Mussolini e Trump a confronto tra immagini, fake news e Rete

Mussolini e Trump: li divide un secolo e l’atomica, la Guerra fredda e due conflitti mondiali, un centinaio di milioni di morti e la globalizzazione. Eppure il secondo pare essere l’imitatore dei vezzi e dei vizi del primo. Analoghe le strategie che li conducono al potere: un insolito talento nel controllare e usare i mass media e la comunicazione scritta e verbale, di cui sono anche imprenditori, lo spregiudicato ricorso agli slogan e i modi di creazione del consenso. Perfino alcuni tratti della loro personalità sono simili, inclusi i rapporti con le donne.

È uscito da poco per Mimesis Trump e Moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto – un saggio denso, articolato e godibile su due figure politiche separate da svariati decenni, ma con parecchio in comune: Donald Trump e Benito Mussolini. Ma come è nata l’idea di questo confronto tra narrative così lontane nel tempo ma così vicine negli approcci? Quanto il digitale ha permesso a Trump di mettere a regime le sue tecniche da reality show? E se all’epoca di Mussolini ci fosse stata la Rete, la Storia sarebbe cambiata in qualche modo? La pancia del paese avrebbe reagito in altri modi?

Abbiamo rivolto queste (e altre) domande ad Anna Camaiti Hostert, autrice del volume con Enzo Antonio Cicchino, che vive tra l’Italia e gli Stati Uniti da più di trent’anni, ed è stata docente di filosofia e visual studies e ha insegnato nelle università di Roma, Chicago e Los Angeles. La ringraziamo ancora tanto, tantissimo, per la sua disponibilità e a voi auguriamo buona lettura!

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Trump e Moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto
di Anna Camaiti Hostert ed Enzo Antonio Cicchino
Mimesis Edizioni – ISBN 9788857573373

Nel libro Trump e Moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto, scritto con Enzo Antonio Cicchino, si mettono a confronto Benito Mussolini e l’ormai ex Presidente degli Stati Uniti. Come è nata l’idea di questo confronto tra narrative così lontane nel tempo ma così vicine negli approcci?

Ci siamo confrontati attraverso i nostri rispettivi campi di expertise: per Cicchino autore e regista, il Fascismo, per me filosofa e studiosa di Visual Studies, l’America. E inizialmente abbiamo considerato il paragone tra Mussolini e Trump davvero irriverente, insomma rappresentava una vera e propria provocazione. Ma allo stesso tempo abbiamo notato che tra questi due personaggi c’erano molte più cose in comune di quanto avessimo pensato. E in questo siamo stati avvalorati da due voci autorevoli: quella del grande sociologo Franco Ferrarotti e quella dell’ambasciatore americano Robert J. Callahan ai quali abbiamo fatto due lunghe interviste.

Molte erano le costanti che si ripetevano e tutte abbastanza inquietanti. Soprattutto, come scrive lei con un termine oggi molto in voga in politica, ma che in realtà appartiene originariamente al campo della letteratura , c’era una “narrativa” comune. Abbiamo così  scoperto che i linguaggi erano molti simili, cosi come le strategie comunicative per ottenere il consenso interno e delle istituzioni, l’uso spregiudicato e astuto della tecnologia, il rapporto con il potere e l’informazione con i quali essi hanno interagito, paradossalmente non da politici, il narcisismo rampante e perfino i rapporti con le donne. Specie nella fase iniziale di ascesa al potere le concomitanze erano impressionanti.

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Quanto il digitale ha permesso a Trump di mettere a regime le sue tecniche da reality show? Se non ci fosse stata la Rete, le cose sarebbero andate diversamente con le sue comunità di supporter?

Molto. Certo la Rete, i social media sono stati parte essenziale del successo di Trump. L’uomo d’affari è riuscito a creare una comunità virtuale di supporter che lo ha sostenuto e continua a sostenerlo senza ombra di dubbio, senza minimamente pensare di stare seguendo qualcuno che crede in una realtà alternativa, come quella, per rimanere nell’ambito dell’attualità, secondo la quale l’ormai ex presidente avrebbe vinto le elezioni. Il direttore digitale della sua prima campagna elettorale del 2016, Brad Parscale, descritto dallo Washington Post come il “genio che ha fatto vincere Trump” dichiarò a CNBC, subito dopo le elezioni, che il futuro presidente era un “great product” molto facile da promuovere tra il pubblico americano e che Facebook, ad esempio, lo aveva aiutato molto a diffondere il suo messaggio tra quelli che sarebbero potuti essere i suoi potenziali elettori.

