Essere umani, digitali e pronti: parola a La Content Academy

Il loro modo di agire è energico e solido, le loro idee sono chiare e i loro sogni sono fuori dai cassetti da un bel po’. Se poi ci aggiuingete che ai loro eventi distribuiscono focaccia tra un panel e l’altro, è fatta. Il loro nome: La Content Academy. La loro base: una città bellissima del sud Italia, antico crocevia tra Occidente e Medio Oriente, Bari. Al centro, a tener tutto in piedi, ci sono loro quattro: Cristiano Carriero, storytelling; Marco Napoletano, content marketing; Alessandro Piemontese, social media marketing; Luisa Ruggiero, digital pr. E non fatevi influenzare dalla targhetta vicino al loro nome, perché il loro mondo è ben più ampio.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Cristiano e Alessandro. Eccole qui.

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Iniziamo da una domanda tosta. Il digitale ci ha fatto perdere l’equilibrio nelle relazioni personali e di lavoro, oppure no? Perché è così difficile bilanciare online e offline? Qual è la vostra sensazione?

C. Io penso di essere una voce fuori dal coro, almeno da quel coro che ascolto ogni giorno: secondo me il digitale ci ha migliorato la vita, e tanto. Grazie ai social ho conosciuto tanti dei professionisti e degli amici con cui lavoro. Abbiamo creato un’impresa in cui molti dei ragazzi lavorano da casa bilanciando davvero le loro necessità: Isabella ama portare il cane a spasso alle 11 di mattina, Elisa è madre di bambini e preferisce lavorare nel pomeriggio, e così via. Questo per me è il vero bilanciamento. Non credo a chi si impone delle regole, se non quelle del buon senso, perché anzi il digitale ci permette di lavorare anche in maniera asincrona e io questo lo trovo un grande vantaggio. L’equilibrio di ognuno non dipende dai social, dipende dagli obiettivi, dall’ambizione, dall’amore che mettiamo in quello che facciamo.

A. Credo che sia proprio la distinzione online e offline a creare le difficoltà che in molti soffrono. Non io, non noi. Io non credo nelle due sfere, quella personale e quella lavorativa. Sono vasi comunicanti che da sempre si influenzano a vicenda. Come nel calcio (è un paragone che ci capita spesso di fare, il calcio e la vita) la palla, la sfera è una sola. Chi lotta ogni giorno strenuamente, per conservare la distinzione tra offline e online, sta combattendo una battaglia inutile. Una battaglia che non c’è. Un’utopia. Non c’è nulla da bilanciare ma c’è solo da vivere le relazioni con la positività, la gratitudine e il sorriso a prescindere dall’ambiente in cui ti trovi.

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Che terreno è quello di Bari? Quali sono state le difficoltà per voi e quali invece le caratteristiche più fertili per una realtà come La Content?

C. Bari è una realtà molto differente da ciò che in molti pensano. È una città del Sud con una buonissima propensione al lavoro e all’impresa. È una città commerciale, levantina, e al tempo stesso molto vivibile. Ha sofferto per anni di una fuga di cervelli molto importante. Io stesso (lungi da me definirmi un “cervello”) ho vagato in lungo e in largo e ancora sono in giro per l’Italia. Perché credo che la mia fortuna sia quella di contaminarmi continuamente e mantenere lo spirito di una città calda e accogliente, ma molto concreta. Sono un esempio di quel “pugliese imbruttito” che ha fatto le fortune di molte aziende del Nord Italia. Ma torno sempre volentieri a respirare l’aria del mio lungomare. A vivere l’atmosfera elettrizzante di Bari Vecchia di sera. E a dire ai ragazzi più giovani che, proprio grazie al digitale di cui sopra, forse è arrivato il momento giusto per poter restare.

A. Lo stai chiedendo ad un foggiano 🙂  Per me Bari è sempre stata presente nei momenti molto brutti della mia vita e nei momenti molto belli. Bari è fa parte di tutte quelle città che si affacciano sul mare. Tutte quelle città che scorrevano sul finestrino del mio intercity, quando tornavo a casa. Ho lavorato nelle Marche, ho studiato in Abruzzo, e ogni volta che tornavo avevo il mare dalla parte giusta, a sinistra, dalla parte del cuore. È per questo che mi sta nel cuore, come i miei fratelli, Marco, Cristiano e Luisa. È per questo che ogni volta che sono a Bari mi sento a casa.

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Ve l’avranno chiesto in mille, ma ci aggiungiamo anche noi. Il content da voi si prende un articolo determinativo femminile, perché?

