Il lockdown a Firenze: etnografia tra gentrification e trend online

di Silvia Balestri

A inizio maggio, tra polemiche su congiunti e bollettini della protezione civile, scorrendo il feed di Facebook a un certo punto mi ha colpito un articolo: Firenze è sul lastrico. Nardella: “non ho soldi per riaprire i musei. Lei, la culla del Rinascimento tanto bella e costosa, da essersi negli ultimi anni svuotata dei cittadini sostituiti da persone di passaggio, più effimere della sua stessa bellezza. Da qui, una domanda mi è sorta spontanea: ha fatto più danni o benefici la gentrification?

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Firenze tra tradizione e innovazione

Circoli mediatici mainstream e politici del momento hanno spesso messo a tacere i pochi che cercavano di far emergere queste dinamiche complesse che cambiavano il tessuto sociale e lo sguardo dei quartieri, trasformati in “Disneyland delle grandi città” come riporta il libro Gentrification del professore di sociologia Giovanni Semi. Le attività che hanno spento per anni la loro inventiva perché sempre riempite da qualcuno che di cibo e cultura italiana si appropriava senza averne consapevolezza, adesso si trovano a confrontarsi con un pubblico informato e un portafogli vuoto.

Eppure se da un lato la gentrificazione regna sovrana da anni, dall’altro lato la vera tradizione non si è mai davvero spenta e c’è chi torna alle antiche tradizioni. Uno dei migliori esempi è la storica gelateria in via dell’Isola delle Stinche, Vivoli, che ai primi di maggio ha iniziato a servire gelato e caffè dalla buchetta del vino, un piccolo sportello creato nel Cinquecento vicino ai portoni dei palazzi signorili, per passare il vino ai viandanti.

Durante l’emergenza sanitaria, a dialogare con i cittadini storici ed acquisiti, ci sono stati cartelli, bandiere e striscioni, diffusi in tutta la città da privati e commercianti, con tanto di appelli alla simpatia e all’affetto nelle affisioni sulle vetrine dei locali, laddove fino all’altro giorno non si scrivevano più di due parole in inglese, come compromesso all’amicizia forzata dei nuovi invasori. Via via insomma si sono andate a creare nuove forme di pubblicità e di interazione con un pubblico che è il vicino di casa che fino a mesi fa non si sapeva nemmeno chi fosse; un fenomeno che non è per niente nuovo in altre metropoli del mondo (per esempio, con le lavagne esposte fuori e messaggi ai potenziali avventori).

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Percorrendo le strade dei turisti

Dopo settimane di notizie e foto in Rete, ho deciso di intraprendere, senza nessuna pretesa, un percorso insolito nel capoluogo toscano che si stava riappropriando dei suoi tanti cittadini. L’itinerario inizia da due luoghi simbolo del turismo: la stazione di Santa Maria Novella che sfoggia un rinnovato pavimento con frecce direzionali, per mantenere le posizioni e le distanze tra i passanti, e piazza Duomo, svuotata dal flusso dei visitatori e con molte saracinesche delle attività commerciali abbassate, senza nessuna scritta affissa.

L’elegante centro storico, tra le facciate delle chiese chiuse, vicoli ombrosi e palazzi rinascimentali fa emergere nella mia mente un’immagine di un luogo nostalgico, un dipinto con un fascino retrò, cosparso di ammonimenti, macchiato da scritte e ricoperto da bandiere italiane. Pensando ai quadri, ricordo il metafisico Enigma di un pomeriggio di autunno di De Chirico, che rappresenta piazza Santa Croce, ennesima attrazione citata nella fulgente topten del turismo di massa, adesso piena di bambini che giocano a calcio e pochi commercianti che pensano a un fatturato che sembra irrecuperabile.

Raggiungo la sede del potere civile, piazza della Signoria, presidiata dalla Rai e dall’esercito, per poi addentrarmi nelle vie secondarie dove tra i molti graffiti, trovo il murales omaggio alla giornalista Giovanna Botteri (della quale tornerò a parlare tra poco) in veste di eroina.

La solitudine di Firenze è presente anche sul Ponte Vecchio, famoso per le sue vetrine scintillanti di gioielli, che adesso sono serrate dai battenti lignei ricoperti da una scritta su carta gialla: “Ponte Vecchio e le sue botteghe da sempre simbolo del patrimonio artistico fiorentino, in Italia e nel mondo resterà chiuso…”.

