Il futuro del post-Coronavirus sarà più o meno sostenibile?

La pandemia ha accelerato molte dinamiche nelle società di tutto il mondo, rimodellando la vita quotidiana e le priorità delle persone probabilmente in modo permanente, se non altro per evitare ulteriori focolai. Non sappiamo quanto durerà questo periodo di transizione, ma possiamo iniziare a porci le domande giuste. Ad esempio, il futuro sarà più equo, sostenibile, collettivo? La tecnologia darà una mano? L’emergenza sanitaria è stata capace di cambiare anche le città e dunque il nostro modo di vivere gli spazi urbani, come già era accaduto in passato. Ad esempio, i Thames Embankment, gli argini londinesi, sono stati frutto di un’innovazione vittoriana progettata per mascherare un sistema fognario all’avanguardia costruito per sostituire le fognature a cielo aperto della città dopo svariati focolai di colera. Al contempo, in pochi sanno che una parte dello skyline di New York è stato parzialmente costruito per mitigare la diffusione della tubercolosi dispersa nell’aria.

E se il Coronavirus fosse davvero un’opportunità concreta per reimmaginare le società urbane? Il blocco ha contribuito a dimostrarci, nel piccolo, che esiste un modo diverso di usare le nostre strade, un modo migliore. E che è possibile respirare aria pulita e profumata dai nostri balconi, anche in pieno centro cittadino. Nel nostro ebook Back To The Future il professore ordinario di urbanistica all’Università di Palermo Maurizio Carta si augurava questo:

Dobbiamo cambiare il nostro modo di abitare il pianeta. L’urbanistica postpandemica dovrà ripensare le città come ecosistemi circolari non dissipatori, tornando in omeostasi con il pianeta. Per l’Italia è un recupero della sua migliore tradizione urbana, fatta di città più compatte ma porose, sostenibili ma creative e che dialoghino con rispetto con la natura. Città che vivano come le barriere coralline, dove persone, acqua, cibo, energia, natura cooperino in maniera circolare senza scarti e rifiuti.

Anche i luoghi di vita cambieranno, diventando più ibridi per accogliere la società circolare: case, ospedali, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei interpreteranno più ruoli in una nuova e più complessa sceneggiatura urbana. Insomma, dobbiamo entrare nel Neoantropocene!

Il lockdown ci ha anche fatto capire che i collegamenti con la propria comunità locale – dai vicini ai negozianti – sono cruciali in caso di difficoltà o tempi incerti. Abbiamo smesso di fare affidamento ai supermercati online, e siamo tornati al fruttivendolo sotto casa, per fare un esempio. Inoltre, l’abbraccio sonoro dai nostri balconi i primi giorni ci ha insegnato una differenza sostanziale: la separazione fisica non significa isolamento sociale.

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La connessione tra politiche ambientali e sanitarie

Vogliamo essere ottimisti: ci sono segnali promettenti che il Coronavirus stia avendo un effetto pro-società e pro-ambiente. In parecchie città di tutto il mondo, le autorità cittadine stanno implementando misure temporanee per incentivare gli spostamenti, promuovere il distanziamento fisico, garantendo ordine e igiene per non cedere all’inquinamento delle auto private. Milano ha aggiunto 35 chilometri di piste ciclabili e un maggiore spazio per i marciapiedi in modo che i pedoni possano fare acquisti in sicurezza e frequentare bar all’aperto con meno possibilità di assembramenti. Nel Regno Unito, invece, il governo ha annunciato un pacchetto da due miliardi di sterline volto a potenziare la possibilità di passeggiare e di andare in bicicletta, nonché volto alla promozione di veicoli elettrici e sistemi di noleggio di bike e e-scooter.

Sempre nel nostro ebook, l’AD di Luz Alice Siracusano ci invita alla riflessione:

Sostenibilità non è “essere brave persone” ma evolverci preservando tutte le risorse. L’abbiamo capito perché abbiamo davanti agli occhi le implicazioni del comportamento opposto. “Se fossimo stati a casa avremmo meno infetti”, “se non avessimo tagliato le spese sanitarie avremmo più letti”, “se le aziende non avessero fatto tanto affidamento sulla Cina…”

Il virus è stato più furbo di noi. La sua comunicazione è efficace perché oltre ad avere una forte portata emozionale, ci rende protagonisti e ha implicazioni concrete. Impariamo la lezione! Nel racconto della sostenibilità, dobbiamo dar voce agli effetti più che alle cause: l’impresa che ha agito in modo etico dev’essere solo un pretesto narrativo, dobbiamo invertire l’obiettivo e porre l’accento sulle ricadute nella vita delle persone…

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Hub interconnessi come Milano, New York e Hong Kong sono stati vettori terribilmente efficaci per il virus e hanno subito il peso maggiore dei suoi impatti. Ma se da un lato il Covid-19 potrebbe aver temporaneamente rallentato l’immigrazione verso queste città, lo storico delle epidemie passate indica che aumenterà di nuovo una volta superato il boom. In seguito, l’urbanizzazione sostenibile – un concetto monitorato dalle Nazioni Unite nel 2018 quando prevedeva che entro il 2050 il 68% della popolazione mondiale avrebbe vissuto nelle aree urbanepotrebbe diventare una priorità per le autorità locali e nazionali. Dopo tutto, un’analisi dei decessi per Coronavirus in Italia, Spagna, Francia e Germania ha rivelato che il 78% si è verificato nelle cinque aree con i più alti livelli di inquinamento atmosferico.

