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Definizione ed esempi di Design Fiction: parola a Gloria Puppi

Perché le persone amano le narrazioni con futuri distopici? Avevamo provato a dare tempo fa una prima risposta qui ma, visto questo periodo legato al Coronavirus, per saperne di più, ci siamo rivolti a una futurista in carne e ossa, Gloria Puppi, ricercatrice di Design Fiction di giorno con Novus Lab e sceneggiatrice e story consultant di notte con Read My Script. Gloria fa due lavori che di primo acchito sembrano non avere nessun legame in comune, ma non è così. In realtà, il primo ha un enorme bisogno di competenze narrative e il secondo, di una visione strategica a lungo termine.

Scoprirete qui perché: buona lettura!

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Chi ha gettato le basi per primo all’approccio del Design Fiction?

Nel 2005 nel libro Shaping Things, Bruce Sterling parla di Design Fiction come “l’uso deliberato di prototipi diegetici per sospendere l’incredulità sul cambiamento”. Ma cosa significa esattamente? I prototipi diegetici non sono altro che oggetti inventati e poi inseriti in uno scenario futuro utopico o distopico immaginato. È un approccio di progettazione e di esplorazione critica di scenari futuri possibili, probabili e desiderabili.

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In che modo ti sei avvicinata tu a questo modo di esplorare possibili futuri?

Ero al termine della magistrale in Comunicazione e Culture dei Media a Torino. Stavo cercando un argomento interessante da inserire nella mia tesi. Mi imbatto così in un seminario di semiotica, dove per caso si stavano citando dei casi di studio di Critical Design e Design Fiction, e lì mi si è accesa la lampadina: unire lo storytelling con il design. L’approccio nel 2014 non era neppure presente su Google in italiano. Cosa che mi incuriosiva ancora di più. Finita la tesi sui Futures Studies (il campo di studi in cui si inserisce il Design Fiction) ho proseguito le mie ricerche, ho aperto l’associazione culturale Novus Lab che si occupa di progettare scenari futuri e organizza workshop sia per la comunità sia per le aziende e nel 2019 ho creato un mio modello di Design Fiction, attraverso un mazzo di carte di design esperienziale, Futurize Me.

Secondo il quadrato semiotico di Floch, il mio modello è anche pratico-funzionale e non solo critico, in quanto miro a sollevare la riflessione di un dato scenario futuro, ma arrivo fino alla quasi applicazione del prototipo, creando attorno una simulazione di un modello comunicativo e di business (dico quasi perché il prototipo creato rimane ancora finzionale, ma con le tecnologie emergenti potrebbe anche divenire reale in pochi anni).

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Perché siamo così attratti dalle produzioni culturali distopiche, come film, romanzi e serie tv?

Per catarsi. Scrivere, leggere e fruire storie: lo facciamo per esorcizzare un problema, affrontare una situazione, metterci nei panni del protagonista proiettando su di lui le nostre paure più inconsce.

E poi senza conflitto non esiste una storia. Più è ingarbugliata meglio è. Questo tipo di storie stimolano il pensiero laterale, ci obbligano a essere scomodi e affrontare contesti inospitali, è un training mentale per scenari futuri possibili.

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Come cambia la visione del futuro a seconda delle diverse generazioni?

Durante le mie ricerche sono emersi dei risultati interessantissimi: i bambini e i ragazzi fino ai 25 anni sono risultati quelli più pragmatici e utilitaristici. Non immaginano scenari apocalittici e distopici, ma immaginano oggetti utili e riproducibili in un breve lasso di tempo, con scenari desiderabili a breve termine. Artefatti per migliorare la qualità della vita, facilitarla e rendere più smart la propria casa. La fantasia è agli ordini della disciplina, rispettosa delle regole del gioco e senza estremismi. Il futuro per loro è a portata di mano e non incute nessun timore.

La fascia di età 26-50 invece, che dovrebbe rappresentare la forza lavoro e la maturità intellettuale, ha la tendenza ad enfatizzare una visione pessimistica del futuro, scegliendo spesso di visualizzare scenari negativi, totalitari, disciplinati ma non ordinati in pace e serenità. Gli scenari futuri proposti spesso sono governati da un ordine superiore pieno di leggi disumanizzanti a cui attenersi rigidamente. Il singolo non ha potere di azione, ma deve solo attenersi ai codici imposti dalla società. Il futuro è vissuto in passivo, come un’imposizione, in un continuum temporale pre deterministico.

La fascia di età over 50 invece ha una visione ottimistica del futuro, fiduciosa nelle tecnologie e nelle risorse umane, atte a provvedere un miglioramento delle condizioni di vita. Spesso i giocatori over 50 che hanno immaginato futuri tra 100 anni, si rammaricavano del fatto che non potranno assistere alle “meravigliose innovazioni tecnologiche future”.  Il futuro è visto come dono da lasciare alle prossime generazioni, roseo e pieno di sorprese.

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Riguardo al Coronavirus, cambierà il nostro modo di percepire il futuro, secondo te?

Bellissima domanda. Secondo me sì.

Oggi le nostre abitudini sono cambiate di colpo, una chiamata all’avventura, come se fossimo un personaggio di una serie tv, da cui però non possiamo esimerci. Dobbiamo tutti affrontare uniti e nel migliore di modi e con responsabilità questo nuovo scenario di vita. Forse mettendo così a dura prova i nostri nervi, potremmo inconsciamente allenarci ad un pensiero strategico a lungo termine e non più alla giornata. Imparando un poco alla volta che le azioni che facciamo oggi hanno un grande impatto a lungo termine (se rimango a casa forse non infetterò nessuno, diminuendo esponenzialmente il carico sulla sanità pubblica, l’inquinamento ambientale diminuirà dato che limiterò i miei spostamenti quotidiani, stando a casa ho più tempo da dedicare alle mie idee, e magari tra un paio di anni una di queste diventerà start-up ecc.)

Penso che il futurista abbia anche un dovere etico nel progettare scenari futuri possibili, desiderabili, ma anche distopici per dare una visione d’insieme, dal best case al worst case scenario, ai decision makers di ogni contesto. Cosa che fino ad ora è avvenuto in pochi ambienti in Italia e non a causa della scarsità di futuristi, ma a causa del bias culturale che si ha riguardo questa strana figura professionale multidisciplinare. Faccio un appello: chiamateci. Siamo in tanti e ognuno di noi ha delle skills pazzesche. Lavoriamo in gruppo, ma anche da remoto. I nostri metodi potrebbero stimolare delle vie di uscita da queste situazioni, aiutando a progettare un futuro diverso da quello che altrimenti ci aspetta.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.