Attraversando il ponte, arrivo nell’Oltrarno e nel quartiere di San Frediano, celebre dal 2017 per la narrazione patinata della Lonely Planet come quartiere più cool del mondo, che durante la pandemia torna alle sue origini popolari e solidali, appendendo dalle finestre cestini con un biglietto affisso: “se puoi lascia, se non puoi prendi”.

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Tra trend e dissidenti

Tutto cambia nella città durante la pandemia nuove scritte, simboli, parole, sulle vetrine, tra le strade e sopra i muri dei vicoli che diventano tele imbrattate, da un lato i graffiti che raccontando le città come apparizioni di illegalità e propaganda e dall’altro i murales che esaltano i personaggi mitologici di oggi.

Esemplare è il murales dedicato alla giornalista Botteri, corrispondente Rai dalla Cina, protagonista di una notevole impennata nei trend tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. Uno spiacevole chiacchiericcio sul suo look in una puntata di Striscia la notizia, che ha portato all’attenzione di tutti un personaggio che era già in tv dal 1985 non per la sua preparazione ma per uno spiacevole fenomeno definito bodyshaming. È anche attraverso questa fervente polemica che nasce il murales con tecnica paste-up, dedicato all’inviata speciale, realizzato il 20 maggio in una strada nei pressi di piazza della Signoria dal duo di artiste Lediesis che sono solite rappresentare le eroine della società contemporanea.

La coppia di artiste, con un grande seguito di follower su Instagram (più di 12 milioni), con il post della giornalista che fa l’occhiolino hanno collezionato milioni di like, centinaia di commenti – anche di molti curiosi che come me cercano la loro opera tra i vicoli.

Con meno successo mediatico rispetto ai murales, ma molto presenti dopo la fase acuta dell’emergenza sanitaria, sono spuntati nuovi graffiti che si susseguono in varie vie; tra questi emergono quelli di protesta verso il processo di gentrificazione amplificato da Airbnb. Creata nel 2008 da Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, la compagnia ha negli anni raccolto una massiccia partecipazione degli utenti ma anche una compatta schiera di oppositori, che si palesano su instagram tramite svariati hashtag come: #antiairbnb, #airbnbkills, #boycottairbnb #airbnbnightmare e il più popolare e irriverente #fuckairbnb, con il maggior numero di post, localizzati soprattutto in città europee tra Atene e Barcellona. Seguendo gli hashtag degli antagonisti di Airbnb per le strade del mondo, si può notare un senso di rabbia misto a rivalsa da parte di chi si oppone a un sistema consolidato tramite scritte, stencil e meme a volte ironici ma sempre taglienti.

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La normalità è un’utopia?

Giugno inizia tra celebrazioni e ritorni alla normalità: lo sgomento del virus sembra calare insieme ai suoi contagiati in tutta la Toscana ma cresce il velo di vuoto che ha inondato l’intero fenomeno di affitti e turismo. Un grande business per la città, tra le tasse di soggiorno e il boom degli affitti brevi, Firenze si è aggiudicata nel marzo 2019, secondo le indagini Sunia, il secondo posto in classifica delle più care in Italia, solo preceduta da Milano.

La società globalizzata e i suoi mezzi mediatici, non si erano mai preoccupati di quello che gli imbrattatori dei muri con poca popolarità su Instagram avevano cercato di descrivere, ma l’arrivo del Covid-19 e le notizie di una crisi legata a una continua perdita edilizia, iniziano a fare eco sui titoli delle riviste locali – Firenze svuotata dal coronavirus in città 30 mila camere deserte – e giornali nazionali – Nardella: è come l’alluvione aiutateci a salvare Firenze – in una città che diventa fantasma come i writer.

Riappropriarsi della città al di là delle sue speculazioni, mantenendo un equilibrio tra innovazione e tradizione senza mai sentirsi invasi, sembra una delle più grandi utopie anche senza turisti, perché come scrisse Foucault: “il potere in sostanza si esercita di più di quanto se ne possieda”.

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Silvia Balestri. Laureata nel 2012 in storia dell’arte all’Università di Firenze, ha lavorato nell’arte tra Roma, Londra e Milano per poi ritrovarsi di nuovo a Firenze a insegnare per sei anni italiano e storia dell’arte. Ha fondato nel 2018 un gruppo di scambio culturale e linguistico tra la comunità di cinesi e italiani a Firenze e collaborato con varie associazioni interculturali. Mantenendo negli anni una forte propensione a tutto ciò che si può vedere senza il filtro protettivo, si è iscritta nell’ottobre del 2019 al corso Media, Comunicazione digitale e Giornalismo all’Università Sapienza di Roma.