Il paradosso della vita in van, in viaggio con l’estetica Millennial

di Laura Izzo

Camperisti che abbracciano l’estetica di Instagram, nomadi con acchiappasogni appesi allo specchietto retrovisore, bohèmien con abiti gipsy e libri di Jack Kerouac nello zaino:  sono i nuovi nomadi, i vanlifer. Credo che a chiunque sia capitato di scorrere il feed di Instagram e di imbattersi in foto di viaggio che si riconoscono grazie a un’estetica Millennial: foto patinate dai toni caldi, gambe che sbucano da un portellone di un furgone, ragazze in abiti di macramè o coppie di surfisti con le tavole impilate sul portabagagli. Nell’ultimo decennio si è fatta largo tra la Generazione Y la tendenza di aprire blog o semplicemente profili social e viaggiare in mini case attrezzate; ragazzi alla ricerca di una vita oltre gli standard, sfruttando la visibilità che l’algoritmo di Instagram può garantire a chi ne fa un uso sapiente.

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Dai sessantottini ai Millennial su Instagram

Risalendo all’origine di questa moda è facile assimilare l’idea della vanlife ai sessantottini, all’epoca dei figli dei fiori e di Woodstock, dove in un Volkswagen anni Sessanta si riunivano giovani anticonvenzionali affamati di libertà e alla ricerca di un mondo nuovo. L’immediata evoluzione di questo fenomeno giunse con l’avvento dei camper, negli anni Ottanta, quando i boomer erano alla scoperta di un modo nuovo di viaggiare, diverso da quello tradizionale vissuto con i genitori. Un’intera generazione inizia ad acquistare camper, roulotte e case mobili sulla scia della moda del grande boom americano; era un simbolo di libertà, fisica ma anche simbolica, dopo un’epoca in cui i dettami sociali erano molto più serrati di quelli che possiamo immaginare oggi.

Fino agli anni Duemila, l’idea del viaggio on the road era diversa dalla versione social che conosciamo: si era alla ricerca di camper extralusso, chic e alla moda, in modo da ricostruire completamente un mini appartamento di città. Data snodo di questo processo è il 2007, anno in cui esce il film Into the wild, tratto dal libro omonimo sull’avventura di vita di Christopher McCandless, un giovane ragazzo che decide di abbandonare la civiltà per vivere a contatto con la natura e riscoprire i valori veri della vita. Tralasciando il finale tragico (ops, spoiler), questo film ha influenzato fortemente l’immaginario storico di questo stile di vita e lo ha portato alla luce e reso trendy. Ecco spuntare qua e là in giro per il mondo novelli Christopher, giovani che decidono di abbandonare la propria routine accogliendo in cambio questo unsocial lifestyle

Unito alla ricerca di una vita autentica si associa il fenomeno della vita sulla strada. Van, furgoni, macchine, persino alcune Panda Fiat 4×4 vengono trasformate in mini case mobili, con un letto, un piccolo angolo cottura, e tutto ciò che si rivela essenziale alla vita. Minimal è la parola d’ordine. Ogni cosa, all’interno del van, deve essere ordinata e organizzata. Lo spazio ristretto costringe a limitare le cose non essenziali. 

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Sulla strada… del digitale

Negli anni successivi il fenomeno acquisisce popolarità e la vita del vanlifer in breve tempo diventa moda, costruendo attorno a questo stile di vita unestetica precisa, che ben si sposa con i canoni di Instagram. All’interno dell’orizzonte digitale questo tipo di uso dei social è generalmente riconosciuto come uno dei più profittevoli: creare post, e scattare fotografie in grado di attirare l’attenzione, attenzione che porta con sé like, follower, condivisioni e, in maniera indiretta, sponsorizzazioni e guadagni. Questi post ben si accompagnano allo stile hygge, parola svedese che sta a indicare una sorta di chill rilassante, realizzato con coperte in plaid, libri, verde intorno e cappelli bohémien; stile fortemente in sintonia con la patina millennial che troviamo su Instagram, che si fa promotore di semplicità e ricerca dell’essenziale. Cosa che, forse, in fondo non è, come viene spiegato qui

Tuttavia, sebbene Instagram li abbia consacrati al digitale, non è il loro unico territorio d’azione: Facebook pullula di pagine e community di ogni genere dove i vanlifer comunicano tra di loro. Troviamo dal gruppo diviso per nazionalità a quello riservato solo alle vanlifer donne che, come in quasi tutti i gruppi chiusi sul social, dispone di regole ferree per la condivisione di post e immagini. È utile a questo punto, introdurre un’altra distinzione: quella con i veri e propri “Nomadi digitali”. La loro caratteristica questa volta non è necessariamente quella di vivere in case mobili alla stregua del vagabondare, ma di lavorare in smart working (sì, lo so, oggi non ne possiamo più di sentirlo nominare) in qualsiasi parte del mondo si trovino. Sono principalmente freelance, liberi professionisti, creativi. Ci sono quelli che si definiscono nomadi professionali: sono persone che hanno scelto come loro ufficio il mondo intero. Alcuni di loro, tra l’altro, hanno scritto consigli per tutti quelli che oggi, in quarantena, si trovano a dover far fronte a questo famigerato smart working; stile di lavoro che loro sposano tutto l’anno.

