Leggere e studiare il futuro: parola a Isabella Pierantoni

Si può lavorare con il futuro? Che mestiere è quello del futurista? In che modo le aziende potrebbero trarre beneficio da questa figura? E le generazioni, che ruolo giocano oggi? L’abbiamo chiesto a un’esperta.

Isabella Pierantoni è sociologa appassionata di innovazione tecnologica e scientifica, ricercatrice di nuove tendenze e su temi demografici a causa del loro impatto sul cambiamento delle comunicazioni e delle relazioni del genere umano. Il lavoro in azienda la porta a sviluppare dal 2009 un’attività di ricerca parallela sul tema generazionale, di cui ha portato avanti un’attività di studio e analisi basata su workshop e progetti aziendali, completando la prima indagine organizzativa italiana sulle generazioni nei luoghi di lavoro. Questa attività si è trasformata nel progetto Generation Mover™ che oggi coinvolge Isabella come coach, facilitatore e relatore in iniziative in tutta Italia, sia in azienda che a livello sociale.

Buona lettura!

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Come si diventa Futurista? Che lavoro è il tuo?

Il futuro non arriva per caso, a volte nemmeno ti avverte, ma qualche segnale lo dà: la pandemia in corso ne è un esempio. Anche se non si può prevedere,  una cosa sul futuro la sappiamo e cioè che ha le sue radici nel presente, in effetti con le nostre scelte ogni giorno apriamo la strada a quello che prima o poi arriverà. 

La professione di futurista non si improvvisa, occorre essere pronti e saper decidere alla svelta. Ciò è possibile solo se ci si prepara per tempo, è necessaria quella che chiamiamo la competenza dell’anticipazione.

Per diventare futurista sono necessari strumenti, metodi e approcci delle scienze sociali, ma non solo, utili per elaborare scenari futuri. Nello specifico,  il lavoro è sulle conseguenze future delle decisioni prese nel presente non solo a livello tecnologico-politico-sociale-economico, ma anche e soprattutto a livello di impatto sul  comportamento umano in tutte le sue forme. Per questo un background nelle scienze sociali, dalla sociologia all’antropologia, all’etnologia può essere utile anche se non esclusivo.

Da qualche anno la facoltà di Sociologia dell’Università di Trento, unica in Italia e per prima in Europa, ha attivato il Master di secondo livello in Social Foresight, riconosciuto UNESCO, diretto dal Prof. Roberto Poli, che offre solide basi per cominciare a fare questo mestiere e che io ho frequestato in una delle sue primissime edizioni.

Il lavoro di un futurista ha lo scopo di utilizzare il futuro per prendere migliori decisioni oggi, sostenibili ed efficaci nel presente e per chi viene dopo. Per sua natura l’orizzonte temporale di lavoro non può che essere di medio e lungo periodo (dieci o quindici-venti anni per capirci, guarda caso quasi il tempo che passa tra una generazione e l’altra), un salto temporale essenziale verso il futuro per tornare al presente attraverso strumenti e metodi scientifici per imparare a  guardare lontano, ad anticipare, appunto, le conseguenze future delle scelte prese nel presente. Il fine di questo lavoro è di prendere decisioni che supportino piani strategici più sostenibili nel tempo, flessibili ed efficaci.

Ogni esercizio di futuro aiuta ad andare oltre il già noto, a navigare l’incertezza e la complessità del presente attraverso strumenti potenti di Futures Literacy per essere pronti quando l’impensabile arriva.

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Cosa possono imparare le aziende con una figura professionale come la tua al proprio fianco?

La Shell, la compagnia petrolifera americana, che per prima ha lavorato con strumenti di futuro, è stata l’unica corporation americana a sopravvivere e guadagnare durante la prima crisi petrolifera mondiale, negli anni ’70: aveva fatto un esercizio di futuro ed elaborato un piano per l’inimmaginabile.

È difficile da dire adesso, ma la tragica realtà che ci ha portato la pandemia del Covid-19 ci insegna, tra le altre cose, che non è mai troppo presto per preparare il futuro, avendo visto cosa la mancanza di un piano comporta in termini di impatto sulla vita delle persone.

Le persone e le organizzazioni oggi hanno una responsabilità in più: possono e devono imparare a giocare d’anticipo sviluppando filosofie di vita e culture organizzative a prova di shock,  per gestire le crisi e non perdere le opportunità legate alla crisi stessa. 

Saper intravedere quali futuri possono concretizzarsi, cogliere i segnali di cambiamento, riuscire a distinguere mode, da trend e da megatrend, saper individuare in anticipo quali conseguenze di primo-secondo-terzo livello, nel breve-medio-lungo periodo possono verificarsi in seguito a certe scelte piuttosto che ad altre, vuole dire acquisire competenze di anticipazione ed essere pronti quando serve.

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Che cosa determina una generazione?
È solo una questione anagrafica? 

Tutti noi, piaccia o no, apparteniamo a una generazione. Se una volta essere capaci di riprodursi a livello biologico e mantenere la prole definiva il passaggio alla vita adulta e quindi ad una nuova generazione, oggi questo non è più un riferimento per definire la generazione, anche perché mediamente le donne hanno il primo figlio intorno ai 31 anni, almeno nel mondo occidentale.

Il concetto di generazione ha diversi livelli di espressione da quello storico a quello biologico, tecnologico e sociologico. In generale ci si riferisce a un gruppo di persone nate in un certo intervallo di tempo – di solito 15/20 anni – le quali hanno in comune determinati eventi storico-sociali, ambientali, politici, economici e, in seguito a queste condizioni, crescendo possono avere sviluppato simili filosofie di vita, comportamenti, etiche professionali e così via. 

