Le lezioni sanremesi: 10 insight che raccontano il nostro Paese

Saggia Antonella Clerici quando ieri sera, in un impeto affettuoso nei confronti del collega presentatore, ha detto che, da questo Sanremo in poi, esisterà un prima Amadeus e un dopo Amadeus. E quanto è vero. L’edizione 2020 è un corso accelerato sulla nostra identità di italiani, su come siamo cambiati senza nemmeno accorgercene, e su come la narrazione – che ci racconta ancora come un popolo conservatore – sia rimasta un passo indietro.

Più semplicemente, dobbiamo abituarci al nostro nuovo noi. Certo, c’è ancora molto da fare, ma i semi che Sanremo 2020 ha sparso nel tessuto sociale sono destinati a crescere in Italia.

I 24 cantanti in gara rappresentano la nostra società, con i pregi e i difetti del caso.

Uno spaccato rappresentativo e inclusivo:
24 diverse identità culturali, prima ancora che artistiche.

E adesso, i dieci insight.

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1. I fiori per donne e uomini

Non è successo, ma succederà, è questione di tempo. Abbiamo iniziato a parlarne online e al bar, e ci stiamo rendendo conto che un gesto di gentilezza e di parità, a volte, vale più di ogni parola. Non è Sanremo a essere arretrato, ma il nostro radicamento su certi luoghi comuni: quante volte abbiamo pensato di regalare un mazzo di fiori a un uomo? La parità inizia dalle piccole cose e da noi che stiamo davanti alla tv, non dai proclami e dalle furenti polemiche sui social. Basta imparare a non delegare a un festival quello che dovremmo fare noi.

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2. Gli -ismi politically correct

Sfiorare la mano a una donna? Manismo! Regalarle dei fiori? Fiorismo!

Quando iniziamo a prendere confidenza con una tensione culturale, perdere l’equilibrio rifugiandosi in una o in un’altra fazione è un attimo. Fiorello ha portato alla luce come, alla lunga, un approccio eccessivamente corretto corra il rischio di diventare controproducente (e finire per non tutelare nessuno). La sfida è quella di essere meno polarizzati, provando ad accogliere anche altri punti di vista e a capire perché gli altri la pensano diversamente.

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3. Il sesso in televisione

Benigni ha parlato di sesso, con una normalità inedita che volta le spalle a un certo bigottismo linguistico. E lo ha fatto con stile, rispolverando la Bibbia. L’ha fatto senza malizia e senza essere pretestuoso: la cornice è il festival della canzone, e questa è una canzone. Il testo che ha commentato prima e letto dopo, parla di noi esseri umani e delle nostre passioni.

Che poi, guardando gli insight di PornHub, di che cosa ci stupiamo esattamente?

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4. L’accoglimento del femminile

Più di tutte e tutti, è Achille Lauro a difendere a spada tratta le donne e il diritto (e dovere) degli uomini a non nascondere il proprio lato femminile. La mascolinità tossica non è più l’unico modello per il pubblico. Era ora.

Inoltre, il Gucci Evangelist piace alle mamme. Che vogliamo di più?

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5. La differenza tra autore e personaggio

Grazie al caso Junior Cally, forse forse, stiamo imparando anche che c’è una differenza sostanziale tra autore di un’opera (canzone, film, serie tv, romanzo che sia) e il personaggio di questa opera. La musica è fiction. Altrimenti, parliamoci chiaro, dovremmo avercela anche con Anthony Hopkins per Il Silenzio degli Innocenti. Anzi no, con il suo sceneggiatore, Ted Tally.

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6. La strategia di audience design

C’è una larga fetta di persone che non ha mai preso in considerazione di vedere Sanremo, e l’ha fatto per la prima volta giovedì grazie a Georgina Rodriguez sul palco – per via della conseguente presenza pressoché scontata di Cristiano Ronaldo in platea. È vero, la regia ha indugiato in modo esagerato sul calciatore, ma non è questo il punto.

Il punto è che il pubblico si allarga se allarghiamo i motivi per i quali le persone dovrebbero seguirci. Agli juventini non interessa che Georgina parli italiano alla perfezione o balli il tango da professionista, interessa che ci sia la signora Ronaldo che prima o poi guarderà in prima fila verso il compagno. Ciascuna delle dieci donne chiamate sul palco ha portato il proprio pubblico, basti pensare alla conduttrice albanese Alketa Vejsiu e ai suoi concittadini.

È questo che fa una strategia di progettazione dei pubblici. Brava Rai.

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7. Il binge-watching fluido

Facciamo binge-watching su Netflix, corriamo la maratona con Mentana su La7, guardiamo tre ore filate di Tarantino e tre ore e mezza di Scorsese: in un mondo così frammentato e veloce, tra stories evanescenti e messaggi vocali, le cose lunghe ci piacciono (e rassicurano) eccome.

Nonostante l’opulenza scalettara (cit. Stefano Coletta, direttore di RaiUno), il consumo di Sanremo è fluido come non mai: inizia davanti alla televisione la sera e finisce sui dispositivi digitali la mattina grazie a RaiPlay. E Fiorello è il simbolo di questa transizione.

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8. I baci liberatori e non provocatori

Tiziano Ferro e Fiorello, Elettra Lamborghini e Myss Keta, Achille Lauro e Boss Doms, il suo chitarrista e amico storico. Non c’è intenzione di provocare o essere sopra le righe, ma solo di dire: basta, il mondo è (sempre stato) così, fatevene una ragione. E in effetti, il mondo là fuori, piaccia o non piaccia, è solo diventato più trasparente.

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9. La ritualità di Twitter e di Google

Per tanti, Sanremo val bene una rispolverata all’account Twitter. È il canale social d’elezione della gara, dove il live streaming si fa collettivo e sembra di stare tutti sullo stesso divano.

Ma con Sanremo, non stiamo mai solo davanti alla televisione. Basta dare un’occhiata alla ricerca di “cantico dei cantici” su Google Search alle 23, quando Benigni ha svelato quale sarebbe stato il tema del suo intervento.

Lo smartphone è il nostro telecomando transmediale di approfondimento.

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10. L’interesse per il dietro le quinte

Dondoni, Tortarolo, Marongiu: se sono nomi a voi familiari, allora è probabile che facciate parte di quelle persone che non vedono l’ora di seguire lo streaming delle tradizionali conferenze stampa di mezzogiorno. E che le aspetta con più ansia dello spettacolo in sé.

Non è solo una questione di avere anticipazioni. Viziati dai racconti sui social media, non ci accontentiamo più dello show frontale. Vogliamo sapere come funziona la macchina di Sanremo, chi è quel signore che chiama Amadeus dal dietro le quinte, quali sono le riflessioni della sala stampa e degli addetti ai lavori. Seguiamo il Dentro il Festival, il Prima e il Dopo Festival. Vogliamo immersi in quella famiglia, non solo spettatori alla finestra.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.