La Generazione Z e la cultura dell’anti-ambizione

Se i Millennial stanno ancora cercando di trovare una quadra per le proprie priorità, la Generazione Z sta ribaltando la cultura intorno al lavoro e l’approccio alla propria presenza digitale. Una reazione naturale, forse, alla mentalità del sacrificio e del dimostrare il proprio valore a qualsiasi costo.

E se ve lo state chiedendo, sì, c’entra anche la pandemia, che ha stimolato la Great Resignation, le “grandi dimissioni” europee e nordamericane: parecchie persone hanno scelto di mettere al secondo posto il reddito e far salire al primo flessibilità e tranquillità, cambiando settore o abbandonando completamente il proprio lavoro. La realizzazione, una volta associata all’accelerazione della carriera e all’acquisizione di uno status, sta diventando sempre più legata a come ci si sente. A come si sta con sé stessi.

Il pensiero degli Z, in particolare, lo riassume bene un verso dalla canzone nichilista The World is Ending di Jacob Sigman, tanto celebrata su TikTok:

“Perché lavori così duramente? Il mondo sta finendo!
Prenditi un giorno libero, non ha senso.”

La sfida che emerge, anche dai contenuti condivisi in Rete, è quella di riuscire a bilanciare lavoro, famiglia e responsabilità sociali. Il Covid non è l’unico fattore che sta contribuendo a questo cambio di passo. Si può ricondurre l’anti-ambizione anche a una reazione contro una società che contempla lavoratori precari e sacrificabili, salari stagnanti, un clima incerto anche a livello istituzionale. Ma non c’è cupezza in tale sentimento di decrescita professionale, anzi, c’è una sensazione liberatoria della possibilità di dire, finalmente, “no”. No a compromessi, no a impegni insoddisfacenti, no a fatica senza un senso per la felicità futura.

La nuova postura non ha niente a che vedere con l’essere scansafatiche, ma è un segno di profonda maturità, di un “volersi bene” e “prendersi il proprio tempo” (senza sensi di colpa) che è mancato alle generazioni precedenti. In effetti, i video di TikTok con hashtag #slowliving sono stati visualizzati collettivamente quasi 513 milioni di volte.

La convizione che la carriera dei giovani corrisponda alla propria identità e sia la cosa più importante della vita sta vacillando: gli Z non vogliono seguire l’esempio degli Y, spesso martiri del lavoro in aziende tossiche. Se una volta l’ambizione era considerata una virtù, oggi non è più così.

Parallelamente, c’è un crescente desiderio di conoscenza di sé e di (auto) guarigione. Tra le tendenze su TikTok, interessante il “lavoro sull’ombra“, una tecnica ispirata alla filosofia junghiana che è destinata a libera il proprio bambino interiore. Ha parlato di questa tecnica introspettiva, a tratti esoterica, anche Cosmopolitan Italia qui.

L’australiana Wendy Syfret, autrice del recente libro The Sunny Nihilist: A Declaration of the Pleasure of Pointlessness, parla di nichilismo “solare” o “consapevole” sul posto di lavoro: più che la scalata aziendale, conta più il valore reale del lavoro, ovvero l’insieme di effetti tangibili che il proprio lavoro ha, dalle competenze che si sviluppano alla salvaguardia del benessere mentale.

Per gli Z ha senso investire tempo in sé stessi piuttosto che in un posto di lavoro; ha senso pensare alla propria agenda in termini di cosa si sta facendo per sé in quella data settimana, piuttosto che cosa c’è da sbrigare sulla lista di cose da fare a lavoro.

Calcetto, tavoli da ping-pong e i venerdì pomeriggio con la birretta non sono più vantaggi sufficienti a lavoro. Per i nuovi dipendenti è fondamentale che il tempo personale sia rispettato; un domani, non troppo lontano, si potrebbero dare per scontati anche anni sabbatici, assistenza all’infanzia, e completa trasparenza salariale e promozionale.

Intanto, c’è chi ha già istituito le riunioni da (massimo) 15 minuti.

Il tema dell’anti-ambizione generazionale ha anche un risvolto che riguarda l’estetica e il modo in cui si vestono. Dopo la pandemia, come riporta il New York Times, per via del lavoro da casa si è fatto sentire il calo generale dell’interesse per articoli formali come tacchi alti e vestiti. Siamo davanti a una particolare sovrapposizione: da un lato uno stile comodo per lo smartworking, e dall’altro lato uno stile che dia un po’ di pepe alla vita, anche casalinga. Ottima, a tal proposito, la newsletter Blackbird Spyplane.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 è tornata in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.