I confini sottili tra realtà, luoghi cattivi e serie distopiche

di Luisa Zhou

È triste osservare quanto sia più facile credere nelle distopie che nelle utopie. Le utopie possiamo solo immaginarle; le distopie le abbiamo già vissute.

E se lo dice Margaret Atwood, autrice di The Handmaid’s Tale, c’è da fidarsi.

Abbiamo sempre visto la distopia come una proiezione indesiderabile di uno stato futuro, ma qui si pone l’accento sulla sua dimensione passata. Non solo. Noi per primi continuiamo a sperimentare rappresentazioni di “luoghi cattivi”, situazioni in cui non vorremmo trovarci per nulla al mondo: dal cambiamento climatico all’incubo atomico, dalle derive democratiche alla degenerazione delle nuove tecnologie, fino ad arrivare a noi, alla pandemia.

Dobbiamo riconoscerlo: non c’è distopia che possa superare il nostro presente. E le narrazioni attuali se ne sono accorte, assottigliando lo scarto tra realtà e finzione.

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Le ragioni della distopia

Il genere distopico conosce il suo boom nel XX secolo grazie a romanzi come Il mondo nuovo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell. Questi e molti altri, citati anche da Alex Gendler nel suo Ted-Ed, traggono ispirazione dai traumi del loro tempo, come lo spaesamento per l’accelerazione scientifica o la nascita dei regimi totalitari. Ma perché raccontare la distopia? Un motivo lo trovate qui e ha a che fare con la catarsi, l’altro è riassunto in tre parole: ammonimento, conflitto, resistenza.

La letteratura distopica nasce per orientare lo sguardo a catturare non solo ciò che potrebbe essere, ma ciò che è già, e reagire di conseguenza. Basta dare un’occhiata intorno per capire che la distopia “non ha mai subito un arresto perché ha sempre avuto costanti esempi di luogo cattivo a cui ispirarsi”, come ricorda Elisabetta Di Minico. Ora più che mai, il genere distopico sta vivendo la sua nuova Golden Age, sfruttando al massimo tutti i canali, dalle graphic novel ai videogame, dai brand ai film.

In particolare, ha influenzato le narrazioni seriali dell’ultimo decennio, basti guardare il catalogo di produzioni firmate da Netflix, Hulu, HBO e Channel 4. Storie capaci di attingere dalle ansie moderne e proiettare su uno schermo da 15 pollici le nostre personali distopie. O, in tempi più recenti, anche su screen più piccoli: presto Quibi, la nuova piattaforma streaming lanciata il 6 aprile, proporrà Unmatched, una comedy distopica dove un’app sarà capace di trovare le nostre anime gemelle (suona familiare?).

Vengono in mente molti altri esempi, come il più recente Years and Years, ma qui ci soffermeremo solo su tre serie, le più iconiche dei nostri tempi, per approfondire così l’attualità della materia distopica.

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Black Mirror: come la Cina osserva i suoi cittadini

Negli ultimi anni, la serie antologica di Charlie Brooker, Black Mirror, ha gettato un’ombra sullo sviluppo tecnologico e sulle sue potenziali evoluzioni. Una narrazione così potente da influenzare anche il nostro immaginario e linguaggio odierno: di fronte all’attuale emergenza da Covid-19, infatti, condividiamo sui social il meme “I don’t like this episode of Black Mirror”.  

L’idea che un giorno la tecnologia possa sfuggire al nostro controllo e renderci “prigionieri” più o meno consapevoli non è così azzardata. Puntate come 15 Milioni di Celebrità o Odio universale, infatti, mostrano un cambiamento già in atto, che porta alla degenerazione delle tecnologie di sorveglianza. Guardando Caduta libera, in cui chiunque può votare la popolarità degli altri grazie a un nuovo sistema che tiene conto del punteggio di tutti (a proposito, per scoprire il proprio, basta andare qui), tendiamo a storcere il naso. “Non arriveremo mai a quel punto”, pensiamo, uscendo da Netflix, senza renderci conto che quel punto è già realtà.

Si chiama Social Credit System (SCS) ed è nato nel 2014 in Cina, ancora in fase di prova. È un sistema a punti che, sotto il controllo del governo, “valuta l’affidabilità dei cittadini cinesi nel mantenere le loro promesse e nel rispettare le leggi e le norme morali”, come riporta The Transparent Self under Big Data Profiling. In poche parole, il Grande Fratello riadattato ai giorni nostri. Big data, data intelligence e sorveglianza di massa sono le parole-chiave per comprendere il funzionamento del SCS, che conta l’appoggio di colossi hi-tech come Baidu, Alibaba e Tencent, creatore del social media Wechat.

Il lavoro di raccolta e analisi dati porta nome, cognome e volto di ogni singolo cittadino, grazie alle ID card e ai conti legati ad Alipay, alle telecamere a riconoscimento facciale, al tracking delle attività online e offline, come l’uso di carta igienica al Tempio del Cielo.

Un esempio attuale di come i dati vengano usati per controllare la popolazione arriva da Pechino, dove la possibilità di spostarsi viene ora determinata da QR colorati: rosso e giallo per chi dovrebbe essere ancora in quarantena, verde per chi è libero di muoversi. Il SCS è un “programma fedeltà” reso possibile per alcune ragioni che hanno senso solo in Cina, fra cui la forza del monopartito, l’assenza di una vera e propria legislazione sulla privacy, il concetto di ài miànzi (trad. amare la faccia), ossial’importanza della propria reputazione. In questo caso, del proprio credito sociale.

