La carica dei Senior nati prima del 1946, tra Covid-19 e digitale

Negli ultimi mesi, ci siamo concentrati tanto sui bambini Alpha qui su Be Unsocial, ma che cosa sappiamo degli anziani di oggi? In che modo vivono l’età della saggezza, della lealtà e del sentito apprezzamento per tutte le forme di rispetto in un’epoca così interconnessa? E soprattutto, qual è stato il ruolo dell’adozione di tecnologie domestiche in piena pandemia? Oggi proviamo a esplorare insieme il tema, per osservare insieme come anche gli scambi intergenerazionali abbiano influenzato questo ultimo loro periodo. Insomma, non si tratta di capire cosa voglia dire avere più di 75 anni in generale, piuttosto di capire cosa significhi averne 75, 85, 0 95 in questo momento.

La Silent Generation da un lato, nata tra il 1928 e il 1945, e la Greatest Generation dall’altro, nata tra il 1901 e il 1927, formano insieme un macro gruppo che possiamo ribattezzare in modo più ampio come “senior“: i nostri anziani, laddove anziani non ha una connotazione negativa.

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Cosa significa essere anziani oggi?

Nei secoli, il tema dell’età avanzata ha incontrato l’interesse di molti filosofi e ricercatori, da Cicerone, con il De Senectute, all’etnologo francese Marc Augé, nostro contemporaneo.

“[…] le persone anziane devono avere cura della loro salute fisica e intellettuale, quelle che in età avanzata regrediscono, nell’infanzia venivano considerati poveri di spirito. Certo, la vecchiaia limita alcune attività e tuttavia non esercita alcun effetto nocivo sulla mente di chi non ha trascurato di conservarne la vitalità. In altre parole: dimmi come invecchi e ti dirò chi sei stato.”

Nel suo saggio Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, Augé non si limita a ricordarci che la debolezza può interessare anche i più giovani e che se si invecchia male è per via di come si è vissuto prima, ma aggiunge anche che la percezione di chi può considerarsi anziano cambia in base alla cultura in cui una persona vive. Un altro indizio che dobbiamo considerare quando saremo online e andremo alla ricerca di tracce in Rete.

“La speranza di vita è anche un segno di ineguaglianza tra continenti e un indicatore di sviluppo. Nella mia veste di etnologo e viaggiatore non ho mai smesso di incontrare anziani che si sono rivelati più giovani di me quando io stesso non ero ancora molto vecchio. Nell’Africa Nera raggiungere un’età relativamente avanzata è un segno di forza.

La prima volta che, in Costa d’Avorio, sono stato chiamato “Vecchio!” non avevo raggiunto i quarant’anni e mi sono sentito lusingato da questa dimostrazione di considerazione. Una sensazione ben diversa e opposta alla costernazione furibonda che ho provato, molto tempo dopo, quando uno sciagurato giovanotto ha fatto cenno di alzarsi per cedermi il posto in metropolitana.”

Ma torniamo ai giorni nostri. Il 2020 è stato un anno davvero impegnativo per gli anziani, e il tema della solitudine è stato centrale per questo gruppo di persone: focolai nelle RSA incontrollati, mancanza di contatto fisico con i famigliari, dolorose morti senza nessuno accanto. Tutt’ora i senior stanno affrontando la paura della mortalità, più che mai. Inoltre, esisteva un rischio considerevole che la cosiddetta generazione silenziosa scomparisse dalle priorità governative. Eppure la realtà è che, per molti versi, è successo il contrario. Per dirne una, pensiamo a quando lo scorso novembre Joe Biden è diventato il primo membro della Silent Generation a ricoprire la carica di Presidente degli Stati Uniti. Insomma, indubbiamente gli anziani hanno ancora parecchio da dare nella società di oggi.

L’emergenza sanitaria ha anche illuminato la responsabilità della società rispetto al dovere di proteggere i suoi cittadini più anziani. Come scrive Janan Ganeshper il Financial Times, “la guerra contro il Covid-19 è stato un bel gesto da parte dei più giovani per conto dei più anziani”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato tra l’altro che l’aspettativa di vita globale è aumentato di cinque anni tra il 2000 e il 2015il più rapido aumento di questo tipo dagli anni Sessanta. Tale dato, apre una opportunità per tutti noi per capire come trarre vantaggio dalle esperienze di vita dei senior, nonché di ripensare al rapporto con loro.

