La ricetta dei brand per vivere e fare acquisti senza plastica

I consumatori sono preoccupati per il danno che plastica e imballaggi portano all’ambiente. E mentre le politiche cercano di adeguarsi – ad esempio con sistemi di restituzione dei depositi sulle bottiglie – i negozianti indipendenti che fanno a meno del packaging stanno aprendo la pista ai marchi più importanti.

Dall’inghilterra, due casi virtuosi tra i tanti. No Plastic Shop, lanciato nel gennaio 2018, vende stoviglie, prodotti per la cura della pelle e prodotti per l’infanzia. La sua fondatrice, Izzy Crouch, inizialmente trovava molto difficile acquistare da aziende non usavano gli imballaggi di plastica, dunque decise di focalizzare la sua attività sull’aiutare le persone a ridurre i propri consumi. Oggi vende dalle barre solide di shampoo ai cerotti alla cera d’api. Farmdrop, invece, è un droghiere etico che collega direttamente coltivatori e consumatori. Gli agricoltori elencano i loro prodotti sul portale e ricevono tra il 70% e l’80% del margine di vendita. Non solo: è stata eliminata con successo plastica e altri imballaggi monouso.

Ma anche in Italia le cose stanno cambiando. Negozi che vendono prodotti sfusi, come la Locanda Leggera di Torino; ma anche spiagge plastic free come quelle mappate dal WWF; e piani strategici per città intere, come quello della Città di Milano in collaborazione con Legambiente, per promuovere gli esercizi commerciali milanesi che volontariamente decidono di ridurre l’uso degli imballaggi e della plastica usa e getta.

In giro per il mondo, anche molti caffè indipendenti fanno da apripista incoraggiando i loro clienti a fare a meno del bicchiere di carta non riciclabile. Nella capitale britannica del caffè, Brighton, i caffè come Coffee @ 33 offrono uno sconto ai clienti abituali che portano le proprie tazze. Sempre a Torino, Orso Laboratorio Caffè ci si può comprare la propria tazzina in ceramica numerata, e lasciarla nella caffetteria per tutte le volte successive.

La vetrina di Orso Laboratorio Caffè, Torino

Anche gli australiani sono tra i cittadini più consapevoli al mondo dell’impatto che i rifiuti di plastica hanno sull’ambiente, e stanno cercando di adottare nuove abitudini per fare la differenza. Viva la Cup, una rete di bar di Melbourne, sta intervenendo sul problema delle tazze monouso, permettendo alle persone di affittare una tazza riutilizzabile per il proprio caffè con un deposito di 10 AUD, che vengono rimborsati quando la restituiscono a qualsiasi caffetteria partner.

Anche alcuni marchi australiani lavorano in questa direzione, come KeepCup. che produce bellissimi bicchieroni di design personalizzabili da portare con sé. Catene nazionali, invece, cercano di dimostrare una coscienza ecologica dichiarando guerra contro la plastica e introducendo uno sconto di 50 centesimi per chi ha una tazza riutilizzabile.

Infine, non mancano le iniziative individuali che grazie al digitale smuovono coscienze e buoni usi e costumi dal basso. È il caso torinese di Beatrice Surano e Irene Ameglio con l’account Instagram Rumenta Girls; oppure del portale di Beth Terry My Plastic Free Life che da San Francisco porta avanti la sua campagna etica dal 2007. Due casi che ci mostrano, da una parte e dall’altra dell’Oceano, come non sia solo una battaglia contro la plastica, ma anche contro la pigrizia.

L’ultima segnalazione va alla Plastic Bank, società che offre il supporto di PR ai problemi legati alle materie plastiche alle grandi aziende, e simultaneamente aiuta povertà e inquinamento plastico oceanico consentendo alle persone dei paesi in via di sviluppo, come Haiti, di raccogliere rifiuti e di scambiarli con crediti per fare acquisti con la valuta “Social Plastic”.

Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.