Imparare a usare i dati: parola a Donata Columbro di Dataninja

Creare connessioni tra i dati e le persone.

Questo l’obiettivo principale di Dataninja, hub di competenze che collega professionisti e sperimentatori intorno al magico mondo che trasforma numeri in storie. Già, perché i dati possono davvero essere entusiasmanti se letti nel giusto contesto e comunicati con modalità inaspettate. In fondo, sono ovunque intorno a noi.

Donata Columbro è giornalista e socia fondatrice di Dataninja, dove si occupa della comunicazione e della Dataninja School, piattaforma di formazione online per chi vuole imparare a comunicare meglio con i dati. Spesso è su Instagram dove con #tispiegoildato aiuta le persone a capire meglio l’attualità e il mondo che ci circonda.

Abbiamo fatto due chiacchiere con lei, buona lettura!

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Innanzitutto, che cosa è un dato?
E cosa significa per voi a Dataninja?

Un dato può essere un fatto o una cifra,  allo stato grezzo, che deve essere processato per acquisire un significato. Per noi significa anche che può derivare da un’osservazione del mondo che ci circonda, dalle nostre abitudini, da quello che hai nel piatto o che trovi sullo scaffale del supermercato: hai mai comparato l’etichetta del prezzo tra prodotti diversi? Hai confrontato dati! Potenzialmente ogni nostra azione produce dati, che diventano informazioni se processate con intenzione e se ne viene dato un significato dentro un contesto.

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Come ti sei avvicinata a questo incredibile mondo, che cosa ti ha fatto innamorare delle connessioni tra i dati e le persone?

È partito tutto dall’università, dove ho studiato cooperazione internazionale alla facoltà di Scienze Politiche di Torino. Sono stata molto fortunata perché ho frequentato diversi laboratori che ci hanno fatto lavorare sulle banche dati dell’Onu e della Banca Mondiale, abituandoci a cercare i dati alla fonte, prima di poter scrivere o parlare di un determinato paese. Sono poi diventata giornalista sempre occupandomi di cooperazione e in particolar modo di Africa, che ho conosciuto anche viaggiandoci molto: mi interessava andare a scoprire modi per dimostrare che la povertà non poteva essere l’unica storia da raccontare. E infatti, guardando i dati della propensione all’innovazione, della diffusione dei telefoni cellulari per esempio, già si poteva intuire l’enorme potenziale che avrebbero avuto nello sviluppo tecnologico del continente. Parlo di esperienze come mPesa, il primo sistema di pagamento mobile africano (prima ancora dei nostri Satispay, Apple Pay…), Ushahidi, e altri.

In più, ho sempre sperimentato anche con il self-tracking, indossando braccialetti che misuravano il sonno, i passi e il battito (e il primo esemplare l’ho visto addosso a un ragazzo kenyano nel 2013, per dire). Conoscermi attraverso i dati è stato altrettanto rivelatorio per capire che non si stava parlando di qualcosa di lontano e oscuro, ma veramente della quotidianità. E i dati potevano essere anche una chiave di lettura di un racconto o di un articolo: per esempio mappando i luoghi visitati in un viaggio in base ai passi percorsi.

Un bellissimo esempio qui.

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A che punto siamo in Italia rispetto al resto del mondo in fatto di data-driven? C’è abbastanza attenzione? Ci sono luoghi comuni da sfatare in questo campo?

Questa domanda fatta durante una pandemia mondiale che ci ha visti incollati ai dati praticamente ogni sera per due mesi coglie il punto.

Dunque, dipende dai settori. Noi che abbiamo frequentato molto quello dei giornali vediamo dei miglioramenti e anche delle piccole squadre di data journalism crescere all’interno delle redazioni, ma niente in confronto all’estero, e penso anche a paesi come la Spagna, dove proprio un italiano, Daniele Grasso, dirige il laboratorio di data journalism di El Pais. Qui da noi si procede a piccoli passi, con progetti indipendenti (vedi YouTrend, lavoce.info o OpenPolis) che si basano proprio sui dati per produrre contenuti.

A parte l’uso dei dati nel contesto lavorativo, e nei nostri percorsi formativi abbiamo incontrato aziende che partivano da zero così come aziende con squadre di data scientist che comunque hanno trovato utile anche rifare da zero un percorso sui dati, quello che secondo noi manca di più è la cosiddetta data literacy, la capacità di leggere e capire i dati. La disinformazione circolata in questi mesi sul virus ha fatto emergere ampiamente questo problema, alimentato anche dal fatto che non tutte le pubbliche amministrazioni regionali rilasciavano dati in formato open source, permettendo agli scienziati e ai giornalisti di usarli per fare ricerca.

Come ha scritto recentemente il mio socio Nicola Bruno, viviamo proprio in un’era data-informed ma in Italia non siamo ancora pronti.

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Nei tuoi anni di lavoro, c’è qualcosa che davvero ti ha sorpresa riguardo il potere dei dati? Qualcosa che, prima di approcciarti alla materia, proprio non ti saresti mai aspettata?

Ogni volta mi sorprende come dai dati si possa ricavare un’idea, un’intuizione, che prima non avevi: può essere una storia, un aspetto della realtà di cui non ti eri resa conto, un’ingiustizia che non avrebbe potuto essere scoperta altrimenti. Succede anche con piccoli esperimenti, come la mappa della vulnerabilità, che ho imparato a fare a un workshop di UN Women, e ovviamente anche con lavori più impegnativi, come quelli a cui abbiamo collaborato negli anni nei diversi giornali italiani (dall’Italia delle slot a Migrants Files).

Uno screenshot da Italia delle slot, sulla città di Torino

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E infine, la scuola di Dataninja.

In che modo grafici e le tabelle possono trasformarsi in racconto? Qual è la prima cosa che insegnate ai vostri studenti?

Quello che cerchiamo di trasmettere agli studenti è che dati e numeri non si trovano solo dentro “noiosi e grigi” fogli di calcolo. I dati riguardano la nostra vita e quello che possiamo ricavarne sono insegnamenti per capire come funzioniamo – per esempio raccogliendo dati sui nostri gusti musicali o letterari – oppure aspetti sconosciuti di un fenomeno che abbiamo deciso di analizzare. Le rappresentazioni che decidiamo di dare ai dati poi possono avere un impatto enorme sulla vita delle persone: pensiamo al grafico che abbiamo condiviso tutti, quello che diceva “Abbassa la curva” (Flatten the curve), dimostrando che con le misure di distanziamento e il lockdown avremmo evitato il collasso del sistema sanitario. Ma anche alle “strisce di calore” realizzate dallo scienziato Ed Hawkins per dimostrare una volta per tutte che il riscaldamento globale è reale.

Uno screenshot da showyourstripes.info sull’Italia

Ai corsi come prima cosa insegnamo che non ti serve padroneggiare uno strumento senza sapere esattamente cosa vuoi raccontare e cosa vuoi fare con i dati. Prima vengono le domande, l’osservazione e poi gli strumenti. Che aiutano, certo, anche a rispondere quelle domande, ma i lavori di come Mona Chalabi e Giorgia Lupi dimostrano che con il disegno a mano puoi comunque raccontare storie d’impatto. In più, crediamo che per capire i dati e i grafici, anche quelli che leggi sul giornale, sia fondamentale mettere le mani in pasta. Sperimentare, con i propri dati, magari sbagliare ma apprendere allo stesso tempo cosa rende efficace un lavoro basato sui dati.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Alla ricerca di small data con l’etnograifa digitale per la collana Tracce di Hoepli.