Inclusività nella moda: qual è il punto della situazione oggi

Dopo sostenibilità, la seconda parola più usata nel settore fashion è diventata inclusività. Ma è solo una moda della moda? È diventata davvero mainstream oppure è ancora qualcosa di nicchia e offerta solo da un ristretto numero di designer lungimiranti?

Abbiamo provato a cercare in Rete casi interessanti, e la nostra ricerca ha avuto inizio con la perdita di Karl Lagerfeld, nel febbraio di quest’anno – un’unica scomparsa all’età di 85 anni che ha trasformato l’industria del fashion e ridefinendo l’estetica del lusso.

Tuttavia, Lagerfeld era anche colui che diede vita alla divulgazione dell’idea che il grasso non è alla moda. Dieci anni fa all’edizione tedesca di Focus dichiarò che “nessuno voleva vedere donne formose“. Un mese dopo quell’infelice intervista, Kate Moss, la sua top model protetta, ha dichiarato al sito web di notizie di moda WWD che “nothing tastes as good as skinny feels“.

Chissà dunque cosa ne avrebbe pensato Lagerfeld davanti alla sua ultima settimana della moda di New York aperta proprio da un marchio plus-size. Infatti, all’inizio dello scorso febbraio, poco più di una settimana prima della morte del designer, l’attrice trans Laverne Cox ha monopolizzato la passerella per il negozio online multimarca 11 Honoré.

Parallelamente, il numero di modelli plus size alla NYFW è salito alle stelle. I marchi stanno rispondendo: a fianco di aziende storiche come Lane Bryant e Avenue, un numero crescente di etichette ha iniziato ad ampliare la propria offerta di taglie.

Approcci rappresentativi di un’industria finalmente più inclusiva oppure dovuti gesti simbolici? I social media hanno reso decisamente più immediato il confronto tra consumatori e brand sul tema. Se una volta occorreva spedire una lettera o una email con le proprie lamentele, oggi basta semplicemente fare un post pubblico e taggare il marchio in questione.

Al contempo, molti marchi sono ancora preoccupati di offuscare la propria immagine diventando inclusivi. Quando Nike ha iniziato a mostrare manichini taglie forti e para-sportivi nel suo flagship store di Londra questo giugno, non tutti erano contenti. Incredibile ma vero.

Instagram @drjoshuawolrich / Via Glamour

Purtroppo, a oggi la rappresentazione in negozio rimane entro rigorosi parametri di magrezza: una mancanza di varietà unita all’ansia da camerino significa che l’esperienza in negozio può diventare decisamente spiacevole e spesso scomoda per coloro che non corrispondono alle rigide “norme” dello shopping.

Infine, un caso interessante, che riguarda la rappresentazione maschile di Men of Manual: finalmente uomini normali.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).