In Italia non si fanno più bambini (o forse si faranno di più, chissà)

di Eleonora Ingannamorte

In questi giorni tutti parlano tanto. In qualità di lurker incallita sto cercando di ascoltare il più possibile e qualche giorno fa ho trovato questa piattaforma pensata per una co-creazione attiva con gli utenti che vuole raccontare “la mappatura delle conseguenze sociali ed economiche al COVID-19”. L’ideatore della piattaforma, Michael Jones, prima di lasciare la possibilità agli utenti di scrivere, nelle apposite sezioni dedicate a macro-temi, che vanno dall’ipotizzare come cambieranno il nostro approccio all’educazione e alla famiglia fino ad arrivare agli effetti che ci saranno sull’economia e sul mercato, ci scrive nell’introduzione:

*Come nota a margine, dalla mia esperienza personale, i membri più anziani della nostra famiglia sembrano pensare che questa situazione attuale non sia un grosso problema, mentre trovo che le persone più giovani che stanno vivendo questa situazione globale la considerino molto seria e duratura. Mi chiedo se gli esseri umani più anziani con esperienza lo vedano come un “momento nel tempo” che alla fine viene superato, ma i più giovani nella vita ne sentono la gravità maggiore.*

Poco sotto, nella sezione dedicata al Post Pandemic Impact on Family & Society, mi colpisce particolarmente un’affermazione sulla quale non ho potuto fare a meno di pensare: «Ma dai davvero? Non l’avrei mai detto». L’affermazione riporta uno schietto e pulito: Verranno fatti più bambini. Mi è tornato in mente un bellissimo articolo scritto da una giovane sociologa, Alessandra Altomare, sotto forma di lettera a suo fratello. E attenzione, non si fa menzione al COVID-19, neanche per un attimo. Buona lettura.

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In Italia non si fanno più bambini

Dell’Istruzione e dell’aumento degli early school leavers raccontati a mio fratello.

di Alessandra Altomare

Caro Andrea,
Ormai sei grande e io voglio proprio dirtelo.
Sono una ragazza lesbica. Ma ti prego di non farti influenzare da tutti quegli stereotipi che a volte questo termine porta con sé. Capirai bene che a 22 anni questo tormento ha avuto il suo tempo e che ora sono altre le mie preoccupazioni, prima fra tutte il mio futuro e in qualche modo anche il tuo.
Come giovane cittadina e giovane lavoratrice mi chiedo se prima o poi vorrò avere un figlio. Non ti chiedo cosa ne pensi delle coppie omosessuali che vogliono creare una famiglia perché – in mezzo a tutti i grovigli sociali – quello sulla Famiglia è un dibattito che non voglio iniziare.
Piuttosto parliamo di bambini: qui in Italia riuscirei a dargli una vita dignitosa? Per come stanno le cose ora, la risposta è no.

A questo punto forse mi chiederesti:

Perché? Cos’ha l’Italia che non va?

L’Italia non fa più bambini. L’Italia è un paese di vecchi. Te la ricordi la crisi economica del 2008? Forse tu eri troppo piccolo: è stata una crisi diversa, che non ha nulla a che fare con quella che stiamo passando in questi giorni. Non era così percepibile sulla nostra pelle, più un fenomeno che a sentirne parlare faceva paura ma le cui conseguenze, dicevano, le avremmo sentite più in la nel tempo.
E forse il fatto che, in Italia, la quantità di nascite è molto bassa, tra le più basse in Europa e il numero di figli per donna continua a diminuire negli anni, ecco forse questa è una di quelle conseguenze che avremmo sentito più in la nel tempo.

Ma come? In Italia si vive bene e a lungo!

In Italia si vive davvero a lungo. Lo sanno i nostri nonni. Allora perché non nascono bambini?
La verità è che qui in Italia non conviene mettere al mondo un figlio: oggi nel nostro paese, oltre 1 milione di minori vive in condizioni di povertà assoluta. Significa in difficili condizioni economiche, senza il necessario per vivere e senza servizi adeguati.
Ma c’è anche un’altra povertà da prendere in considerazione: la povertà educativa, più nascosta ma ugualmente drammatica, che agisce nel buio e che priva i bambini dell’opportunità di costruirsi un futuro, o anche solo di immaginarselo.

E lo Stato e i politici, cosa fanno?

