La diffamazione e le fake news: rischi e metodi di contrasto

di Simone Aragona

Nel mio precedente lavoro come praticante avvocato, ho avuto modo di osservare da vicino quali danni possa portare a un brand (nell’accezione più ampia del termine) la diffusione di una notizia diffamatoria. Questo perché il tempo in cui il danno si produce è estremamente ridotto, e ripristinare la situazione precedente, quando è possibile, può richiedere anni e molte spese. E se è vero che la rete fornisce nuove armi nella lotta all’odio, è anche vero che, dando la possibilità di raggiungere in brevissimo tempo un bacino di utenti molto ampio, questa amplifica la diffusione e gli effetti di simili comportamenti. La corsa al clikbait, poi, espone al medesimo rischio anche i media più tradizionali, rendendo il fenomeno molto più pervasivo che in passato.

Fake news e linguaggio d’odio, sono fenomeni in parte diversi e non sempre connessi. Tuttavia espongono al pericolo i medesimi diritti e in primo luogo quello di ognuno di noi ad avere a disposizione un’informazione corretta e completa in un contesto democratico. I due comportamenti, inoltre, tendono ad alimentarsi a vicenda, tanto che in alcuni casi può essere difficile persino distinguerne i confini. In molti casi poi, sono particolarmente insidiosi, proprio perché la loro combinazione può portare anche gli utenti in buona fede a diffondere odio. In breve, l’unico modo efficace e democratico di contrastare la diffusione di una notizia falsa, è il dialogo corretto, aperto e non insultante con le altre persone.

Date queste premesse, approfondiamo qui insieme il fenomeno a partire dalla comunicazione “di massa” e di metodi di contrasto che assicurino la libertà di pensiero e di informazione.

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I metodi di contrasto,
gli Stati e le piattaforme

Per capire meglio l’argomento è utile raggruppare i metodi di contrasto al linguaggio d’odio e alla fake news in tre categorie, a seconda di chi li mette in pratica:

  • uno Stato o un’organizzazione di Stati;
  • i gestori delle piattaforme online;
  • i cittadini e le altre forme di “organizzazione dal basso”.

L’Ordinamento giuridico italiano, in teoria, sarebbe abbastanza efficace nel contrasto. È previsto il reato di diffamazione (art. 595 c.p.), aggravato se compiuto a mezzo stampa o con “la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet” (Cass. pen. 23/01/17). Numerose altre norme poi, incriminano la diffusione di notizie false (tra tutte si veda il reato di c.d. Aggiotaggio art. 501 c.p.). Va comunque detto, che la tutela del diritto alla libertà di pensiero e  di informazione (art. 21 Cost.) impedisce di sanzionare di per sé molte forme, seppur lievi, di odio e falsità online.

Nell’applicazione pratica tuttavia, questo sistema si rivela spesso inefficace a causa del breve tempo in cui si produce il danno, data la propagazione esponenziale dei messaggi in rete. Lo Stato italiano non ha le risorse economiche e umane per far funzionare a regime una macchina che, nel rispetto dei diritti individuali, rimuova e sanzioni i contenuti lesivi in tempi accettabili per le vittime. In questo contesto, il legislatore risponde spesso senza aumentare le risorse, ma con iniziative meramente propagandische. Un esempio è l’introduzione dei cosidetti ADR – Alternative Dispute Resolution, metodi stragiudiziali di risoluzione delle controversie, scarsamente efficaci, specie in caso di danni gravi.

Un altro versante su cui si sta combattendo questa battaglia, è quello portato avanti in autonomia delle singole piattaforme, in un contesto sovranazionale e globalizzato. Questo genere di autoregolazione, non imposta da uno stato nazionale o da un gruppo di stati, risulta spesso occasionale ed estemporanea. La falsa informazione trova nuovi canali e nuovi metodi per combattere quella che è a tutti gli effetti la censura di un prodotto, regolata e applicata da parte del suo stesso produttore.

