La sindrome da accumulo digitale e la magia del riordino

Siamo sempre in Rete, e per qualsiasi cosa. Che sia sfogliare il feed di Instagram mentre siamo alle Poste, controllare le email di lavoro in metropolitana, oppure cercare su Google i sintomi che ci preoccupano (e che alimentano la nostra ipocondria latente): un’abbondanza di app e di scuse per collegarci online che porta a sentirsi sopraffatti. In fondo, non è un segreto che le persone stiano diventando dipendenti dalla tecnologia.

L’adulto trascorre in media quasi sei ore al giorno alle prese con i mezzi digitali, il doppio del tempo trascorso nel 2009. Ma a stupire non è tanto l’uso compulsivo della tecnologia, quando invece l’impatto negativo su salute mentale, produttività e benessere. Apple l’ha intuito e la funzione Tempo di utilizzo sullo schermo degli iPhone, ad esempio, misura il tempo impiegato per ciascuna app e fornisce un riepilogo settimanale per ridurre organicamente il loro utilizzo.

Trasformare l’ingombro digitale e la costante distrazione dovuta da app, smartphone e tablet è possibile. La soluzione sta in un minimalismo digitale e l’uso più consapevole dei media. In fondo l’arte del riordino, anche grazie alla giapponese Marie Kondo, è molto in voga. Certo, quello della guru è un metodo strettamente legato al mondo fisico: le nostre case, gli spazi di lavoro e gli oggetti al loro interno. Ma perché non provare a trasferire questo anche nell’online?

Nel nostro quotidiano, ci sono due temi che ci conducono sulla strada sbagliata. Il primo riguarda l’accumulo di elementi digitali: montagne di file che non sarebbero tollerati nel mondo “reale”. Pensiamo a quante foto scattiamo con il nostro smartphone di un unico soggetto, dimenticandoci di eliminare gli scatti inutili. E accumuliamo anche le app: uno studio condotto da Kaspersky Lab ha rilevato che il 30% delle app installate rimane inutilizzato, consumando dati, e le app più popolari possono consumare 22MB al giorno, anche senza interazione. Inoltre, un terzo degli utenti elimina solo occasionalmente elementi digitali non utilizzati; il 13% non lo fa mai. Senza poi parlare di quello che accade con le nostre mail…

Il secondo tema nocivo è l’uso compulsivo dei dispositivi che ci impedisce di raggiungere il livello di concentrazione necessario ai nostri impegni. Fin dai tempi pre-smartphone, dunque dal 2005, uno studio condotto al King’s College di Londra ha scoperto che la distrazione causata da telefoni ed email ha provocato un calo di dieci punti nel QI – il doppio di quanto ci si potrebbe aspettare dal fumo di marijuana.

Una considerevole quantità di ricerche ha esaminato come la nostra dipendenza dalle tecnologie digitali possa essere problematica. Ma qual è la soluzione? Cal Newport, professore associato di informatica alla Georgetown University, è un sostenitore del minimalismo digitale e delinea il suo pensiero nel libro Digital Minimalism: Choosing a Focused Life in a Noisy World. Tra i suoi suggerimenti c’è una disintossicazione di 30 giorni – un periodo di prova in cui si taglia tutta la tecnologia non essenziale per verificare come influisce sulla tua vita.

Newport afferma che è meglio concentrare la nostra attenzione su una quantità minore di attività significative, e che “più” non significa necessariamente “di più” quando si tratta di come usiamo la tecnologia. In effetti, potremmo arrivare a vedere gli smartphone nello stesso modo in cui vediamo le sigarette, specialmente per quanto riguarda gli utenti più giovani.

Impedire l’accumulo e il disordine digitale può essere complicato quando si ha a che fare con più di un dispositivo, decine di app e registrazioni a social network. La crescita delle iniziative di digitalizzazione in tutto il mondo, l’accessibilità allo storage digitale gratuito e conveniente, e i dispositivi digitali a prezzi accessibili come smartphone, fotocamere digitali e dispositivi indossabili aumentano la possibilità di rischiocome afferma un documento di ricerca della Monash University in Australia.

Se l’argomento vi interessa, ci sono altri due autori da conoscere, Fay Wolf, che ha scritto New Order: A Decluttering Handbook for Creative Folks, e l’italiano Alessio Carciofi, con il suo Digital Detox. Focus & produttività per il manager nell’era delle distrazioni digitali – secondo il quale eliminare il digitale dalla nostra vita non è la soluzione, ma serve un nuovo metodo per gestire la sfera digitale così da raggiungere un equilibrio più sano, con benefici sul piano personale, interpersonale e lavorativo.

Nick Neave, professore associato di psicologia della Northumbria University, e il suo team hanno identificato quattro tipi di accumulatori seriali sul digitale:

  1. Il collezionista consapevole: un individuo molto organizzato e sistematico che ama collezionare elementi digitali, e sa cosa sta accumulando e cosa può farsene.
  2. L’accumulatore che segue le istruzioni: chi memorizza i file perché gli viene detto (ricevute, estratti, etc) e non è particolarmente stressato dal numero di file.
  3. L’accaparratore accidentale: coloro che conservano elementi passivamente, con un certo grado di disorganizzazione, ma che, di nuovo, non sono stressati.
  4. L’ansioso sopraffatto: chi è angosciato da tutti i file digitali che ha e non sa cosa farsene.

Ci sono modi semplici per aiutare le persone a trattare gli spazi digitali con lo stesso rispetto che hanno per gli spazi fisici, ovvero puliti, organizzati e liberi da inutili distrazioni. In particolare, i giganti della tecnologia stanno intervenendo per aiutare le persone a gestire la situazione.

Alla fine del 2018, Google ha rilasciato le funzionalità di Digital Wellbeing per tutti i dispositivi Google Pixel e Android One, grazie a una nuova app chiamata ActionDash. Proprio come Apple ha fatto con il rilascio di iOS 12 alcuni mesi prima, Google ha permesso alle persone di monitorare come usano il loro dispositivo e alcune app. Ad esempio, la nuova funzionalità Wind Down mira a limitare le distrazioni prima di coricarsi nascondendo notifiche e girando lo schermo in bianco e nero per incoraggiare le persone a scollegarsi. L’app Hold fa un ulteriore passo avanti, accreditando agli utenti punti ogni volta che non usano i loro cellulari, permettendo poi di fare svariati “acquisti”.

Unroll.me

E ancora, Files Go di Google consente alle persone di eliminare tutti i tipi di file in una volta sola. Al contempo, Unroll.me si propone come un ottimo modo per annullare in massa le iscrizioni dagli elenchi di posta elettronica. App come Headspace o RescueTime consentono agli utenti di prendere consapevolezza di come spendono il loro tempo digitale. E anche la stessa Marie Kondo ha fatto irruzione nel regno della pulizia digitale con il libro Joy At Work.

Molto sta sempre alle persone, in realtà. Pensiamo alla funzione di autoplay su Netflix, che fa sì che dopo un video se ne accodi automaticamente un altro, avviando così l’episodio successivo di una serie: una caratteristica che la rende una scelta predefinita per gli utenti che si abbuffano con i programmi preferiti. In realtà, Netflix consente alle persone di disattivare questa funzione, in modo che possano scegliere attivamente di continuare a guardare.

Laddove manca la volontà dei big, serve sempre il buon senso.

Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.