La memoria ai tempi dei social: parola a Gabriele Sebastiani

Ricordare (e dimenticare) non è mai stato così facile

È il primo pensiero che sveglia molti di noi ogni mattina, l’ultimo che ci accompagna a letto la sera: quindici anni fa, se ci avessero detto che in un futuro prossimo avremmo speso, in media, più di due ore al giorno con gli occhi sullo schermo di un cellulare, a condividere ogni nostro passo e ad attendere con ansia di poter sbirciare quelli degli altri, le nostre sopracciglia si sarebbero alzate tutte in contemporanea, nell’incredulità generale. Non avevamo ancora i mezzi per comprendere la rivoluzione mentale e fisica che stava per travolgerci, forse non li possediamo tutti nemmeno oggi: i social network e la tecnologia mobile ci hanno colto alla sprovvista. Ammaliandoci con la capacità aggregativa di tweet, post e richieste di amicizia, ci hanno impedito di comprendere in quanto poco tempo e con quale resilienza la società si sia plasmata per concedere, al web 2.0 e al digitale mobile, di infiltrarsi in ogni ambito della nostra vita.

Leggere quanto accade nel mondo, da ciò che condivide su Facebook il nostro vicino di casa all’ultima sparata di Trump su Twitter battuta dalle agenzie stampa, è oggi un rito quotidiano come la tazza di caffè appena svegli, il tragitto casa-lavoro, la passeggiata in centro col proprio cane. Ogni giorno prendiamo in mano il nostro smartphone un numero di volte che, se tenuto a mente, ci farebbe rabbrividire tanto l’azione in sé è divenuta fisiologica, automatica: la connettività mobile ha cambiato le nostre abitudini, tanto da trasfigurare al nostro sguardo un piatto di insalata in un modello da fotografia.

Ma non solo: vivere con il telefonino tra le mani ha ormai attecchito anche sul modo in cui pensiamo, come percepiamo ciò che ci circonda, come valutiamo ogni nostra scelta. Uno switch mentale non indifferente, che la generazione Z – quella, per intenderci, nata dopo il 1995 – ha già inglobato sin dai primi anni di vita. Andare a un concerto non è più soltanto andare a un concerto. Oltre alla musica, a darci un brivido di eccitazione è l’idea di poter dimostrare a tutti di essere lì, in quel momento, di essere felici, di esibire un ricordo personale che allo stesso tempo è universale. Una prova concreta che confermi, passo dopo passo, la nostra presenza nel mondo.

Anni fa ci sarebbe parso sufficiente raccontare ciò che succedeva, di essere stati in vacanza in Thailandia, di aver ascoltato gli U2 a Roma, di aver cenato nel locale più in voga del momento. Certo, le foto o gli eventuali video sarebbero anche arrivati, seppur condivisi in una dimensione ridotta, privata se vogliamo, limitata per quantità e tempo. Il ricordo dell’esperienza ben valeva una celebrazione: si invitavano gli amici a casa per mostrare l’album di foto dell’ultimo viaggio a cui si legavano aneddoti e racconti. Oltre alla prova concreta dell’esperienza, si disponeva anche di uno sforzo mentale che impregnava il ricordo di un valore aggiunto: la memorizzazione.

Lo scenario oggi è ben diverso.

I social hanno ribaltato il modo di tenere a mente dei nostri nonni: dall’inclusione nel ricordo, nel racconto dell’esperienza, si è scivolati nell’esibizionismo senza contorno di senso, per cui il mondo social ci insegna che l’involucro è molto spesso ben più appetibile del contenuto; ciò che è nato insieme a Facebook, Instagram, Tumblr è un voyeurismo narcisista in cui il ricordo, ridotto a pillola, ha senso solo se nella disponibilità di un popolo del web che potenzialmente è disinteressato e invisibile, ma che allo stesso tempo potrebbe eleggerti a celebrità per un aneddoto interessante, per una foto scattata meglio delle precedenti. Il tutto, beninteso, con gran sfregarsi di mani delle società che attendono solo di aggiungere un ulteriore pezzetto di noi ai loro database.

Un discorso vale anche per i più avveduti utenti social: ciò che facciamo spesso trova valore soltanto se compare nel feed di Facebook o di Instagram. Se non è visibile sulle nostre bacheche, allora un’esperienza è come se non sia mai avvenuta. Ma allora che peso ha, in una società avida di dati e che pretende la prova di ogni nostra azione, il ricordo intimo delle nostre esperienze? Che valore ha la memoria, personale e storica?