I media digitali hanno fatto molto per lui. Tra di essi oltre a Facebook, infatti ci sono Twitter, Snapchat, Google ed altri. Nel saggio tuttavia non ci siamo soffermati a lungo su come questi media in particolare hanno influito sulla promozione della figura di Trump, perché questo richiederebbe un studio a parte. Anche se la creazione di comunità di supporter segue una strategia comunicativa particolare che si rifa’ a quelle dei reality show di cui Trump è profondo conoscitore. Basta ricordare il suo famoso The Apprenctice. Senza la rete le cose sarebbero andate diversamente, ma con l’aiuto di Foxnews e delle tecniche imparate in televisione forse Trump sarebbe comunque arrivato lontano. C’era nel paese un brodo di reazione che l’avrebbe comunque favorito. Anche se la storia non si fa né con i se, né con i ma.

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Quanto sono contanti i contenuti per Mussolini, rispetto alla forma comunicativa? E per Trump, è possibile fare un’analogia?

I contenuti sono importanti: economia, politica, finanza, demografia, razzismo o atti di guerra, sono distribuiti nelle diverse parti dei discorsi che Mussolini propina alle folle secondo un protocollo che si ripete. Nell’incipit vi è di solito un flash confidenziale sul suo passato fascista, ma anche sulla sua infanzia: la “casa deserta” il “desco nudo”.  Il cuore del discorso è permeato di visioni minacciose, ammiccamenti, sottintesi, rami di ulivo lanciati a paesi come la Francia e l’Inghilterra che corteggia per ottenere alleanze nei consessi internazionali come nella Società delle Nazioni a Ginevra.

Astuzia infida è ancora incastrare gli italiani in impegni rischiosissimi, facendo pronunciare un boato di sì oppure di no su progetti di cui non hanno contezza, ma ai quali restano legati per sempre.  Nel suo rapporto con le masse nulla è lasciato al caso dunque, tutto appartiene a una precisa liturgia immaginifica; il clou, spesso nell’epilogo, è il lancio di una precisa parola d’ordine, si pensi a quel tragico “Vincere!” della dichiarazione di guerra.

Anche Donald Trump segue una strategia comunicativa che è fatta di certi contenuti. Tra di essi occupa un posto privilegiato l’idea di riportare economicamente l’America ai fasti di un passato rigoglioso “Make America Great Again”, usando, come Mussolini, slogan o parole a effetto e promettendo di ridare vita a industrie destinate al fallimento come quella del carbone o quella metalmeccanica del Midwest ormai in crisi irreversibile. Oppure di costruire un muro al confine con il Messico per impedire l’immigrazione illegale: “Buld the Wall and Crime Will Fall”.

Dichiara inoltre di essere il presidente di “Law & Order”. E quando il movimento Black Lives Matter scende in piazza dopo svariate uccisioni di neri da parte della polizia in molti stati del paese, dichiara che la colpa di tutto sta dalla parte dei movimenti antifascisti, soprattutto Antifa, che si ribellano alle ingiustizie razziali. Senza neanche menzionare i suprematisti bianchi.

Ma sono soprattutto le tecniche comunicative ad assumere un’importanza fondamentale. Quelle che assicurano l’intrattenimento, che contribuiscono a creare una vera e propria narrativa. Anch’egli come Mussolini, presenta una strategia. Tre sono le step che segue come è stato fatto notare da più parti: la prima consiste nel dire qualcosa di scioccante, nel fare un’affermazione che rompe regole e convenzioni e mentre ancora la gente non si è ripresa dallo shock gli se ne dice un’altra, la seconda nell’incoraggiare amici e seguaci ad andare sui social per creare una comunità di supporter resa impenetrabile ad altre informazioni in disaccordo con il messaggio, spesso inaccurato, del presidente, la terza più complicata segue un copione un po’ diverso e accade specie in risposta ad attacchi che possono scaturire dopo le prime due. Consiste nell’aumentare la visibilità, nel rispondere a un attacco o semplicemente nel cambiare registro dicendo ancora qualcosa di oltraggioso e facendo così in modo che il circolo si rimetta in movimento. Cosi l’attenzione rimane sempre desta in un moto perpetuo destinato a riprodursi continuamente.

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In comunicazione politica, ci sono gesti, posture e comportamenti che sono rimasti invariati nel tempo? E ci sono invece atteggiamenti che sono variati proprio per abbracciare la relazione sul digitale?

Certo ci sono costanti, ma anche evidenti differenze. La domanda rimanda immediatamente alla forza istrionica di Mussolini ed al segreto su cui si fonda: si incardina su un principio antico, quello della maschera, la sapiente sintassi di espressioni facciali con cui trasmettere il pensiero, il giudizio, il proposito, le attenzioni.

Certo i suoi discorsi sono pieni di demagogia, ma riproducono anche una grande conoscenza dei meccanismi istituzionali e sociali, di quelli della comunicazione, dei principi della politica, con spunti di filosofia, di etica gentiliana, soreliana, di imprevisti di circostanza. Pochi nella folla hanno la cultura per capire tutto e Mussolini lo sa. Per questo traduce i concetti in maschere facciali il cui senso è immediatamente intuibile, chiaro. Lo spettatore associa a Francia, Inghilterra, Germania, o alla conquista dell’Etiopia proprio le espressioni che egli ha avuto nel nominarle ed è quello che resta. Labbro in fuori, mascella stretta, braccia ai fianchi, occhi rapaci e magnetici, dita strette.  Impettito, imponente, minaccioso. Crucciato, clemente, aggressivo. È animalesco, la folla non ride di lui perché ci si identifica.