Attraverso la manovra economica il governo decide le quantità monetarie da destinare alle varie priorità stabilite dall’agenda politica. L’Italia investe tanto nel settore per la protezione sociale, più della media europea (ed ecco perché qui si vive bene e a lungo). Ma di questi investimenti la quota destinata alle famiglie e ai minori è decisamente inferiore a quella dei paesi europei. La spesa per la protezione sociale trascura i più giovani.
L’emergenza sanitaria di questi giorni poi ci porta, inevitabilmente, a considerare alcuni scenari. C’è chi ipotizza che l’impatto sull’istruzione sarà pesante. Che alcune famiglie sceglieranno di non rimandare i propri figli a scuola per una serie di diverse ragioni. Questo spingerà le scuole ad avere meno studenti, abbassando i budget e spingendo verso il basso un sistema educativo già stressato.

Un cane che si morde la coda

L’Italia spende per l’istruzione già meno rispetto agli altri paesi europei. Il che vuol dire che tanti giovani Italiani lasciano gli studi aumentando il fenomeno degli early school leavers: già nel 2018, circa 1 giovane su 7 era fuori dal sistema di istruzione e formazione. Il che significa che anche a livello lavorativo la disoccupazione tra chi aveva solo la licenza media era quasi doppia rispetto a chi era arrivato al diploma e quasi il quadruplo di un laureato.
Oggi è impossibile fare previsioni su cosa sarà domani, però mi viene da chiedermi se così, con questo scenario, un figlio, un giorno, lo farei.

Ma quindi tu lo vuoi fare o no un figlio?

Forse deciderò di non volerlo.
Non deciderò di non mettere al mondo un figlio solo perché non avrò un marito al mio fianco o perché inseguo ideali di emancipazione femminile dal flagello della maternità, l’autonomia, la carriera.
Non deciderò di non mettere al mondo un figlio perché questo mondo è pieno di ingiustizie o perché ho troppa paura dei migranti che arrivano dalla Tunisia e di quelli che sono passati per la Libia; di quelli che ci portano la criminalità e ci tolgono il lavoro (nero).
Deciderò di non mettere al mondo un figlio in un paese in cui la politica, la sfera pubblica, è priva di senso, dove non esiste autentica partecipazione alla gestione del bene comune, dove l’azione politica altro non è che rituale comportamento elettorale volto a difendere qualche interesse materiale.
Deciderò di non mettere al mondo un figlio perché, anche se in Italia non ne facciamo, sulla Terra siamo tanti e non possiamo continuare a diventare sempre di più. I ghiacciai si sciolgono, gli incendi divampano le distese di verde, le carestie obbligano intere popolazioni a spostarsi e le ondate di caldo arrivano fin qui, nelle case dei nostri nonni. Dovevamo fermarci. Dovevamo ripensare alcune priorità.

La domanda a cui non riesco ancora a trovare una risposta è se esiste una buona ragione per far nascere un bambino oggi in questo mondo mio e tuo e di tutti gli altri. Perciò tu lo metteresti al mondo un figlio? Ma ti dico che di bambini ce ne sono tanti.
E che sarebbe bello avere un figlio.

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Eleonora Ingannamorte (Milano, 1994) fa un sacco di cose a caso che la rendono una wannabe professionista. È un’aspirante sociologa, antropologa, scrittrice, grafica, information designer, illustratrice e artista. Ha raccolto tutto questo sotto il nome di visual story designer, appellativo piuttosto pretenzioso per dire che essenzialmente le piace tradurre in storie i contenuti che le capita di incontrare e che la forma che predilige è quella visuale. Ha una passione per quelle cose un po’ inutili ma belle da guardare, nel capire il perché dietro alle cose, per le palette colore dai toni caldi.

Alessandra Altomare (Milano, 1997) studia Sociologia presso l’Universita di Milano Bicocca. Interessata ai più svariati temi della società, dell’attualità e della geopolitica, decide di frequentare la Casa della Cultura di Milano. Per lei il motivo delle cose si trova tra i perché, tra i legami significativi, all’origine delle implicazioni. Per questo si nutre di riflessioni e idee. Studia danza classica e coreologia fin da bambina e oggi danza e crea con Rename Company. L’interesse per il colore la porta nel febbraio ’19 ad essere protagonista di un vernissage dove mostra i suoi dipinti. Adora cucinare.