Inoltre, come riferisce sempre il The Guardian, uno studio dell’Università di Harvard, coprendo il 98% della popolazione americana, ha scoperto che un piccolo aumento dell’inquinamento da particelle fini nei due decenni precedenti era collegato a un aumento del 15% del tasso di mortalità Covid-19. In Italia, tra l’altro, a inizio maggio è uscito un interessante ebook gratuito firmato da Nicolas Lozito per approfondire e capire il rapporto che intercorre tra coronavirus e cambiamenti climatici.

Come sappiamo, durante il blocco il livello di l’inquinamento è sceso precipitosamente poiché i veicoli sono rimasti fermi e le restrizioni degli spostamenti hanno ridotto il numero di voli a livello globale. Per settimane abbiamo visto cieli più chiari, strade più tranquille, riuscendo anche ad ascoltare il canto degli uccelli. L’inquinamento atmosferico non è l’unica sfida legata alla sostenibilità che deve essere affrontata adesso che le città stanno riaprendo alla nuova normalità. Il Covid-19 ha messo in evidenza quanto siano fragili le reti globali interdipendenti di industria, cibo e commercio. Ma per entrambe le questioni, la lezione principale che possiamo imparare è che l’azione preventiva è molto importante: prima agiamo, meno distruttivi saranno gli impatti a lungo termine.

La soluzione, dunque, sarà spostarsi verso le zone rurali? Sul portale francese Seasonly.fr la fuga in campagna – pur sempre con un’eccellente connessione wifi – prende il nome di “le fugu“. nel pezzo viene anche proposto un test visivo per capire se potremmo prendere in considerazione uno spostamento dalla città alla natura, da provare.

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L’esasperazione delle disuguaglianze latenti

I Paesi con forti sistemi di welfare e livelli relativamente bassi di disparità di reddito, come Norvegia, Islanda e Danimarca, hanno gestito meglio la crisi, segnalando meno casi e morti rispetto alle nazioni con situazioni più eterogenee. Al contrario, gli Stati Uniti, dove la disparità di reddito è considerevolmente maggiore, hanno il numero più alto di decessi e infezioni al mondo (a influire poi c’è anche tutto il discorso della sanità privata, certo). Secondo un’analisi condotta dai professori Harold Clarke e Paul Whiteley, il cosiddetto coefficiente di Gini – una misura della disuguaglianza di reddito – ha un impatto quasi altrettanto grave.

Il regista e storyteller Alessandro Avataneo nel nostro ebook rifletteva su questi temi così:

Questa pandemia non è la prova più difficile che ci attende. Per la prima volta nella storia dovremo affrontare una tempesta perfetta: la peggiore crisi economica globale mai vista, la deriva autoritaria delle democrazie e l’emergenza climatica che sta bruciando il pianeta. La natura ci presenta il conto, perché dal punto di vista della Terra il virus siamo noi. Tuttavia, abbiamo un’ultima occasione per imparare che l’umanità è una, che economia e politica devono essere al servizio delle persone e non viceversa. […]

Nell’emergenza, scienziati e umanisti hanno di nuovo voce. Il futuro dipenderà da come cambieremo i nostri comportamenti individuali: nei consumi, alle urne, nell’attenzione verso gli altri, nel modo di lavorare, spostarci e assumerci responsabilità all’interno delle nostre comunità.

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C’è un tema poi paradossale: anche le iniziative sostenibili possono essere ineguali. Il miliardario della Silicon Valley Peter Thiel in passato aveva già acquistato immobili in Nuova Zelanda per presumibilmente costruire un bunker su misura e autosufficiente in vista del giorno del giudizio. Scrivendo di un gioco da tavolo in cui i giocatori mirano a prosperare sulla scia di un’apocalisse acquisendo diritti terrestri e di risorse remoti, il giornalista Mark O’Connell nota come l’idea rappresenta “una logica apocalittica del progresso: un movimento lontano dallo stato nazionale, lontano dalla democrazia e infine lontano dalla stessa terra devastata“. Come suggerisce l’autore, infatti, molti di quegli super ricchi che possono permettersi tutto si stanno allontanando dal problema, piuttosto che investire sulla ricerca di soluzioni.

Ma anche altre iniziative più piccole possono avere difficoltà a essere pienamente inclusive. Lo studio di architettura danese EFFEKT ha aperto la strada a ReGen Villages – iniziative di sviluppo ecologico alimentate da energia solare e da biogas, dove gli abitanti possono coltivare alimenti biologici, allevare bestiame e riciclare l’acqua. Un programma altrettanto ambizioso è stato lanciato lo scorso anno dalla città di Tulsa, in Oklahoma: il Tulsa Remote promette una sovvenzione di 10.000 dollari, uno spazio di co-working e un appartamento verde nel centro città per i colletti bianchi disposti a trasferirsi qui. Ma ecco che, entrambi i progetti, risultano assai costosi, esclusivi e non contribuiscono ad affrontare le insicurezze di coloro che hanno basso reddito o difficoltà finanziarie (molti dei quali, tra l’altro, sono risultati “lavoratori chiave” durante la pandemia).