È interessante notare che, per ovviare a quest’ultimo problema, nel maggio del 2016 la Commissione europea e quattro colossi dell’informatica (Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube) hanno dato vita a quella che potremmo definire una forma ibrida di contrasto, elaborando un “Codice di condotta per contrastare l’illecito incitamento all’odio online”, scaricabile in formato PDF qui. Sebbene i risultati siano incoraggianti – secondo i dati della Commissione l’89% dei contenuti abusivi viene oggi rimosso in meno di 24 ore, a fronte del 40% del 2016 – resta da capire come scongiurare gli eccessi, per evitare la rimozione di contenuti non abusivi da parte delle piattaforme. Peraltro, non essendo previsto alcun obbligo di adesione e in mancanza di ogni sanzione, la tenuta del sistema sembra poggiare unicamente sulla buona volontà e sulla discrezionalità delle singole piattaforme.

Tra le innovazioni più significative del Codice di condotta va sottolineata l’introduzione del sistema dei “trusted reporter” (segnalatori affidabili) di cui parleremo più avanti.

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L’organizzazione dal basso,
i trusted reporter e il modello di Odiare ti Costa

La terza linea di contrasto alle fake news è quella che potremmo definire dell’organizzazione dal basso. Tra le più importanti, certamente l’attività di “debunking”, portata avanti da numerosi giornalisti e testate (si pensi al giornale online Open, la cui attività segue una metodologia precisa, consultabile qui). Come anticipavamo, un’altro sistema interessante,è quello dei trusted reporter, che rappresentando un modello di contrasto diffuso e scalabile, permette di raggiungere un livello di profondità e affidabilità semplicemente impensabile per un governo o un brand. Da questo punto di vista, nel panorama italiano spicca l’esperienza portata avanti dalla piattaforma Odiare ti Costa.

Tra le altre attività che svolge, la piattaforma funziona anche come un collettore di segnalazioni. Attraverso una schermata intuitiva e la compilazione di un breve form, ogni utente registrato può inviare la propria segnalazione e lo screenshot del comportamento ritenuto abusivo. È poi OtC che si occupa di verificarne la validità, segnalandola poi eventualmente alle Autorità e alla piattaforma che l’ha diffusa.

Questo permette a OtC di ottenere almeno tre risultati significativi:

  1. ridurre al minimo i tempi di verifica della segnalazione. Il form è infatti studiato in modo tale che sia l’utente segnalatore a fare la maggior parte del lavoro di ricerca e “classificazione”;
  2. raccogliere dati utili, anche statistici, sulle piattaforme più esposte al rischio di diffondere odio. Attività che permette a sua volta di elaborare regole e strategie di contrasto efficaci;
  3. individuare quelli che possono considerarsi segnalatori maggiormente affidabili, i trusted reporter. La verifica delle loro segnalazioni avrà la precedenza rispetto alle altre, consentendo alla piattaforma di focalizzare le proprie risorse nella maniera più utile.

OtC ha delle regole precise per stabilire quali segnalazioni siano abusive, e anche questo, oltre alla sua credibilità come segnalatore, le permette di essere a sua volta un trusted reporter per conto delle piattaforme online e dei governi.

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Il sistema dei trusted reporter, permette a coloro che hanno il potere di contrastare e sanzionare i comportamenti d’odio (in primis gli stati e le piattaforme) di fare i conti con un numero di segnalazioni dal peso specifico differenziato. Il metodo dei segnalatori affidabili, minimizza l’attrito costituito dalle segnalazioni non credibili, o peggio, da coloro che “inquinano” scientemente il dibattito pubblico. Il vantaggio è quello di ridurre notevolmente i tempi di contrasto all’odio, cosa che, già di per sé, contribuisce molto all’efficacia stessa del contrasto.

Il tempo è infatti il fattore decisivo per valutare l’efficacia delle misure in questa direzione. Sebbene la strada per implementare simili iniziative sia ben lungi dall’essere imboccata, lo strumento offerto da OtC lascia ben sperare.

Simone Aragona (Torino, 1990). Nel 2015 si laurea in giurisprudenza e intraprende la pratica per diventare avvocato. Dopo quattro anni di lavoro sul campo, altrettanti fallimenti nell’esame di abilitazione e due mesi a Dublino, decide che: 1) la carriera forense non fa per lui; 2) è troppo giovane per decidere cosa vuole fare da grande; 3) vuole imparare a scrivere. Si iscrive al corso di Story Design della Scuola Holden, che attualmente frequenta. Non ha imparato a scrivere, ma in compenso ha scoperto che fare il rider per Deliveroo lo diverte più di ogni altro lavoro abbia mai fatto.