Lockdown e vita digitale: cosa dice la psicologia della noia

Con la quarantena e tutti gli impegni dal vivo annullati, molti di noi hanno sperimentato la noia. Una sensazione che provavamo anche prima del Coronavirus, certo, e che non ci abbandona nemmeno oggi che le misure del lockdown si stanno finalmente allentando. Annoiarsi è più che normale, e oggi proveremo a capire perché accade e che ruolo ha la nostra nuova vita più digitalizzata.

Che si tratti di sperimentare nuove ricette, di costruire un’isola da sogno su un gioco di simulazione o di trascorrere più tempo con le videocall, tutti noi abbiamo trovato (e stiamo continuando a trovare) nuovi modi per tenerci occupati fino a che la pandemia finirà.

I dati di Google Trends, come sempre, ce lo confermano e ci fanno scoprire come le ricerche a livello globale per la frase “cose ​​da fare quando siamo annoiati” sono aumentate verso la fine di marzo 2020 – proprio quando molti paesi hanno applicato le misure #stayathome più rigorose. Dopotutto, a nessuno piace annoiarsi.

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Una ricerca condotta tra gli italiani nel marzo 2020 ha scoperto che “noia” e “mancanza di libertà” sono gli effetti collaterali negativi più comunemente citati delle restrizioni introdotte dalla pandemia. Hanno anche battuto sia la parola “solitudine” che la formula “mancanza di aria fresca”. In fondo, se ci pensiamo, non deve stupire: la noia influisce sull’umore, ma anche su tante aree della nostra vita. La ricerca, tra l’altro, suggerisce che le persone più inclini alla noia segnalano una maggiore assunzione di rischi in termini finanziari, etici e questioni ricreative, così come anche in termini di salute e sicurezza.

A proposito di ricerche, il professore canadese John Eastwood e il dottorando Andrew Hunter, che si occupano di psicologia della noia alla York University di Toronto, sono coautori dello studio Does state boredom cause failures of attention?. Nei loro lavori emerge come la noia sia un’esperienza umana molto comune “da sconfiggere”, tanto che quando ci riferiamo a questa sensazione associamo spesso la parola “lotta”.

Provare noia significa non essere in grado di impegnarsi in un’attività soddisfacente, è un miscuglio di diversi livello di energia, difficoltà di concentrazione e percezione di “insensatezza”. Insomma, ci annoiamo perché non troviamo una motivazione valida o un significato nel fare o meno un’azione.

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A volte, la noia è associata a problemi psicologici e sociali, ed è stata associata anche all’aggressività e all’ostilità, in particolare nei confronti delle persone che consideriamo diverse da noi stessi. Dunque, quando siamo annoiati, abbiamo maggiori probabilità di essere giudicanti nei confronti degli altri. E questo è particolarmente preoccupante in un momento come questo, soprattutto perché nei casi più estremi la noia è anche associata a depressione, comportamenti autolesionistici e impulsivi, nonché a processi decisionali rischiosi.

Ma vediamo i casi più quotidiani, e a come la noia coincide con la difficoltà a prestare attenzione. Molte persone hanno un lavoro che richiedere di sostenere l’attenzione per un lungo periodo di tempo su informazioni che non sono così coinvolgenti o interessanti. Facile immaginare come lo smart working – e dunque le relative distrazioni domestiche e digitali – incida ulteriormente sulla concentrazione.

Sappiamo infatti dalla letteratura psicologica che la noia è causata sia da fattori basati sulla personalità (come la capacità di gestire le emozioni e la motivazione) sia da fattori situazionali (come lavorare dal computer di casa con bimbi da seguire) – senza contare che le situazioni che sono monotone o ripetitive hanno maggiori probabilità di incrementare ulteriormente i livelli di noia.