Un simile interrogativo spiana la strada ad accidentate riflessioni su cosa significhi per noi, esseri umani del ventunesimo secolo, tenere a memoria ciò che facciamo e ciò che ci ha preceduto, che in fondo ci ha reso chi siamo adesso. Se per millenni abbiamo dovuto convivere con l’incapacità di ricordare tutto, oggi le carte in tavola sono decisamente cambiate. Diventa inevitabile, in un mondo che ci richiede, per “esistere”, di essere perennemente connessi e presenti, che sia a disposizione di chiunque, dalla multinazionale che lavora sul profiling degli utenti alla conoscente che ha voglia di farsi gli affari nostri, un vero e proprio storico delle nostre preferenze politiche, delle nostre frequentazioni, delle nostre sbavature. Ma può essere sufficiente a dire chi siamo davvero? Riusciranno le tre foto sul profilo e il like alla pagina ufficiale di un partito a raccontare la complessità della nostra vita, le sfumature delle nostre idee? E la profilazione con cui il web sembra servirci su un piatto d’argento – con una precisione sempre più agghiacciante – contenuti e suggerimenti creati ad hoc per noi, fin dove si spinge?

Facebook, Twitter e Instagram sono ormai il sistema nervoso di un mondo che non può prescindere dal web e che, quando naviga, proprio sui social occupa la maggior parte del tempo. Lo fa producendo, spiando e reagendo a contenuti che, accumulati, creano una mente worldwide capace di ricordare tutto e niente, in un flusso senza filtri in cui spesso serve un dispendio minimo di energie per trovare ciò che si vuole. Sul telefono, sul pc, sul cloud finiscono numeri di telefono, anniversari, compleanni, foto, dati sensibili, segreti inconfessabili. E il nostro cervello si spegne: ricordiamo poco, spesso male, a piccoli bocconi. Tanto basta un solo click per trovare ciò che non ci torna in mente in prima battuta.

L’era digitale, in nemmeno due decenni, è riuscita a scardinare e ribaltare un equilibrio millenario: da un mondo costretto a selezionare cosa serbare e cosa perdere – vuoi per mancanza di mezzi, vuoi per il costo che ricordare ha preteso per secoli – ci si è risvegliati in un altro in cui la capacità di memorizzare è potenzialmente senza limiti, così estesa da concedere la dignità del ricordo a qualsiasi frammento dell’esperienza, così condivisa che la traccia del singolo diventa patrimonio di tutti.

Questa democrazia mnemonica, però, è il principale nemico della memoria con la lettera maiuscola, quella storica, quella sociale ed identitaria: tanti frammenti del quotidiano diventano le nostre manciate di saggezza in pillole, confondendoci su cosa sia importante e reale, spingendoci a prediligere il contenuto rapido a quello approfondito. Sommersi da una valanga di informazioni e stimoli che possono essere più o meno positivi, più o meno validi e affidabili, perdiamo la cognizione del mondo che ci circonda per come è: la realtà, quando mille commenti sotto qualsiasi notizia giornalistica mettono in dubbio la veridicità di quanto si descrive, ha molteplici volti personalizzabili.

La memoria, poi, è un giocattolo lasciato a prender polvere in soffitta: che serve capire cosa c’è dietro un avvenimento e ricordarlo in modo corretto? Se ne avrò bisogno troverò tutto ciò che serve immediatamente, su Wikipedia magari. E poi quel tweet anonimo che ho letto al volo sostiene che le cose non siano andate davvero in quel modo… Ed è così che nel 2018 il 41% degli americani – il 66% dei millennial – secondo un sondaggio del New York Times non ha assolutamente idea di cosa sia accaduto ad Auschwitz (Holocaust Is Fading From Memory, Survey Finds, di Maggie Astor, pubblicato su The New York Times, il 12 aprile 2018).

Da una società dell’oblio selettivo e per merito si è passati ad una su cui aleggia una memoria universale, ultrademocratica, bulimica e perenne. Per quanti sforzi facciamo, una volta premuto il tasto invio, il contenuto che abbiamo deciso di condividere nel web si perde, va alla deriva e si moltiplica infinite volte, sfiorando molte mani sconosciute: riuscire a riacciuffarlo e a cancellarlo diventa l’odierno parallelo del mito di Sisifo. Uno sforzo estenuante, infinito e inutile.

