Economia della cultura: parola alla Fondazione Santagata

Continua il nostro viaggio alla scoperta delle realtà sul territorio italiano che lavorano per migliorare la qualità di vita delle persone e delle comunità. Oggi siamo a Torino, dove abbiamo fatto due chiacchiere con Paola Borrione, Presidente & Head of Research di Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura, sul sigificato di economia della cultura, sull’impatto delle tecnologie sulla produzione culturale, sull’importanza di fare rete e sui giovani.

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Da che radici valoriali nasce la vostra realtà e che cosa significa oggi occuparsi di economia della cultura?

Fondazione Santagata ha quale fondamento teorico il concepire la cultura come base per la qualità di vita delle persone e delle comunità, così come declinato nel il Libro Bianco sulla Creatività. Per un modello italiano di sviluppo (2009), curato da Walter Santagata, cui la Fondazione è dedicata. Date tali premesse, per il nostro gruppo di lavoro occuparsi di economia della cultura equivale a trovare una chiave di interpretazione dei territori, delle comunità e delle istituzioni culturali che sia capace di creare valore dal punto di vista economico, culturale, sociale e ambientale e che sappia così rispondere alle sfide e agli stimoli multiformi che provengono dal contesto odierno.

Operiamo da anni nel quadro di riferimento degli indirizzi e delle politiche culturali internazionali. Tra queste oggi ha particolare rilevanza l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, riteniamo infatti che gli attori culturali abbiano un ruolo fondamentale rispetto al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità.

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Quali sono gli ultimi progetti di ricerca di cui vi siete occupati che più rappresentano il vostro impegno?

In questo momento i lavori più rappresentativi del nostro modo di lavorare e degli strumenti che abbiamo elaborato nel corso del tempo sono probabilmente la progettazione dei piani di valorizzazione per il compendio di Stupinigi  – “Valore Stupinigi”  e il Piano di gestione integrato per i siti Sikh in Pakistan da un lato, e i diversi lavori di valutazione di politiche e progetti culturali dall’altro. Nei primi due casi l’intento è quello di progettare una modalità di sviluppo a base culturale, sostenibile non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale, sociale e ambientale, e soprattutto rispettoso delle comunità che vivono nei territori di riferimento. Nell’altro caso mettiamo a disposizione gli strumenti della ricerca a chi intende progettare politiche, raffinare gli strumenti di intervento, rafforzare la propria organizzazione e capacità operativa; in termini generali, a capire come migliorare, basandosi su un rigoroso lavoro di ricerca e sulle evidenze dei dati.

Siamo poi coinvolti su numerosi progetti di formazione e capacity building, sempre di livello internazionale. Tra questi, l’ultima iniziativa intrapresa è il MaB UNESCO Monviso Youth Camp. Si tratta di un camp dedicato ai ragazzi under 20, che ha l’obiettivo di rafforzare la partecipazione ed il coinvolgimento delle comunità locali grazie alla formazione dei giovani abitanti del territorio rispetto alle tematiche legate allo sviluppo sostenibile.

Non è, tuttavia, uno strumento di educazione, ma è concepito e vissuto, dai partecipanti e dalle istituzioni che abbiamo coinvolto, come un progetto di sviluppo e anche, per Fondazione, come un modo per trasferire la ricerca a un pubblico nuovo – quello dei giovani – con modalità più adatte rispetto a quelle usuali (report, conferenze, …).

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Qual è l’impatto del digitale e in generale delle nuove tecnologie sulla produzione culturale oggi dal vostro punto di vista?

Il digitale nella produzione culturale va a velocità differenti: nel campo della produzione di contenuti è la modalità di produzione e di fruizione principale, con alcune eccezioni, come quella del libro, la cui fruizione, comunque, viene trasformata dal digitale (pensiamo soprattutto ai podcast e agli audiolibri con quote di mercato crescenti). È così anche nel campo delle industrie della cultura materiale: tradizionalmente più vicine ai settori standard della produzione, moda, design, artigianato artistico e gusto, hanno incorporato più facilmente le nuove tecnologie, nella produzione, distribuzione dei prodotto in particolare. Per quanto riguarda patrimonio e performing arts, ci sembra invece che ci sia ancora bisogno di una fase importante di sperimentazione, dovuta anche al mancato diffondersi di uno standard tecnologico unico per la fruizione di contenuti.

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Quanto conta oggi fare rete?

È fondamentale ed è di fondamentale importanza costruire reti di altissima qualità e capaci di coniugare competenze molto differenziate, anche al di fuori del proprio stretto campo di appartenenza. È una modalità di lavoro che ci appartiene, poiché il gruppo di lavoro della Fondazione nasce, circa 20 anni fa, proprio come un think tank multidisciplinare e internazionale, dimensione e modalità di lavoro che intendiamo assolutamente mantenere.

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Cultura, giovani, Italia: qual è la fotografia del momento?
E cosa dobbiamo aspettarci per il futuro prossimo?

Cultura e giovani: dati non pervenuti. Al momento la conoscenza sui consumi e sulla produzione culturale dei giovani italiani  – i giovani non fruiscono solamente, ma si sperimentano anche come produttori di cultura, quali cantanti, musicisti, disegnatori, attori … –   si basa più sulle sensazioni che sui dati. Ci sono pochissime ricerche al riguardo e spesso sono dedicate ad alcune specifiche fasce di età o di modalità di fruizione, tali da non consentire un ritratto a tutto tondo. Come Fondazione abbiamo attivato da alcuni anni un osservatorio Under18, tramite cui abbiamo attivato ricerche su questo pubblico, proprio con l’obiettivo di avere più informazioni e possibilità di analisi. Dalle nostre prime discese sul campo emerge un ritratto di consumatori onnivori, attenti al mondo musicale, spesso protagonisti nella produzione di cultura, a cavallo tra la necessità di incontrarsi e di fare esperienze dal vivo e di avere sempre in tasca i propri riferimenti culturali, grazie allo smartphone.

Rispetto al futuro vediamo la necessità di politiche, ai vari livelli, che sappiano dare supporto alla creatività dei giovani, per tornare ad essere un paese che produce cultura su tutti i fronti: là dove tali politiche sono state realizzate i frutti si vedono, con prodotti culturali innovativi, capaci di parlare al pubblico e di essere distribuiti a livello nazionale e internazionale.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.