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Altro fattore che ci conduce verso la noia, come anticipavamo, è il occuparci di cose che non vogliamo fare: se ci viene chiesto di fare cose che non hanno alcun valore per noi, infatti, è più probabile che provochino quella sensazione. Quante volte davanti a una richiesta abbiamo sbuffato dicendo “che noia!” (certo, magari a volte capita anche di usare altre parole meno educate!). E infine, c’è un ultimo fattore importante e ha a che fare con quanta affinità esiste tra noi e l’oggetto con cui dobbiamo entrare in contatto.

Se ci obbligano a partecipare a un seminario di cinque ore sulla biotermodinamica e noi non abbiamo mai preso più di 6 nelle materie scientifiche, troveremo l’evento particolarmente noioso e complesso da seguire. Non possiamo avere un punto d’appoggio intellettuale, dunque la mente si “disconnette” e ci annoiamo. Allo stesso modo, se partecipiamo a una lezione troppo semplice, come ad esempio “come si scrivono i numeri da uno a dieci”, allora anche in questo caso il nostro cervello staccherà la spina e avremo maggiori probabilità di annoiarci – proprio perché la riterrà una fatica inutile.

I risultati chiave del professor Eastwood e del suo team hanno evidenziato come le persone si annoiano quando non impegnano a sufficienza la loro capacità di attenzione. Per capirci, un po’ come accade quando bighelloniamo sul feed dei nostri profili social media: l’esperienza è così semplice, ripetitiva nei contenuti e monotona nei gesti che finiamo per annoiarci. E una volta annoiati, ci sentiamo a disagio, quasi in colpa a volte di sprecare tempo. Si tratta di un vero e proprio circolo vizioso in cui le prestazioni diminuiscono nel tempo quando dobbiamo prestare attenzione.

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Prima dell’emergenza sanitaria e del distanziamento fisico, la vita delle persone seguiva una serie di programmi, tra lavoro, impegni sociali e passioni del tempo libero: senza queste routine, è chiaramente più facile sentirsi senza meta, annoiati. In queste settimane abbiamo visto quanto sia complesso stare con noi stessi e imparare a crearci una nostra struttura della giornata tutta nuova. I brand e gli enti territoriali, in questo contesto, hanno provato a dare una mano. Ad esempio, la città di St. George, nello Utah, ha lanciato la campagna Stay Brighter, che incoraggia i cittadini a “rimanere attivi, gentili e intelligenti” con sfide di 20 minuti al giorno per ciascuna delle tre “discipline”, tra ciclismo e donazioni.

La realtà quotidiana della vita sotto lockdown, anche parziale, può sembrare un po’ tutta uguale, anche sul lavoto. Di conseguenza, la noia può provocare anche tanta insoddisfazione, portando a valutare se lasciare un lavoro: il 33% delle persone nel mondo cita la “noia” come motivo principale per smettere. Anche se non è adesso tra le priorità dei datori di lavoro, è importante considerare come i dipendenti possono trovare una maggiore soddisfazione lavorativa durante la pandemia se non si annoiassero. Ad esempio, la gamification può aumentare il coinvolgimento: l’89% dei dipendenti afferma che la gamification li fa sentire più produttivi. L’Università di Auckland, per fare un esempio, sta usando giochi mobile per l’insegnamento a distanza durante il blocco – attirando circa il 90% di presenze, un livello ben superiore al pre-Coronavirus.

E infine, ci sono i bambini, che si lamentano di annoiarsi, portando ai genitori non pochi sensi di colpa (estreggiarsi lavorando da casa con la cura dei propri figli può portarne ancora di più). Una ricerca suggerisce che potrebbe avere un impatto sproporzionato anche sulle donne – il 57% delle madri americane afferma che la pandemia ha avuto un impatto negativo sulla loro salute mentale, rispetto al 32% dei padri. Anche in questo caso per i brand ci sono opportunità per alleviare lo stress sia per i bambini che per i genitori. Basti pensare a progetti come Five Minute Mum, che offrono modi semplici per intrattenere i più piccoli, con giochi lo-fi senza video che richiedono cinque minuti per organizzarsi, giocare e concludere l’attività.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.