Trump ha intimamente compreso la lezione e sono evidenti i richiami al Duce in quelle pose provocatorie, o sfrontate quando parla agli elettori della sua parte. E poi c’è quel twitter famoso in cui riprende esplicitamente un detto di Mussolini “Meglio un giorno da leone che cent’anni da pecora”. Anch’egli gigioneggia di fronte al microfono, recita un copione, fa varie smorfie, dice frasi a effetto a cui seguirà un boato di consensi, ma non ha le stesse pose clownesche, gli stessi eccessi posturali, proprio perché sa che deve compiacere anche una folla digitale, di cui comunque fomenta gli istinti più bassi e più retrivi; in questo è simile a Mussolini. Fa in modo anch’egli che la folla, specie quella più ignorante, si identifichi con lui: un rampollo del jet set newyorkese sempre vissuto nella bambagia. “Amo coloro che sono poorly educated” ha detto Trump nel suo discorso di vittoria elettorale.

Ma commetteremmo un errore grave se pensassimo che solo quelli che sono stati definiti “white trash”, feccia bianca, costituissero la totalità della sua base elettorale. Con tale termine si intendono infatti quei ceti popolari, poveri e non istruiti che si accontentano di una cassa di birra, di possedere una pistola e di praticare una religiosità bigotta e spesso piena di pregiudizi. Ad essi bisogna aggiungere, oltre a molta della classe alta del paese, a cui Trump ha abbassato le tasse, anche parte di quella media che si è sentita trascurata dalle politiche dei democratici, percepiti come un’élite lontana dai loro bisogni. Anche questi hanno votato Trump. Il suo modo di parlare semplificato e brutale allo stesso tempo, il suo atteggiamento spesso insensibile nei confronti delle minoranze e dei soggetti politici più deboli, che rientrano a pieno titolo nel rispetto di quella political correctness percepita come un guscio vuoto, perfino il suo cibarsi di junk food hanno solleticato i loro istinti peggiore e lo hanno fatto sentire più vicino a questi strati sociali di quanto Barack Obama o Hillary Clinton siano mai riusciti a fare. E di questo anche in futuro bisognerà tenere conto.  Perché in queste ultime elezioni, quelle in cui ha vinto Joe Biden, 70 milioni di americani hanno sostenuto e votato Trump.

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Forse è una domanda che le hanno già posto, ma noi ci proviamo lo stesso. Proviamo a immaginare: se all’epoca di Mussolini ci fosse stata la Rete, la Storia sarebbe cambiata in qualche modo? La pancia del paese avrebbe reagito in altri modi?

Non so se la storia sarebbe cambiata perché le variabili sono molte e tutte estreme. Tuttavia credo che la rete gli avrebbe permesso di usare strumenti che sarebbero venuti in suo aiuto. Infatti così come studiò Gustave Le Bon, Mussolini, che a differenza di Trump amava leggere, avrebbe studiato anche i social media e tutti i guru della comunicazione multimediale assieme alle nuove tecnologie. E sicuro ne avrebbe applicato i nuovi diktat sulla Rete.

Anche se la storia, come ho detto più sopra, non si fa né con i se né con i ma, ed è davvero difficile configurare dei protocolli che siano validi oggi come allora, penso che Mussolini sarebbe riuscito ad ottenere, almeno in una fase inziale, la complicità dei colossi dell’informatica. Già i media angloamericani dell’epoca per lui stravedevano.  Per averne contezza basta leggere le valutazioni che di lui dette la stampa americana, dopo la Marcia su Roma e la presa del potere.

Fare questa considerazione con gli occhi di oggi tuttavia, rende difficile pensare a una soluzione diversa da quella che ha posto il dittatore davanti al tribunale della storia, per due ordini di motivi. Il primo è che sembra impossibile che anche la pancia più retriva di un paese come l’America, dove il sistema democratico ha sempre funzionato e ha l’approvazione della maggioranza dei suoi cittadini, dotata di strumenti come quelli della Rete, sia disposta a svendere la propria libertà pur di mantenere al potere un dittatore. Il secondo è che, con la coscienza degli obiettivi raggiunti ad oggi dal movimento delle donne, Mussolini non sarebbe potuto sfuggire a una condanna pubblica contestuale al suo comportamento da predatore seriale.  E su questo nel saggio ci siamo dilungati. Questa non è semplicemente una considerazione storica e politica che riguarda le donne, riguarda più in generale il suo modo di conquistare e mantenere il potere.

Forse le cose sarebbero potute cambiare se, non so come, Mussolini fosse riuscito a silenziare nella Rete, rendendoli consenzienti, i suoi oppositori. Ma questa potrebbe essere materia di una serie televisiva distopica su Netflix, più che di un vero e proprio giudizio della storia.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.