ossia creativi, designer, imprenditori, artisti, tecnologi — che gli schemi siano talmente saltati da rendere (finalmente) possibile il design di nuovi modelli, più sostenibili ed equi, una nuova creatività applicata alla società e all’economia.

dal webinar Untangling The Future / Nextatlas

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E riguardo invece le generazioni? Qual è il vostro sentimento?

Ci pare che un tratto diffuso sia l’apertura a riconsiderare alcune attitudini che vengono considerate tipiche delle varie demografie nei confronti del digitale.

Un cambiamento interessante, ad esempio, risiede nella crescente adozione in fasce di età più adulte di pratiche di condivisione digitale che erano fino a qualche settimana fa più tipiche dei giovanissimi, non solo le pratiche più ovvie — e forzate dagli eventi — come la messaggistica o le videochiamate.

In particolare, è emerso fortemente tra gli adulti il bisogno di poter condividere ansie e trovare supporto online in comunità di sconosciuti con esperienze affini — si veda ad es. il formidabile subreddit di supporto alle implicazioni del Covid19 sulla salute mentale.

Si tratta senza dubbio di un interessante sviluppo auto-organizzato di digital therapy e una scoperta — o riscoperta — per le generazioni più adulte del potenziale positivo delle piattaforme digitali, al di là dell’intrattenimento o dell’informazione che sono abituate a ricavarvi.

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Sono emersi dati molto interessanti tra quelli evidenziati anche attraverso il vostro ultimo report e webinar. Che cosa vi ha più sorpreso delle vostre rilevazioni?

Non ricordo se è presente nel report, ma c’è un dato che mi ha colpito più di altri: la velocità con cui anni di attenzioni e comportamenti salutari nel cibarsi siano venuti rapidamente meno nel giro di poche settimane, globalmente.

Naturalmente, in parte si è trattato di una necessità pratica dovuta al lockdown: nel fare la spesa si è dovuto per forza privilegiare prodotti in scatola o a lunga conservazione

(In molti casi, il ricettario casalingo, ad esempio, si è dovuto adattare e ha dovuto fare a meno di ingredienti chiave, trasformando il piatto “senza *ingrediente x*”  (ad es. “senza uova”) da una ponderata scelta dietetica a una pura necessità pratica.)

Ma l’elemento di grande conforto che si è ricavato da cibi tipicamente considerati poco salutari (dai dolci all’alcol) si è rivelato superiore e ampiamente preferibile ad ogni adesione a diete o comportamenti alimentari rigidamente “virtuosi”.

dal webinar Untangling The Future / Nextatlas

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In che modo il vostro lavoro può fare la differenza per un’azienda?

I trend emergenti sui social media sono (sempre di più) il riflesso di ciò che accade nel mondo che ci circonda, non essendoci più una netta distinzione tra i due universi dell’online e dell’offline, come stiamo sperimentando in maniera eclatante proprio in queste settimane.

In questo rinnovato contesto, dotarsi di Nextatlas è come minimo per i brand e il loro ecosistema di consulenti un modo di comprendere con strumenti adatti la realtà intorno a noi, nel proprio mercato di riferimento o altrove.

Ma nella maggior parte dei casi l’adozione di Nextatlas può rappresentare anche qualcosa di più: la possibilità strategica per i brand di anticipare i cambiamenti e scoprire attraverso l’intelligenza artificiale opportunità per innovare, costruendosi così un solido vantaggio competitivo e assicurandosi, se l’esecuzione è azzeccata, nuovi spazi di mercato e futura rilevanza.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.