Il web non dimentica – i suoi utenti più vigili men che mai – e spesso non va oltre la superficie opaca delle cose, specie se ciò di cui dispone getta una luce inedita, meglio se negativa, su chi il ricordo l’ha generato e diffuso, anche se poi rimosso. Capita sovente, negli ultimi anni, di sentire di chi, il più delle volte molto giovane, viene messo alla gogna digitale per foto compromettenti, post che danno voce a idee scomode, video che distruggono la reputazione in dieci secondi. Riaffiorano dal nulla, queste vere e proprie bombe che piovono sulle certezze di chi, per la maggior parte delle volte, ha peccato di ingenuità e condiviso con leggerezza ciò che avrebbe potuto tenere per sé: una società che vive di dati obbliga a fare i conti con tracce indelebili del proprio passato, tracce che però si riflettono sul presente e sul futuro, slegate dal loro significato intrinseco. Se i nostri genitori potevano concedersi il lusso – lecito – di una ragazzata di tanto in tanto, magari senza nemmeno esser mai scoperti, oggi ci ritroviamo a fare i conti con una dimensione dello sbaglio sottilissima, che diventa collettiva: un minimo inciampo e la tua vita, online e in carne e ossa, potrebbe essere rovinata.

Se diventa così facile ripescare la maggior parte dei passi del nostro percorso sul web, è chiaro come si ponga un freno all’azione dell’oggi, freno che ci spinge a farci domande sul valore e sui messaggi che ogni nostra condivisione veicola. Non è difficile immaginarci presto pensierosi, con uno sguardo timoroso rivolto al futuro, sapendo che potremmo aver commesso un errore ma non sappiamo quale, né possiamo immaginare quando ne dovremo pagare le eventuali conseguenze.

Il tasto “condividi” è oggi il nostro miglior alleato e il nostro peggior nemico: è lo strumento che ci fa tuffare in un mondo di reti, contatti e conoscenze potenzialmente infinito, ma allo stesso tempo ci espone a rischi di cui solo in parte siamo consapevoli e che difficilmente riusciamo a definire in concreto. Se non sei “vivo” online non esisti, se esisti sii consapevole che di tutto ciò che fai ti si potrebbe poi presentare un conto salato.

Anche in questo caso, emerge la necessità di chiedersi a che tipi di processo mentale la nostra assuefazione da social ci stia abituando. Dove finisce il ricordo spontaneo, dove inizia la mera archiviazione del dato? Come possiamo distinguere nella pratica ciò che pensiamo sia memoria e ciò che invece è registrazione?

Un esempio. La funzione “Accadde Oggi” di Facebook, con cui il social sceglie una particolare ricorrenza di una nostra azione, proponendocela sulla home, sia essa la condivisione di una foto o l’amicizia che abbiamo stretto con un nostro contatto. Ci fa piacere rivedere il ricordino confezionato, lasciamo un like, contattiamo le persone coinvolte, torniamo subito a far altro. Dove sta, in un meccanismo simile, lo sforzo mentale del ricordo vero e proprio, specie se sono gli algoritmi a decidere cosa far comparire sullo schermo del nostro cellulare? Ci illudiamo di esser noi per primi a risalire alla memoria di quel preciso istante, quando in realtà ci viene presentato un frammento ready to use, senza alcun processo mentale che ci abbia condotto fino a ripescarlo: più che permetterci di rivivere un momento della nostra vita, questo meccanismo illumina parzialmente la capacità di chi sta dietro le quinte di plasmare una memoria effimera che viaggia tra codici e algoritmi.

Il digitale, quindi, oggi modella chi siamo, cosa produciamo e ciò che resta di noi. Come recita un verso di una canzone degli U2, All I Want Is You, si potrebbe dire che il web 2.0 ci accompagna “from the cradle to the grave”, dalla culla alla tomba. Ciò non deve creare facili allarmismi, almeno per ora. Nel nostro piccolo, però, sarebbe utile cominciare a riflettere sul peso delle informazioni che produciamo, delle scorie che potrebbero restare attaccate al nostro nome un click dopo l’altro: questo tipo di pensieri può aiutarci a comprendere che tipo di individui siamo oggi, per allargare l’orizzonte e guardare come saremo in un domani non troppo lontano. Impareremo a convivere e utilizzare in maniera migliore, organica la nostra memoria digitale o diventeremo sempre più amnesici, in un futuro in cui le informazioni saranno il perno su cui si reggerà la nostra vita, dal micro al macro, dal primo all’ultimo respiro?

Gabriele Sebastiani (Torino, 1993) è giornalista, content e social media manager. Collabora con diverse testate online e agenzie di comunicazione. Si occupa di cultura, viaggi, attualità e digitale. Interessato sin da bambino a osservare cosa si nasconde oltre la patina superficiale delle cose, è fermamente convinto che sia cruciale, specie in un momento storico come quello attuale, individuare parole, toni e modi corretti per esprimere le proprie idee. Se non sta leggendo, probabilmente sta prendendo un volo. Se non sta per partire, sta scrivendo. Se non sta scrivendo, allora sta mangiando. È del toro, dopotutto.