#Marimo: il fenomeno dell’alga palla giapponese in Occidente

È piccolo, tondo e verde smeraldo. Con la luce produce bollicine, vive due secoli e cresce pochi millimetri all’anno. Non ha odore, non sporca l’acqua e richiede pochissime accortezze: un cambio d’acqua ogni dieci giorni e una posizione in un ambiente fresco e luminoso, purché lontana da raggi diretti. Ma soprattutto, dal suo barattolo trasparente questo vegetale delizioso strizza l’occhio a un’estetica minimalista che ben si sposa con Instagram. Stiamo parlando dei Marimo, un’alga del lago Akan, in Giappone, scoperta nel 1820 e classificata poi dal botanico Tatsuhiko Kawakami nel 1898.

Non è la prima volta che tocchiamo il tema delle piante qui su Be Unsocial e di come il verde sembra non solo gratificare le persone dal lato estetico, ma anche emozionale. Su Instagram si contano più di 220mila contenuti con hashtag #marimo, un segnale interessante, sostenuto anche da una buona distribuzione (in Italia, anche dalla catena Rinascente). Quello che traspare dalle immagini e dalle storie condivise è sì il piacere di avere un oggetto di arredamento curioso, ma anche avere una creatura silenziosa e abitudinaria da accudire.

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Chi l’avrebbe mai detto che una semplice alga potesse avere così tante attenzioni in Rete, che potesse trasmettere addirittura un senso di tenerezza come fosse un animaletto? Il Marimo vince anche perché ci restituisce l’idea di avere a che fare con qualcosa che, se ben curato, può essere eterno (qui nel vero senso della parola, e può essere tramandato di generazione in generazione). E i social possono esserne testimoni. Inoltre, intercetta anche l’entusiasmo delle persone per ciò che arriva dal Giappone.

Ma a chi dobbiamo in Italia l’arrivo di questi esserini? Nel cuore di Bergamo, in un laboratorio e atelier di via Paglia 5, vive e lavora Paola Francesca Denti. Di origini cremasche, nel 2013 ha dato vita al suo Clo’eT DESIGN, un brand che racchiude in sé arte e design, nonché il sogno di un complemento naturale che ha radici lontane. Proprio come il Marimo. Abbiamo fatto due chiacchiere con lei per saperne di più, buona lettura.

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Come è iniziato il tuo avvicinamento verso questa creatura che arriva da così lontano? Che cosa ti ha spinta a portarla qui in Italia?

Mi innamorai dei Marimo durante una notte del lontano 2012. Era un periodo che soffrivo d’insonnia, così mentre tutti dormivano io viaggiavo: stando seduta davanti al mio Mac per mesi di notte vagavo per il mondo spinta dall’insaziabile desiderio di scoperta della bellezza guidata o filtrata dal mio gusto personale. Un viaggio diventato studio scoprendo tradizioni e tecniche lontane sia nel tempo che nelle distanze. Tante ricerche e tanti mesi dopo sono riuscita a mettermi in contatto con il coltivatore, studiare un percorso sicuro per portare in Italia i primi Marimo dalla colonia giapponese.

Nel dicembre 2013 durante una mia installazione artistica presentai questo concetto alla città di Bergamo: ero emozionata nel comprendere che la bellezza che aveva catturato me riuscivo a trasmetterla facendoli innamorare a loro volta. Da li è nato il desiderio di diffondere questo pensiero oltre le mura della città… 8 anni dopo posso dire che ho fatto innamorare tutte le regioni d’Italia e non solo.

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Secondo te, quali sono le chiavi della fortuna dei Marimo? Perché le persone sembrano affezionarsi più ancora che a una semplice pianta?

Negli anni ho avuto la fortuna di assistere alla reazione delle persone davanti al mio racconto sul Marimo. Lo stupore e la curiosità si traducevano in tantissime domande, che facevano subito una dietro l’altra. Ma la cosa che colpiva più di tutto era la storia. E la chiave sta proprio lì: quando le parole non bastano serve un gesto che ti permetta di dimostrare alla persona a cui vuoi bene quanto grande è questo bene. E il Marimo ha quella magia in più che la sua tradizione ha creato: il significato dell’amore incondizionato, quello che dura in eterno, delle cose belle che durano per sempre. Quel … io per te ci sarò sempre e nulla cambierà questo!

E se comprendi questo comprendi il Marimo e ti nasce da dentro subito l’idea a chi volerlo donare: amica, papà, fidanzata, collega che sia… Per me questo passaggio non era importante: era fondamentale! Onorare questa storia, tramandarla a mia volta e diffonderla era per me una grande responsabilità e ci ho dedicato infatti questi otto anni della mia vita.

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Il successo di Clo’eT DESIGN è diventato una vera e propria tendenza e ha ad esempio indotto il mercato olandese a proporre sempre più spesso alghe della famiglia delle cladophore di colonie europee, vendute da sempre come abbellimento d’acquario, come pianta ornamentale che associano al lavoro portato in Italia.

Il rovescio della medaglia?

Leggo oramai troppo spesso istruzioni cucite con il copia e incolla perla cura di qualsiasi cladophora venga proposta sul mercato. Io vorrei riportare l’attenzione sulla responsabilità che si ha verso un essere vivente e di quelle che sono le sue esigenze, e ricordare che non ci si può improvvisare professionisti di un qualcosa che non si conosce.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.