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I profondi benefici della cittadinanza attiva

Dopo l’esperienza della gestione dell’emergenza sanitaria, molti cittadini potrebbero rinforzare la diffidenza nei confronti dei governi, soprattutto se le loro politiche (o sviste, chiamiamole così) hanno contribuito a morti evitabili. Allo stesso tempo, però, in tanti hanno riscoperto i legami con le comunità locali: aiutati da app e social network, gli schemi della comunità e i gruppi di mutuo soccorso si sono moltiplicati durante la crisi. Tutto ciò è stato particolarmente visibile nelle città, dove l’idea di conoscere il nostro vicino di casa è quasi utopia – figuriamoci aiutarlo con la spesa. Siamo tornati a essere, forse, più umani.

Il pubblicitario Paolo Iabichino sul nostro ebook scrive:

Sono stanco di rispondere a “come sarà il nostro mondo dopo il Coronavirus”. Al massimo voglio scrivere di com’era il nostro mondo prima, posso inanellare parole su come sia il mondo durante questa salvifica quarantena, ma come sarà dopo, no, basta.

Sì, ho scritto salvifica. Perché ci ha ridato un’idea di tempo che avevamo perso di vista, ci ha restituito l’idea del contatto fisico che avevamo dato per scontato e relegato alle convenevoli smancerie da happy hour. Ci ha ridato le telefonate, la cucina, i puzzle, i vicini di casa, i negozianti di quartiere, gli sguardi dentro le riunioni, i vecchi, la solidarietà e un sacco di altre cose. Le avevamo anche prima, semplicemente le avevamo dimenticate.

E dopo, chissà.

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A proposito del dopo, l’autrice Jia Tolentino sul New Yorker suggerisce che sebbene ora si siano formati gruppi di aiuto reciproco in risposta alle avversità, i loro impatti possono durare a lungo, anche dopo che la minaccia immediata sarà stata eliminata: “ci sono quelli che vorranno tornare alla normalità dopo questa crisi e ci sono quelli che decideranno che ciò che era considerato normale prima era la crisi stessa”.

È altrettanto interessante anche vedere come la pandemia abbia accelerato uno spostamento generazionale negli atteggiamenti verso l’azione comunitaria – che non sono più prerogativa esclusiva della Generazione Z. In questo contesto, è probabile che le città riescano a ricostruire in modo più green ed equo la quotidianità, soprattutto se permetteranno questa inclusione generazionale. Adesso il tema tocca tutti da vicino.

La project manager Lea Iandiorio scrive nel nostro ebook:

Se non ci fossero persone ricoverate e bollettini quotidiani su morti e nuovi contagiati, sembrerebbe di vivere un’enorme prova generale di quello che potrebbe essere la nostra vita (riduzione dell’inquinamento, tecnologia digitale al servizio dell’educazione, maker che producono beni essenziali con stampanti 3D, sviluppo dell’economia di quartiere, lavoro flessibile). Per quanto si possa essere visionari non è possibile sapere come andrà la “prima” quando il sipario si alzerà.

Ognuno di noi può però provare a essere autore o testimone di un esperimento riuscito in questa prova generale. Io ad esempio penso che sia possibile la costruzione di reti territoriali che mettano insieme il mondo profit e non profi per affrontare i reali bisogni della comunità; oppure che il nostro Paese possa mettere tra le priorità il contrasto alla povertà educativa investendo nello sviluppo delle competenze trasversali.

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Le opportunità all’orizzonte per i brand

E le aziende, in tutto questo? Durante l’emergenza sanitaria, l’igiene è diventata una priorità assoluta, superando anche l’esigenza di vivere in modo sostenibile, se pensiamo alla scelta di determinati prodotti per la cura della casa. I dati sembrano confermare questa tendenza, e infatti ne abbiamo parlato anche in questo speciale de Il Messaggero. Una ricerca di Nielsen ha scoperto che le richieste di prodotti naturali e sostenibili, nonché la qualità e la reputazione dei brand, stanno perdendo parte della loro potenza come fattori di acquisto a causa di una maggiore preferenza proprio dell’igiene da parte dei consumatori.

Mentre nel pre-Coronavirus si lavorava per posizionare un prodotto come “sostenibile” o “biologico”, in questi mesi le persone hanno fatto affidamento su affermazioni legate a uccisione di germi e batteri. Probabilmente solo a ripresa della nuova normalità i messaggi orientati alla sostenibilità potranno fare ritorno. Le realtà che sono in grado di coprire entrambi i bigogni, offrendo dunque solide indicazioni igieniche e allo stesso tempo ingredienti naturali e a basso impatto, possono riuscire a entrare in relazione con un numero più alto di persone, sia durante che dopo la crisi.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.