#Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale

Quello che gli altri raccontavano mi sfuggiva,
perché a interessarmi non era quello che volevano dire,
bensì la maniera in cui lo dicevano, in quanto rivelatrice
del loro carattere o degli aspetti ridicoli della loro personalità. […]
Uscivo a cena, sì, ma non vedevo i convitati, li radiografavo.

Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust

Mi incanto spesso.

Deve essere buffo vedermi da fuori. Rimango imbambolata davanti ai gesti della gente in attesa alle poste, allo sciabordio del botta e risposta di chi sta chiacchierando al bar, al ventaglio di emozioni che affiorano sul viso dei viaggiatori in treno. Registro informazioni e mi immagino le storie di queste persone, fino a che non si accorgono del mio sguardo e si spezza la magia. Probabilmente è qualcosa che faccio da quando sono piccola, ma è difficile individuare il momento esatto in cui ho iniziato. Con più sicurezza, posso dire che oggi è diventato il mio lavoro: osservo i comportamenti, decodifico le estetiche, interpreto i sottotesti, non in un vagone o in una caffetteria, ma in Rete.

Avevo dieci anni quando a metà degli anni Novanta nel pianobar gestito da un mio zio sono arrivati alcuni terminali di messaggeria istantanea, una rudimentale chat telematica che collegava svariati pub e locali italiani. Ho passato un buon numero di pomeriggi davanti a quei monitor neri, a chattare con sconosciuti che avevano almeno il doppio dei miei anni. Non sono mai entrata in confidenza con nessuno, sia chiaro, ma ricordo con una certa nitidezza la mia smodata curiosità nel capire le dinamiche di quella community di cui nel tempo ho imparato tutti i codici. Negli anni ho frequentato IRC, ICQ, e poi MSN, fino a che gli SMS diventarono più funzionali agli scambi. La costante era la medesima: capire chi stava dall’altra parte dello schermo.

Ho iniziato poi a lavorare, molto giovane, come consulente di un progetto per miei coetanei messo a punto da un ministero e da un’organizzazione internazionale. Ero stata chiamata a spiegare le dinamiche dell’online a ragazzi, docenti e genitori. Grazie a quell’incarico inaspettato, ho capito che mi piaceva scrivere, ma ancora di più, mi piaceva coinvolgere le persone online. Per i successivi dodici anni sono stata consulente di digital strategy, ma a un certo punto ho sentito che dovevo tornare alle radici. Mi sono avvicinata così all’etnografia digitale, e ho scoperto un mondo nuovo, più affine alla mia sensibilità e al mio background umanistico. Un approccio differente, meno superficiale e preconfezionato, senza personas e metriche quantitative, ma animato da identità culturali e insight comportamentali rilevati sul campo.

A volte ci dimentichiamo di essere umani, soprattutto sul digitale. Abbiamo iniziato a chiamare le persone utenti, e le storie contenuti. Ma la verità è che siamo sempre gli stessi, online e offline, con le medesime abitudini, credenze, paure, passioni, stravaganze. La Rete è un eccezionale bacino di linguaggi, usi e costumi da osservare; le community, in particolare, sono i territori più ricchi. Ogni nostra interazione in un ambiente digitale produce dati minuscoli, raccolti poi dagli algoritmi e dalle intelligenze artificiali. Queste tracce prendono il nome di small data: tanto più sono piccole, tanto più acquistano profondità una volta mappate e registrate. Sono indizi capaci di raccontare chi siamo e quali sono i perché dietro alle scelte che facciamo, le emozioni che proviamo, le cause che decidiamo di sposare.

Per diventare ricercatori di small data serve metodo, attitudine all’ascolto, capacità di individuare equilibri e correlazioni, ma soprattutto serve intuito. Ed è proprio dall’intuizione e dalla capacità di tracciare percorsi che nascono i racconti più belli. Questo libro non è un manuale, ma una raccolta di storie per comprendere meglio il digitale, che chiama i social media territori e chi li frequenta abitanti. Anziché partire per mete esotiche alla ricerca di popolazioni sconosciute, ci toglieremo le scarpe ed esploreremo in punta di piedi l’ambiente iperconnesso intorno a noi. Questo libro è un cambio di prospettiva.

E, per una volta, ci incanteremo insieme.

Alice Avallone

Un libro sugli small data

Il 26 febbraio è uscito in tutte le librerie #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale, un saggio alla scoperta del significato nascosto degli small data che quotidianamente seminiamo in Rete attraverso i nostri tablet e smartphone.

Ci sono tracce che non hanno la forma della pianta dei piedi, ma dipendono dai polpastrelli delle mani. Sono le impronte che lasciamo ogni giorno sui nostri dispositivi, quando digitiamo chiavi di ricerca sul web, mandiamo cuoricini sui social e facciamo swipe sulle app. Dati minuscoli, che contengono tanto di noi esseri umani e che possono rivelare il perché dietro a comportamenti, scelte di consumo, codici linguistici, tensioni culturali. C’è una materia che si occupa di mappare proprio questi small data in Rete: si chiama etnografia digitale.

L’obiettivo? Capire meglio il nostro presente iperconnesso, migliorare le strategie di comunicazione dei brand e intercettare i segnali deboli del futuro all’orizzonte. In fondo, i territori online non sono abitati da utenti anonimi, ma da persone in carne e ossa con necessità, paure, sogni. Questo libro racconta dove si raccolgono i dati più sottili e in che modo si trasformano in storie da raccontare.

Ci sono due tipi di pescatori

Il primo pesca a strascico: getta una rete e la trascina sul fondo del mare. Tira su velocemente pesci grandi e piccoli, ma anche coralli, alghe, posidonie. Insomma, porta in superficie tutto quello che trova, senza fare alcuna selezione, come gli algoritmi e le intelligenze artificiali.

Il secondo, invece, è più paziente e rispettoso. La sua è una piccola pesca artigianale, come quelle di una volta. Usa attrezzi specifici a seconda del pesce che sta cercando e delle abitudini locali. Chi si occupa di small data è un po’ come il nostro secondo pescatore:
selettivo nella ricerca, meticoloso nella scelta dell’attrezzatura, attento al territorio in cui si sta muovendo. Certo, serve molto più tempo, e a volte si rischia di tornare a casa a
mani vuote. Ma la qualità ha un sapore più buono della quantità. Vale la pena provarci.

Alla ricerca di nuove strade

Il libro fa parte della collana Hoepli Tracce,
curata da Paolo Iabichino.

“Il nostro è un tempo che apre ogni giorno nuove strade. Nessuno sa dove portano, ma c’è una gran voglia di attraversarle tutte, per comprendere fino in fondo la straordinaria euforia di conoscenza che pervade il contemporaneo. Alcuni di noi percorrono queste strade prima degli altri, non hanno mappe, ma lasciano tracce. Seguirle può aiutare a comprendere i giorni che stiamo vivendo e quelli che verranno. Quasi sempre ogni traccia è un’impronta da leggere. E questa collana vuol diventare un atlante del nostro tempo, scritto da pionieri ed esploratori, letto da chi continua ad aver voglia di percorrere nuove strade.”

Le illustrazioni sono tutte firmate da Francesca Fincato.

Dove trovare #Datastories?

Potete cercarlo sugli scaffali della vostra libreria di fiducia,
oppure farvelo arrivare direttamente a casa da…

Hoepli :: Amazon :: IBS :: Libraccio
Feltrinelli :: Mondadori :: Libreria Universitaria
Bookdealer

È disponibile anche in formato ebook.