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The Handmaid’s Tale: come le donne scendono in piazza

Ma la moderna distopia supera i confini asiatici e muove altre corde nella relazione tra Stato e individuo, centrale nella fiction del “luogo cattivo”. The Handmaid’s Tale della sopracitata Margaret Atwood racconta l’evoluzione del regime teocratico di Gilead, i nuovi Stati Uniti: un mondo dove inquinamento e malattie hanno quasi azzerato il tasso di fertilità umana. Le poche donne fertili rimaste, le “ancelle”, subiscono stupri rituali per dare alla luce figli destinati ad altri.

La serie trae spunto dall’omonimo romanzo del 1985, ma, in un momento storico segnato da nuove lotte femministe e dal movimento #MeToo, diventa più attuale che mai.

E come a Gilead il mondo sembra arretrare di cinquant’anni, così sembra accadere nella nostra realtà. L’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca è stata la ciliegina sulla torta, in mano a una società patriarcale che sfrutta la religione per giustificare il controllo sul corpo della donna. Benvenuti nella “distopia della riproduzione”.

In un mondo simile, gli uomini al potere tentano di applicare leggi contro l’aborto (dagli Stati Uniti all’Irlanda del Nord), sottraendo alle donne la possibilità di avere voce in capitolo. È proprio qui che l’immaginario di The Handmaid’s Tale influenza la realtà.

“Non ci avrebbero dovuto dare un’uniforme se non volevano che diventassimo un esercito”, pensa a un certo punto June, la protagonista.

La tunica rossa e il copricapo bianco delle ancelle diventano, infatti, simboli di protesta: fra il 2017 e il 2018, gruppi di donne scendono a manifestare nelle piazze, per le strade e addirittura nei tribunali con l’outfit dell’oppressione. Le ancelle appaiono ovunque e le loro immagini trovano eco sui quotidiani e sui social, amplificando il loro impatto visivo. Viene addirittura inaugurata una mostra per gli abiti della serie, per non parlare della collezione di moda del collettivo Vaquera.

Visti i tempi che corrono, forse potremmo cercare un po’ di stoffa rossa anche noi.

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Westworld: come gli algoritmi diventano impiegati statali

Infine, perché parlare di Westworld?

La serie di Jonathan Nolan e Lisa Joy porta il dibattito sulle intelligenze artificiali a un altro livello, mettendo in discussione il rapporto fra queste e l’essere umano.

Se fino a pochi anni fa le IA sembravano fantascienza, ora sono entrate nel nostro quotidiano – da Siri di Apple o Alexa di Amazon a realtà più strutturate come DeepMind, che considerano l’uso delle intelligenze artificiali anche nella sanità. Ma quali sono le implicazioni sociali, etiche e morali dovute al machine learning e allo sviluppo delle IA all’interno degli apparati governativi?

In uno degli ultimi episodi della terza stagione, si fa riferimento a un sistema controllato da algoritmi predittivi, che influenzano la vita della popolazione. In parte, è ciò che sta succedendo anche ora. Un’inchiesta del The Guardian parla della “distopia digitale” e di come la rivoluzione hi-tech abbia avuto conseguenze negative sul welfare di alcuni Stati, come l’India. Qui, infatti, dal 2010 vige il programma Aadhaar, per certi versi simile al SCS in Cina: consiste in un codice a 12 cifre che identifica i cittadini indiani ed è correlato a dati biometrici, come l’impronta digitale o il riconoscimento dell’iride.

L’accesso ai servizi amministrativi e sociali – come pensioni e indennità -, ma anche l’acquisto di un biglietto del treno o il diritto a un pasto gratis a scuola passano attraverso la verifica del codice Aadhaar. Un glitch nel sistema può rivelarsi letale, come nel caso di Motka Manjhi, e mette in primo piano i limiti che le grandi tecnologie dovranno affrontare.  

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Insomma, le narrazioni seriali che più ci hanno colpito dal 2010 in poi sono le stesse che stiamo vivendo ora, a diversi gradi di consapevolezza. Alla luce di tutto ciò, la distopia perde il suo riferimento al futuro e ci porta al momento presente. La pandemia di Covid-19 ha svelato le nostre fragilità, accentuando alcuni aspetti che hanno reso “distopico” il quotidiano, ma ha anche segnato uno spartiacque nell’immaginario collettivo.

Da qui in poi progetteremo nuovi paradigmi su cui fare affidamento, magari a partire da un linguaggio visivo lontano dalle apocalissi descritte in The Walking Dead o See, ma non per questo meno forte.

Non eravamo pronti, ma forse lo saremo.

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Luisa Zhou (Torino, 1995) ha un’unica certezza nella vita: un giorno prenderà un cane-lupo cecoslovacco. Nel frattempo, cerca di ritagliarsi il suo spazio nel mondo, fra il Piemonte e lo Zhejiang. Osserva, ama, scrive. Le piace parlare di identità, di trasformazioni, di come una volta sia rimasta intrappolata sulla Muraglia Cinese con degli amici. Se trova la serie o il libro giusto, può arrivare a dimenticarsi di dormire. Si è laureata in lingue, ma ancora si chiede perché. Per fortuna, ora frequenta il corso di Story Design alla Scuola Holden.