Lo sport sociale: la nuova era dell’attivismo e dell’inclusione

L’epoca di iperconnettività che stiamo vivendo sta coincidendo con un’epidemia di solitudine che porta le persone a cercare nuovi modi di mettersi in connessione con gli altri e aiutarsi a vicenda. Ecco perché stiamo assistendo a una rigenerazione di progetti collettivi, dal volontariato alle attività di gruppo; progetti che vogliono mettere le persone più emarginate in prima linea nella socialità e nella condivisione di competenze e conoscenze.

In realtà, le persone stanno diventando sempre più consapevoli della loro dipendenza dalla tecnologia e della mancanza di contatto umano. In questo contesto, le organizzazioni no-profit che offrono opportunità di scambi ed esperienze di volontariato sono fiorenti. Il club australiano di running senza scopo di lucro On My Feet fa leva sul fattore benessere per migliorare lo stato fisico e mentale tra i per i senzatetto di Perth, Melbourne e Cape Town, contribuendo a migliorare la loro salute, autostima e occupabilità.

In soldoni, On My Feet organizza gruppi di persone che camminano e che corrono, e che al tempo stesso danno il loro contributo alla società. I volontari visitano i rifugi dei senzatetto per offrire magliette, calze e scarpe in cambio dell’impegno a partecipare ai raduni. Una volta che i partecipanti mostrano la loro dedizione al gruppo per un mese, sono invitati ad aderire al piano di On My Feet, che li aiuta a trovare l’indipendenza con istruzione, esperienza lavorativa e impiego.

Integrando volontari e beneficiari in una sola comunità, la piattaforma è un buon esempio di un approccio di volontariato, che vede le persone completare compiti piccoli e frequenti che si adattano a stili di vita indaffarati: si insegnano abilità soft, come la resilienza emotiva, la gestione del tempo e il lavoro di squadra. Sempre più persone si lasciano coinvolgere nello sport sociale, tra corse divertenti e giri di gruppo, per raccogliere fondi per enti di beneficenza: HBF Run for a Reason, City to Surf e Back on My Feet sono altri esempi esteri.

Un altro esempio simile arriva dal Regno Unito, con l’organizzazione no-profit GoodGym, che ha 47 club in tutto il paese e obiettivi più ampi. Ai corridori si abbinano “allenatori” anziani, che vanno a trovare a casa come parte del loro percorso di fitness, fornendo compagnia e assistenza con piccole commissioni, dando una mano ad esempio con un po’ di giardinaggio. E anche i brand possono distinguersi sostenendo cause di beneficenza o aiutando i consumatori a fare lo stesso: Deliveroo, ad esempio, ha lanciato la sua iniziativa Beach More Amazing, chiedendo ai bagnanti di raccogliere la spazzatura dalle coste australiane in cambio di un buono da 5 dollari.

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Oltre a compensare gli effetti sociali e ambientali delle loro decisioni quotidiane, alcuni volontari stanno cercando di offrire l’interazione umana tanto necessaria. Papa, ad esempio, è un servizio americano che consente agli anziani di connettersi con gli studenti e ottenere aiuto facendo lavoretti domestici e attività quotidiane insieme. In questo modo, Papa aiuta gli studenti a guadagnare qualche soldo e al contempo adempiere il loro desiderio di aiutare gli altri. Il payoff: Grandkids On-Demand.

Gli anziani pagano un contributo mensile di 15 o 30 dollari, a seconda che vogliano prenotare studenti specifici, più altri 15 dollari all’ora per ogni visita. In genere gli studenti ricevono circa il 70% della commissione, in base alle attività che devono svolgere. L’azienda seleziona accuratamente i soggetti più empatici, pazienti e qualificati, molti dei quali studiano materie relative all’assistenza sanitaria e sociale.

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Nel frattempo, Football Welcomes – campagna di Amnesty International capitanata da Naomi Westland – celebra i rifugiati e offre biglietti gratuiti per partite e tornei. Ma facciamo un passo indietro. Gli sport di squadra sono stati usati per millenni come mezzo di legame sociale, portando le persone ad agire collettivamente, giocatori e supporter insieme. Il calcio è senza dubbio il gioco più popolare al mondo, suscitando il senso di orgoglio in tutte le popolazioni di tutto il mondo.

Nella culla del bel gioco, la Premier League è la prova della portata e dell’influenza globale dello sport. Oggi, in tutta la Gran Bretagna, stiamo assistendo a nuove e interessanti forme di gioco – sia da partecipanti che da spettatori – non solo per trovare l’Harry Kanes di domani, ma per raggiungere obiettivi sociali a largo respiro.

Nell’aprile 2018, 60 club professionistici hanno preso parte al weekend di Football Welcomes – il doppio rispetto all’anno inaugurale precedente. Con sostenitori tra cui il Granit Xhaka dell’Arsenal, Christian Benteke del Crystal Palace e Victor Moses del Chelsea – tutti con precedenti di rifugiati – l’evento ha ricevuto una buona visibilità ed è servito a ricordare ai tifosi che alcuni dei loro eroi sportivi hanno sopportato disagi che molti altri ancora stanno attraversando oggi.

La capacità del calcio di creare e stimolare il cambiamento viene ripetutamente dimostrata. Il team dei London Titans, per esempio, è composto interamente da giocatori che si identificano come LGBTQ e che affronta i temi dell’omofobia e dell’inclusione nello sport.

Al contempo, la Romance FC è una squadra femminile etnicamente diversa che in passato ha giocato con il nome di Boiler Room Ladies: negli ultimi anni ha usato il calcio per costruire comunità, sviluppare carriere e riunire le donne in un modo che sfida i cliché negli sport e nelle industrie creative. Comprendendo registi, giornaliste, stiliste e altre donne che lavorano nel settore artistico, Romance FC offre un’esperienza calcistica a tutti gli effetti  – esercizio, socializzazione e lavoro di gruppo – e funge da hub per le sue giocatrici, che possono aiutarsi a vicenda con il lavoro.

Finalmente, stiamo assistendo a una graduale erosione del binomio calcio e mascolinità tossica, sfidando la percezione che sia un culto chiuso. Iniziative come il Football Welcomes Weekend e la squadra dei London Titans servono a ricordare che si tratta di un gioco per tutti, indipendentemente da razza, religione, sesso, orientamento sessuale o background.

Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.