C. In realtà non ce l’ha mai chiesto nessuno! C’è un motivo molto semplice, ovvero che tutto nasce dall’idea di una Academy. Ma siccome di questa parola si è abusato, tendiamo a non nominarla quasi mai. E allora abbiamo giocato sull’articolo La perché è una sorta di marchi di fabbrica, ci piace scherzare su tutte le sue definizioni: La Classe, La agenzia, La Casa Editrice e poi chissà. E poi, forse, c’è un motivo recondito: la nostra anima è molto femminile. Sia io che Ale abbiamo perso i padri molto presto, e come dice Almodovar in tutto su mia madre: “Chi cresce solo con la madre ha una sensibilità differente”. Credo che questo si noti, si veda, nel bene e nel male.

A. La è la nota giusta per accordare la chitarra, l’accordo per cominciare una canzone. La è anche La borraccia, La20 (il nostro prossimo grande evento del prossimo anno), La Classe, e perché no La sarà anche la nostra canzone. La è femminile sì, perché senza le donne non avremmo potuto ispirarci, amare e amare ancora. Sulla sensibilità differente ha già detto tutto Cristiano, l’ha detto benissimo. Sensibilità differente, nel bene e nel male.

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Lavorare bene nel digitale, si può, diciamocelo. La ricetta è rallentare i tempi, o saperli gestire meglio? Quali sono i vostri ingredienti?

C. Dirò un’altra cosa un po’ spiazzante: per me la ricetta è lavorare sul timing. Rallentare quando si può, accelerare quando si deve. È l’unico modo per farlo è allenarsi. Io scrivo in continuazione: post per me, per i blog, per i giornali di calcio, cerco sempre di affinare i miei tempi, trovare l’ispirazione anche quando non c’è. Con la scusa del “rallentare” molti giovani hanno perso l’abitudine a lavorare sui social. E su questo, cito Valentina Vellucci, non c’è scampo: “bisogna farsi un mazzo così”. Poi bisogna leggere tanto, tornare all’umanesimo, alla letteratura, all’ossessione della punteggiatura. Inutile fare corsi seo, con tutto il rispetto, se non si hanno queste basi. Sono necessarie, e vanno allenate. È come in palestra: il muscolo non si forma nelle 10 ripetizioni della serie, ma nelle 2/3 che fai in più. Così è per il nostro lavoro.

A. La ricetta (ecco che torna un altro La) è non avere paura. Il tempo si espande a seconda degli obiettivi che ti stanno a cuore. Il tempo lo trovi. L’importante è darsi una data di scadenza, sempre. Come dice spesso Cristiano, la differenza tra un sogno e un obiettivo è fissare la data di scadenza. Spesso utilizziamo un escamotage, “postiamolo su facebook, così poi dobbiamo farlo per forza”. Se scorro le nostre conversazioni whatsapp ritrovo questa frase più volte. Nel digitale si può lavorare molto bene, ti devi organizzare con una pianificazione settimanale ma con un altro ingrediente fondamentale: la flessibilità. Come reagisci alle novità che ti fanno saltare quella pianificazione settimanale, quello fa davvero la differenza.

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E infine, una piccola memoria analogica per il nostro osservatorio digitale. Ricordate la prima storia che avete raccontato da piccoli?

C. Da appassionato di calcio, mi ero inventato un campionato parallelo che si giocava in Belgio. È una storia assurda, e la localizzazione era quella perché del Belgio sapevo poco o nulla, e avevo puntato il dito sulla cartina di un paese con poche squadre veramente famose. Mi ero inventato maglie, nomi di giocatori, stadi, tifoserie. C’erano vicende particolari come il fantasista che veniva dalla Groenlandia o il centravanti che fuggiva dalla guerra in Iraq. Avevo trovato un modo tutto mio per unire la mia passione per il calcio con quella per la politica e per la società. Non ne parlavo con nessuno perché mi vergognavo, avevo paura di quello che pensavano gli altri della mia fantasia. Ma ricordo ancora oggi i nomi delle mie squadre inventate come il Liffos o Der Berg e quell’esperienza mi è servita tantissimo per raccontare il calcio come faccio oggi su Quattrotretre o Rivista Undici.

A. La prima storia è stato un esercizio alle scuole elementari. La maestra Colucci ci diede un compito. Ascoltate questa canzone e scrivete una storia, scrivete liberamente facendovi trascinare dalla musica e dalle parole. Quella canzone era Il mio canto libero di Lucio Battisti. Raccontai una storia che a pensarci ora era un vero e proprio videoclip, stavo scrivendo uno storyboard alle elementari. Grazie di cuore per questa domanda, perché mi ha fatto ritornare in mente un ricordo meraviglioso. E quelle nuove sensazioni, quelle giovani emozioni, che si esprimono purissime, in noi, credo che abbiano segnato tanto la mia vita, tanto che continuerò a cercarle, sempre, in ogni cosa che faccio.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).