Le conseguenze del Covid-19 sul nostro benessere emozionale

illustrazioni United Nation Covid-19 Response

La pandemia ha velocemente riconfigurato il mondo come lo conoscevamo, complice anche un rapporto più stretto (e a volte forzato) con la Rete. Occupandoci di antropologia digitale, non possiamo non provare a esplorare il tema della salute mentale e le conseguenze di quello che abbiamo vissuto fino a oggi sul nostro benessere emotivo. Non tutti gli impatti che stiamo vivendo, infatti, sono visibili come, ad esempio, le mascherine sul nostro viso. E gli esperti lo confermano: la crisi successiva a quella economica potrebbe essere proprio quella del benessere individuale e sociale.

Secondo una ricerca condotta tra la fine di marzo e l’inizio di aprile di quest’anno, il 55% degli adulti statunitensi ritiene che la crisi abbia influito sulla loro salute mentale e il 19% ha descritto i suoi sintomi come “significativi”. Anche in parecchie nazioni europee, l’annuncio del blocco del governo a marzo ha provocato un picco immediato nei livelli di depressione e ansia e, nel giro di due settimane, la percentuale di persone che avevano sperimentato la solitudine durante è aumentata esponenzialmente. Osservando gli umori anche espressi in Rete, sono due le tensioni che emergono: da un lato la grande pressione collettiva sull’operato del governo e sulle scelte legate all’economia, e dall’altro lato invece l’esposizione più o meno celata della perturbazione emotiva individuale.

Oggi stiamo entrando in un periodo di adattamento attivo alla pandemia, e siamo tutti profondamente consapevoli che la nostra salute emotiva è a rischio perché abbiamo vissuto un isolamento prolungato, e stiamo iniziando ad assaggiare l’insicurezza lavorativa, la precarietà. Una ricerca di GlobalWebIndex suggerisce che in paesi come la nostra Italia, ma anche nel Regno Unito e in Brasile, le preoccupazioni per la salute mentale eclissano quelle relative alla salute fisica, dimostrando gli alti livelli di consapevolezza in gioco su dolore, ansia e solitudine. Ecco perché secondo gli esperti il modo più utile di comprendere gli effetti in atto sulle nostre vite è comprendere l’emergenza vissuta come una forma di trauma collettivo e sistemico – basti pensare anche solo al senso di impotenza in certi momenti.

In simili circostanze impreviste, lo stress e l’ansia sono risposte naturali, soprattutto considerando il rischio immediato che il virus rappresenta per le persone a noi care che potevamo raggiungere solo con il mezzo digitale. Ecco perché in queste settimane si è parlato tanto di resilienza emotiva (abusando del termine, a volte) come risposta per resistere alle tempeste interiori – ovvero con un approccio che aiuta a creare risposte più efficaci alle avversità, prevenendo risposte di pancia incontrollate. In fondo, la resilienza ha proprio questa funzione pratica, capace di resettarci e renderci più tranquilli quando ci sentiamo in ascolto sia delle nostre esigenze che di quelle del mondo intorno. Insomma: ci aiuta a essere più consapevoli senza reagire con il pilota automatico.

In queste settimane abbiamo assistitito anche a una sorta di riscoperta dell’economia del comfort (come definita da Furtune qui), che ha permesso a tutti noi di cercare di strutturare le proprie giornate e sfruttare quanto più possibile il tempo a casa. Dalle forniture per la dispensa ai sex toy, fino alle biciclette – complice anche i paventati incentivi fiscali – le persone hanno speso e continuano a spendere per aiutare sé stesse a superare al meglio la tempesta. Anche la domanda di intrattenimento, per forza di cose, è in forte espansione. Netflix ha aggiunto quasi 16 milioni di nuovi abbonati nel primo trimestre del 2020 e il produttore di giochi tedesco Ravensburger ha dichiarato che le vendite statunitensi di puzzle in un periodo di due settimane tra marzo e aprile sono aumentate del 370% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Come antidoto all’affaticamento delle notizie quotidiane, le persone hanno anche attivamente cercato piccoli sbocchi per contrastare la negatività, tra webinar, app di svago e videogiochi – veloci e accessibili distrazioni che spesso creano anche e soprattutto una connessione virtuale con le altre persone del pubblico. In questo modo, sappiamo che siamo connessi ad altri, nonostante tutto, e stiamo vivendo un’esperienza insieme – che sia una lezione di yoga su YouTube o un divertissement tra le stories di Instagram. Si tratta dunque di una connessione a qualcosa di più vasto – qualcosa di spirituale: le persone hanno bisogno di sapere che questo momento difficile sta passando, e lo stiamo superando tutti nella stessa barca come prima.

Poi certo, non tutti hanno vissuto i primi due mesi allo stesso modo, come avevamo visto qui. Per alcune persone, la rottura con il ritmo normale della vita potrebbe aver generato un sottile sollievo, consentendo loro finalmente di trascorrere un po’ di tempo da soli o con le proprie famiglie. Adesso c’è una nuova sfida, ovvero trovare un equilibrio tra realismo e ottimismo: senza arrivare al punto di negare ciò che sta (ancora) accadendo, non dovremmo pensare che sia stata un’esperienza orribile in toto. In bene o in male, per tutti è un momento di reimpostazione della vita, delle risorse e delle priorità – insomma, un momento adatto a mettere in pausa cosa abbiamo fatto fino a qui.

Tra l’altro, più dura lo stato di emergenza, più è probabile che i nuovi comportamenti acquisiti durante il lockdown durino. Stiamo già rivolgendo la nostra attenzione alla guarigione su larga scala – guarigione come individui, società, istituzioni. Il trauma, seppur collettivo, è stato diverso per le fasce della società e non tutti sono stati colpiti allo stesso modo. Se da una parte dunque c’è ancora tanto spazio per reimpostare bene il “dopo”, dall’altra parte è innegabile quanto emergano già le differenze tra ricchi e poveri (che diventano sempre più poveri). C’è una piccola notizia: le persone e le istituzioni potrebbero emergere dalla crisi con nuove idee su ciò che sarà il domani. A New York, ad esempio, il Governatore Andrew Cuomo ha chiesto una “re-immaginazione” della città dopo la pandemia, sottolineando che potrebbe essere un’opportunità per migliorare il futuro, piuttosto che tornare semplicemente alla normalità.

In questo periodo, abbiamo imparato a normalizzare (e a volte anche a “romantizzare”) la quarantena – con condivisioni social, partecipazioni a challenge, video live. Al contempo, molti brand hanno aiutato in modo proattivo le persone a rimanere in equilibrio e resilienti in quarantena. Pensiamo al colosso del benessere Headspace, che ha aperto i suoi abbonamenti in modo tale che le persone possano accedere a suggerimenti di meditazione (e ha anche annunciato contenuti gratuiti per gli operatori sanitari), o lo stesso PornHub che ha aperto i suoi contenuti premium.

Questo è un grande momento per le aziende di sedersi, mettersi in ascolto e revisionare la propria scala di valori – guardando oltre il semplice guadagno, ricorrere alle risorse comuni, proteggere i lavoratori e cercare modi per restituire veramente valore. È più che un indizio. A livello globale, il 97% degli utenti della Rete sono preoccupati per la loro salute mentale e afferma di voler vedere i marchi condividere messaggi e contenuti utili che potrebbero favorire il loro benessere. Insomma, oggi tutti noi vogliamo sentirci “supportati”, anziché sentirci “target” di comunicazioni apertamente orientate al profitto.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Alla ricerca di small data con l’etnograifa digitale per la collana Tracce di Hoepli.