L’impatto dei gruppi K-Pop nei paesi occidentali grazie ai social

Il K-Pop, ovvero il pop coreano, ha una lunga tradizione in Sud Corea e da qualche tempo è dilagante anche fuori dai confini nazionali, merito dei social media e del loro potere di accorciare le distanze. La community online di fan è vastissima e, come vedremo in questo approfondimento, ha un grande potere tra le mani. Brand e promotori di cause sociali sono molto attenti a questo pubblico, piuttosto sensibile all’ingiustizia del razzismo strutturale.

Intanto, se non sapete cosa sia il K-Pop e quali siano le estetiche ricorrenti, la boy band BTS – conosciuti anche come Bangtan Boys, formata a Seul nel 2013 – è un buon punto di partenza.

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Twitter e il caso di Dallas

Per raccontare al meglio l’impatto del K-Pop sulla Generazione Z dobbiamo attraversare l’oceano e parlare dei fatti più recenti negli Stati Uniti. Già, perché quando il dipartimento di polizia di Dallas ha chiesto alle persone di inviare filmati di qualsiasi “attività illegale” durante le proteste legate al Black Live Matter tramite la sua app iWatch Dallas, le comunità di fan del K-pop sono intervenute per minare gli sforzi anti-protesta della polizia. Questi ragazzi hanno letto tale richiesta come un tentativo di minacciare la privacy e i diritti dei manifestanti pacifici e, in risposta, hanno capovolto la call-to-action.

Attingendo al loro infinito archivio di concerti e video dei gruppi ITZY, BTS e Red Velvet, hanno invaso il canale aperto dalla polizia, tanto da mandare in tilt l’app in poche ore. E mentre altri dipartimenti di polizia locale – seguiti poi dell’FBI – hanno fatto richieste simili affinché le persone fornissero filmati, gli account Twitter dei K-popper sono diventati punti di riferimento importanti per veicolare la ribellione, mettendo in secondo piano la musica.

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TikTok e il caso di Trump a Tulsa

Ancora più noto è quello che è successo quest’anno alla fine di giugno, quando i fan del K-pop hanno collaborato con altri giovani su TikTok per prenotare centinaia di posti al raduno per la rielezione di Donald Trump a Tulsa. Anche se pare non l’abbiano mai rivendicata direttamente, il risultato è stato un quasi tutto-vuoto. Brad Parscale, presidente della campagna, ha poi affermato che sono state fatte oltre un milione di richieste di biglietti, ma di queste sono stati riscattati appena 6.200 biglietti.

Anche questo esempio ci dimostra come i gruppi di ragazzi che seguono il K-pop sono potenti e in rapida crescita: l’anno scorso l’hashtag #KpopTwitter è apparso in 6,1 miliardi di tweet, il 15% in più rispetto al 2018, soprattutto in Thailandia, Corea del Sud, Indonesia e Stati Uniti. Insomma, siamo davanti a un movimento a tutti gli effetti interazionale, che si sta mobilitando su questioni politiche globali.

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La diversità fuori e dentro la musica

Come è facile intuire, la maggioranza dei K-popper fa parte della Generazione Z, una generazione per la quale – come abbiamo visto qualche settimana fala responsabilità sociale è una priorità. Dunque, i fan del K-pop sono giovani, diversi e socialmente impegnati, tanto che difendere il diritto alla privacy dei manifestanti anti-razzismo è una causa più che meritevole. Al contempo, l’industria musicale manca di diversità ed è ancora in mano prevalentemente a manager maschi e bianchi, se non in alcuni territori più “urbani”.

Le piattaforme di streaming hanno fatto piccoli passi per compensare questa mancanza di diversità. All’inizio del 2018, ad esempio, Spotify ha lanciato l’hub online chiamato Amplify per attirare l’attenzione sulle cause di inclusività che vanno dalla salute mentale ai diritti LGBTQ.

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Il mondo online e offline

Infine, una nota da tener conto.

Kaitlyn Tiffany per The Atlantic scrive che “le generazioni più giovani sentono la responsabilità di usare la loro capacità tecnologica e la loro rete globale interconnessa per qualcosa di più della semplice condivisione di meme“. Per la giovane fanbase del K-pop, il mondo online è un habitat tanto naturale tanto quanto quello offline, e questo in fondo vale per le ultime due generazioni. La fluidità non è solo una questione tra i due mondi. In questi movimenti giovanili digitali non c’è mai un leader, tutti diffondono il messaggio.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Alla ricerca di small data con l’etnograifa digitale per la collana Tracce di Hoepli.