Netflix e Baby Boomer? Amore a prima “vista” con telecomando

di Eleonora Minozzi

Poche cose come Netflix hanno davvero rivoluzionato le nostre abitudini di intrattenimento audiovisivo. Con i suoi 158 milioni di abbonati, Netflix ha traghettato dal 2015 anche noi Italiani, verso infinite possibilità di fruizione “seriale” e cinematografica a portata di click. Dormo o guardo Netflix? Esco o guardo Netflix? Spesso la scelta cade sul secondo, soprattutto se siete Millennial, come me, e siete cresciuti a pasta e serie televisive.

Ma la portata di questa “rivoluzione” non ha colpito solamente le generazioni più giovani. Alcuni degli insight più interessanti ci vengono proprio dai nostri genitori. Ebbene sì, parliamo della generazione dei Baby Boomer, la prima generazione ad avere avuto i film disponibili a casa e il telecomando (ve lo ricordate?). La generazione dei nati tra il 1945 e il 1960, la più lontana dopo i Senior per linea temporale, da Netflix.

Se i dati Audiweb ci mostrano come i Boomer passino sempre più tempo online, in UK pare siano addirittura il target che sta sviluppando più velocemente sintomi da binge-watching.

Il binge-watching è un neologismo che deriva dall’accostamento del termine inglese “binge”, abbuffata, con il più comune “watch”, guardare. Le vecchie maratone televisive. Si, stiamo parlando sempre dei vostri genitori. Ve lo sareste immaginato? Contrariamente alla percezione popolare, i Boomer si sono sempre adattati molto rapidamente alle nuove tecnologie, e Netflix non sembra fare eccezione. Prediligono desktop e laptop allo smartphone e si connettono sorprendentemente più volte a settimana.

Per molti di loro, il prezzo non è una barriera d’entrata. Lo è la creazione dell’account. Molti intervistati hanno dichiarato che ci è voluto dalle due settimane a un mese per capire cosa fosse esattamente Netflix e come accederci. Alcuni fanno eccezione.

Giosuè, 36 anni, vive a Roma e condivide l’iscrizione a Netflix con il padre Giovanni, 67 anni, che vive a Napoli. “Non solo condividiamo le credenziali, ma mio padre ha imparato a scaricare gli episodi offline e mi avvisa in anticipo per assicurarsi che ci sia memoria a disposizione per farlo”.

Arianna, 33 anni, era convinta di aver subito un attacco pirata online, quando, tra gli account di Netflix, si è trovata un’emoticon raffigurante un pirata e il nome Vicks come utente. Dopo vari tentativi di cambio password, ha scoperto che il padre aveva deciso di cambiare nome dell’account ispirandosi a quello del medicinale che era solito utilizzare nelle ultime settimane: il Vicks VapoRub.

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Siamo in un momento storico dove non solo le nostre abitudini quotidiane stanno cambiando grazie a Netflix ma viceversa, sono le stesse a determinare il futuro sviluppo del mezzo.

I Boomer con il loro potere d’acquisto, il prezioso tempo a disposizione, l’attenzione a tutto ciò che è in grado di coniugare maturità e lunga aspettativa di vita, rappresentano, per il mercato in via di saturazione dell’on demand, un target interessante da fidelizzare.

Le nuove interfacce TV di Netflix stanno diventando sempre più gestibili da telecomando proprio per rispondere all’esigenza di questo target. In siti come After 50 living e Aarp.org spuntano le 8 Netflix picks for Baby Boomers o gli 10 Essential Boomer Movies.

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Adriana ha 65 anni, vive a Pompei. Ha scoperto Netflix e La Casa di Carta, grazie alla figlia Giulia, 36 anni, Roma. Ha guardato una puntata a sera per circa tre settimane. Grazie a questo appuntamento fisso, le è sembrato di passare più tempo qualitativo con la propria figlia. Arianna è tornata a Roma dopo l’estate e ora Adriana afferma di non volere più vedere da sola Netflix perché “Mi sento ansiosa, malinconica e un po’ vuota”. Adriana semplicemente non sa che questa emozione ha un nome ed è normale avvertirla a fine serie.

Come si relazionano i Boomer con il post binge-watching blues? Può la cine/serie terapia di Netflix essere di compagnia in un’età dove spesso si deve fare i conti con la nostalgia e la solitudine? Aspettiamo uno Stranger Things per questa generazione, che d’altronde, di vere dipendenze e rivoluzioni, tra le droghe degli anni ’70 e il Vietnam, ne ha già viste parecchie.

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Eleonora Minozzi (1986) lavora come Digital Content Manager da Bulgari, marchio di gioielleria Italiano parte del gruppo LVMH. Dopo il Master al Politecnico di Milano in Brand Communication, ha lavorato come digital strategist e social media community manager per diverse agenzie di pubblicità tra Milano, Brussels e Roma. Quando non è impegnata a tenere corsi sul social media marketing, ama fare fotografie di viaggio per il suo canale Instagram @FridayEscapers.