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Qual è l’identikit di Silent e Greatest Generation?

Lo sappiamo: sono persone che hanno un animo più tradizionalista e conservatore, spesso con un’etica del lavoro molto forte. Fanno parte di una generazione molto esperta, tenace, corazzata: non si scoraggiano facilmente, come invece accade ai più giovani. A volte, abbiamo un po’ la tendenza a giudicarli come una fascia emotivamente vulnerabile, ma la verità è che sono piuttosto determinati e grintosi, proprio perché ne hanno passate di ben peggiori con le guerre e le crisi economiche.

Poi certo, è non si può non vedere come il Covid-19 abbia creato nuovi problemi per i senior, e la stragrande maggioranza di loro non ha avuto altra scelta che restare a casa isolato – un isolamento sociale che ha avuto effetti estremamente negativi sulla salute, fisica e mentale. In questo contesto, molti anziani hanno iniziato a familiarizzare – anche per la prima volta – con la tecnologia, con un motivo in più rispetto al passato: vedere la propria famiglia, restare in contatti con i propri nipoti. Dunque, se prima della pandemia trovavano scoraggiante l’uso di dispositivi connessi o, più semplicemente, non ne avevano avuto bisogno, oggi tanti si stanno abituando al territorio online e a tutti i vantaggi che avevano spesso sottovalutato.

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Un presente meno solitario e più inclusivo

Cresciuti in gran parte tra le due guerre mondiali, i senior hanno fatto della frugalità e della sensibilità finanziaria un tratto caratteristico, il che significa che anche oggi tendono ad essere risparmiatori migliori rispetto alla maggior parte delle altre generazioni (merito anche dell’aiuto del sistema pensionistico spesso). Eppure, nonostante queste chiare capacità, il più delle volte tendiamo a trattare gli anziani come bambini. Ma è un pregiudizio quello di pensare che “non capiscano”. In questo caso si parla di ageismo, una forma di discriminazione nei confronti di una persona in base alla sua età, dalla parola inglese ageism coniata nel 1969 dal gerontologo statunitense Robert Neil Butler. Fare in modo di non infantilizzare gli anziani è la chiave per aumentare l’inclusività.

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Una relazione timida con le piattaforme web

Se gli Alpha e i più giovani Z non hanno sperimentato una quotidinanità senza tecnologia connessa alla Rete, i senior hanno vissuto la maggior parte della loro vita solo offline. Quando internet ha fatto capolino su larga scala, i più giovani di loro erano già sulla cinquantina, troppo tardi per cambiare certe abitudini domestiche e professionali. Di conseguenza, oggi sono meno propensi a utilizzare strumenti digitali: negli Stati Uniti, ad esempio, solo il 40% degli over 75 possiede uno smartphone, rispetto al 68% dei Baby Boomer e al 90% degli X. Storicamente gli anziani sono stati più lenti a desiderare di provare cose nuove, privilegiando invece ciò a cui sono abituati (uno deimotivi per i quali è anche meno probabile che passino da un prodotto / brand all’altro). L’inizio di questa pandemia è stato un momento cruciale affinché nuovi comportamenti potessero prendere piede.

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Una rete familiare (e social) multigenerazionale

In questo periodo storico è piuttosto probabile che due o tre generazioni vivano sotto lo stesso tetto: i più giovani tardano ad andarsene di casa e, alllo stesso tempo, i più anziani preferiscono l’ambiente famigliare a una casa di cura a vantaggio di una maggiore socializzazione. Una tendenza questa che era già in atto ben prima della pandemia, essendo un’opzione reciprocamente vantaggiosa sia per i figli adulti che per i loro genitori. Grazie a ciò, gli anziani sono molto più esposti alla tecnologia e alla cultura del momento di quanto farebbero se vivessero da soli o in una pensione. Avere un simoile livello di interazione è incredibilmente benefico. Poi c’è chi è rinato per davvero. Basta dare un’occhiata al profilo della signora Baddie Winkle, star di Instagram classe 1928 con 3 milioni e mezzo di follower.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.