Ormai non è più una questione anagrafica, soprattutto con le generazioni più giovani per le quali l’intervallo di tempo tra una generazione e l’altra si è ridotto, da 20 a 15 anni. Si è passati dal senso biologico a quello sociologico: la personalità generazionale (Stillman e Lancaster) indica una serie di comportamenti e modi di pensare diffusi – generalmente parlando  –  che si sono formati per fascia d’età a seguito dell’esposizione ad eventi storico-sociali, politico-economici, scoperte tecnologiche, strumenti specifici di una certa epoca, vissuti in comune con i propri coetanei e che hanno influenzato – proprio durante gli anni della crescita –  lo sviluppo dell’identità individuale e collettiva contribuendo a modellare un certo modo di vedere il mondo, di pensare alla famiglia, allo studio o al lavoro spesso condiviso. Sono i tempi in cui viviamo a forgiare – in un certo senso – la personalità generazionale non l’età.

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Quali sono i tratti più evidenti della Generazione Z e in cosa sono radicalmente diversi rispetto ai nonni e ai genitori?

I ragazzi della Generazione Z, di solito, sono i figli della X Generation o Millennial più adulti. I più giovani di loro sono i primi abitanti del pianeta ad avere la possibilità di scavallare il secolo.

Il punto di non ritorno che è la svolta storica data dall’emergenza pandemica Covid-19 conferisce ai  ragazzi 16-18enni di questo fascia generazionale una caratteristica unica: sono i primi studenti della storia recente a vivere l’ultimo anno delle scuole superiori e gli esami di maturità – uno dei passaggi fondamentali alla vita adulta – in modo nuovo e sconosciuto rispetto agli studenti di tutte le generazioni precedenti, hanno dovuto migrare le conoscenze digitali dal mondo dei social al mondo educativo velocemente e inaspettatamente, in qualche caso anche assumendo il ruolo di docente verso i propri prof. Non che questo sia particolarmente difficile per loro, anzi. Tuttavia,  quale segno lascerà questa esperienza e condizione nel modo in cui si approcceranno alla vita futura, al lavoro, al loro essere cittadini locali e globali, sulle loro scelte politiche o di consumo è e sarà un utile esercizio di futuro.

Tra le altre cose, questa generazione è molto più citata delle altre, persino dei Millennial. Un po’ perché sono il primo gruppo di giovani, numericamente rilevante, ad avere capacità di spesa e gestione di budget, in effetti è a loro che i genitori chiedono verifiche online e consigli prima di fare acquisti importanti, il che li rende molto appetibili per i professionisti del marketing e della finanza.

Più che elencare i tratti evidenti, dal mio punto di vista, emergono dei tratti distintivi, ad esempio i più grandi di loro, che hanno fino a 24 anni, sono la prima generazione di giovani:

  • cresciuti con un mindset ‘globale’ sapendo di poter contattare chiunque e ovunque in qualsiasi momento, senza pregiudizi di nessun tipo;
  • hanno imparato presto a cercare informazioni in autonomia per risolvere velocemente problemi concreti;
  • ad avere avuto la possibilità di inventare e praticare nuovi mestieri e a guadagnare;
  • social, non tanto per capacità di utilizzo degli strumenti digitali quanto per modalità relazionale, a differenza delle generazioni precedenti non solo gestiscono le relazioni ma le avviano, le cercano e le creano on line;
  • ad avere un senso di futuro legato alla sopravvivenza individuale e collettiva,

oltre a tutta una serie di altre caratteristiche, ad esempio sul lavoro o nello studio, che qui non è possibile elencare tutte.

In più, hanno sviluppato un senso di realtà e concretezza decisamente inusuale per la loro età paragonato alle  generazioni precedenti, diverse ricerche lo confermano.

Rispetto ai genitori Millennial, i ragazzi e le ragazze Z sono consapevoli dell’importanza della parità di genere e dell’indipendenza economica ma anche della necessità del riconoscimento del merito, e non sono disposti a scendere a compromessi. Sanno da quando sono nati che non esiste un lavoro e una professione per tutta la vita. Rispetto ai Boomer sono molto più istruiti e hanno ben chiaro che stare bene in un ambiente lavorativo è importante tanto quanto guadagnare bene da subito.

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Infine, la nostra amata Generazione Alpha, che oggi ha dagli 0 ai 10 anni. Che cosa sappiamo di questi bambini?

In Italia sono poco più di 5 milioni e quest’anno ne sono nati meno che in tutti gli altri anni, circa 435 mila.

Nei giorni in cui scrivo sono a casa per la reclusione da Covid-19 e sono i primi bambini della storia recente a vivere e crescere in una condizione di pandemia globale. Sono chiusi in casa da più di un mese. Non possono giocare fuori, non vanno all’asilo, non vanno a scuola, e i bambini di sei o sette anni vedono la maestra, da un video o su Whatsapp, per qualche manciata di minuti al giorno, le mamme fanno da maestra, i nonni non li vedono più.

Se vivono nel nord Italia è più probabile che sentano parlare di persone che conoscono ammalate dal virus, e allo stesso tempo stanno recependo le paure e i timori da parte dei genitori e della famiglia sulle criticità del dopo-virus, ci sarà il problema del lavoro e della sopravvivenza economica.

Allo stesso tempo è la prima generazione di bambini che sa come chiedere ad Alexa una barzelletta se vuole divertirsi, le informazioni sul tempo, oppure come risolvere una tabellina e molto altro. I bambini Alpha apprendono via immagine prima che con la parola, con i robots intessono relazioni, e se hanno genitori  smart o cool sprezzanti dei pericoli online, guadagnano già cifre considerevoli imparando che il lavoro è un gioco.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.