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Un hashtag che diventa trend

Il paradosso? Una vita nata per eludere le comodità e le leggi imposte dalla società finisce con lucrare grazie ai social media e alla tecnologia, che permette ai nomadi moderni di condividere e pubblicare contenuti sui vari media. Una ricerca della libertà, che si nasconde dietro ricerca di notorietà, a caccia di follower con hashtag e tag studiati. L’obiettivo viene in qualche modo raggiunto, tanto che da fenomeno di nicchia e di anticonformismo, nel 2019 viene nominato da famosi magazine femminili “la tendenza di viaggio 2019”. Ed è da qui che, partendo dagli Stati Uniti, dilaga in Europa e Asia diventando virale.

Insomma, pare che il fenomeno piaccia. La storia della nascita e dello sviluppo del trend su Instagram è interessante. Nel 2012, una coppia statunitense, Emily e Corey, decise di intraprendere lo stile di vita della vanlife, per porre fine ai litigi di coppia e ai problemi legati a una vita di routine. Inizialmente il piano era quello di stare in viaggio sei mesi. Ebbene, non hanno ancora smesso, hanno aperto un profilo Instagram @whereismyofficenow dove condividono la loro nuova vita fuori dalla civiltà, che li ha consacrati alla notorietà sui social. Il seguito si fece subito interessante, raggiungendo in breve tempo migliaia di follower, a oggi 171 mila. Diedero vita per la prima volta all’#vanlife, che conta più di 6 milioni di post e raccoglie foto e video con soggetti di vario genere: dal gruppo di ragazze in vacanza di laurea, alla coppia in luna di miele, al solitario in cerca di sé stesso. 

dal profilo Instagram @whereismyofficenow

Quella di Emily e Corey è diventata una case history, documentata dal New Yorker in un articolo di Rachel Monroe, che chiama questo fenomeno The bohemian social media movement. Lo stile di vita che promuovono è una costante ricerca di autenticità nella natura e nella vita semplice. Ma fino a che punto la fama sui social può interagire con questo? Quanto è possibile preservare il principio più autentico senza scendere a compromessi con le dinamiche dei social? La maggior parte dei post paiono atti a ricostruire uno stile di foto che segue sempre gli stessi dettami e continuano ad attirare attorno al proprio profilo follower interessati a sognare a occhi aperti sulla vita di qualcun altro.

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Senza confini

Oggi, che noi siamo tutti rinchiusi nei nostri appartamenti, più che mai amiamo viaggiare con la mente e sognare evasioni. Girando tra Facebook, Instagram e Twitter è facile notare come una delle principali azioni che la gente desidererà fare non appena avremo il via libera sarà ritrovare la libertà dello spazio aperto, della natura

Da qualche settimana è stato lanciato su Instagram l#poivorrei, dove ognuno può postare una foto con una frase che riguardi quello che non vede l’ora di fare. Inutile dire che tantissimi fanno riferimento agli spazi aperti, al mare e alla montagna, alla campagna e ai prati; alla libertà di poter muoversi e fare quello che si vuole con la propria vita. In altre parole il messaggio e lo stile di vita promosso dai nostri vanlifer che, dopo la quarantena, non pochi torneranno ad apprezzare. Perché in fondo, avere possibilità di scegliere per sé stessi è la più grande conquista dell’uomo moderno, e oggi ci viene privata. In questi giorni, abbiamo modo di pensare al nostro lavoro, alla nostra vita, se è effettivamente quella che abbiamo sempre sognato. Abbiamo la possibilità, in questa emergenza chiamata Covid-19, di resettare ciò che non appagava nella vita di prima e ripartire, si spera presto, con solamente ciò che rende felice e soddisfatti. E non è in fondo quello che hanno fatto tutti i “vagamondi” che hanno scelto la vita essenziale e abbandonato comodità e posti fissi in ufficio? È nella libertà di scelta e movimento che risiede la vera felicità. 

Per quanto sui social possa essere autentica.

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Laura Izzo (Giaveno, 1996), è una di quelle persone che si identifica con il segno zodiacale: acquario ascendente leone. Nata e cresciuta in mezzo al verde, custodisce gelosamente questo suo lato bucolico. Background di cultura classica, oggi si appassiona di web, libri e giornalismo culturale. Sogna di riuscire a coniugare la cultura umanistica con quella digitale. Si definisce fluida e sfaccettata, ma anche pragmatica e dinamica. Il pensiero laterale è il suo mantra. Vorrebbe un van con cui fuggire ogni tanto. Dopo una laurea in Lettere, oggi frequenta il college di Story Design alla Scuola Holden.