Dalla tavola alla Rete: 4 insight sui trend del mangiare e bere

In che modo il cibo ci ha aiutati a superare le settimane di blocco? Quali abitudini ci accompagneranno nella cosiddetta nuova normalità? Come si integreranno le esperienze di convivialità online con il lento ritorno nei ristoranti e nei pub delle nostre città? E il ruolo dei brand, in tutto questo? Per trovare le giuste risposte, abbiamo mappato quattro insight emersi negli ultimi tempi legati al bere e al mangiare.

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1. Gli alimenti terapeutici

Tutti noi abbiamo vissuto, almeno una volta nella vita, un momento dove il cibo ci è venuto in soccorso per tamponare uno stato d’animo alterato: rabbia, solitudine, cuore spezzato. Anche nelle settimane passate in lockdown ci siamo sentiti meglio grazie alla cucina, chi panificando, chi sperimentando per la prima volta nuove ricette meno ardite. L’abbiamo fatto per sentirci meglio, per passare il tempo, ma anche per entrare in contatto con noi stessi e riconnetterci anche con chi, eventualmente, ci era vicino grazie al rito della preparazione dei pasti.

Prima della pandemia, il 57% della Generazione Y pensava che la pianificazione dei pasti fosse troppo laboriosa. Durante l’isolamento, invece, le cose sono cambiate per forza di cose: nei primi tempi era piuttosto complicato fare scorte, sia nei supermercati cittadini che online, e preparare la lista della spesa mirata era piuttosto imprescindibile. La maggior parte di noi si è ritrovata in dispensa molti più ingredienti del solito: scatolame, conserve, lievito. Anche chi non aveva mai avuto tempo o voglia di impastare e panificare, si è dato da fare; nel mezzo della crisi globale, il forno è stato una fonte di gioia e di orgoglio.

A suon di hashtag #iocucinoacasa, molte persone si sono ritrovate nei panni di chef domestici, tra ricette complesse e lievitazioni naturali. Il rito continua anche adesso che le misure restrittive si sono allentate. Non si fanno più spese gigantesche, ma si preferiscono acquisti mirati a particolari ingredienti nei negozi vicino a casa (a volte anche solo per dare un senso a tutte le scatole di ceci che abbiamo acculumato!).

Insomma, la pandemia è stata una sfida per chi normalmente ha sempre fatto affidamento su alimenti preconfezionati per pranzo e pasti pronti per cena. Tutti siamo stati costretti a fare i conti con le nostre cucine, a volte scoprendo che alla fin fine non siamo nemmeno così incapaci come pensavamo. Gli chef, quelli veri, si sono prodigati a starci vicini con ricette e suggerimenti for dummies. Dopo un buon numero di live streaming, Bruno Barbieri ad esempio a inizio maggio ha lanciato il suo corso professionale tutto online: 14 lezioni, e inevitabilmente la prima dedicata alla pasta fresca. Ma la cucina non è solo un affare degli adulti; Chefclub Kids ha messo il grembiule a genitori e bimbi piccoli con divertenti tutorial online.

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2. La nostalgia della merenda

Nulla è più confortante di gustare un piatto legato all’infanzia, alla nostra famiglia o a un momento della vita particolarmente felice (e più semplice). Il blocco ha tenuto lontano molti di noi da questi sapori – dalla lasagna della nonna alla paella dell’ultimo viaggio – ma spesso siamo corsi ai ripari grazie alla condivisione di ricette. Anche molti ristoranti si sono attrezzati per recapitarci a casa i nostri piatti del cuore, a volte già pronti, altre volte da assemblare.

Il Coronavirus, stravolgendo la routine quotidiana non più legata ai ritmi serrati del lavoro fuori casa, ha spinto molte persone a cambiare anche abitudini e orari. Ad esempio, tanti hanno iniziato a fare per la prima volta colazioni più sane e complete, anziché limitarsi a un caffè veloce; altri, invece, hanno fatto proprio il rituale della merenda a metà pomeriggio, come si faceva sempre da piccoli.

È una questione di più tempo a disposizione, ma anche di più apertura verso il prendersi cura di sé, in modo auto-indulgente. Le ricerche su Google sembrano confermarlo.

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3. La raccolta di cibo selvatico

Come abbiamo detto, il blocco ci ha spinto a riconoscere fragilità, desiderio di controllo e bisogno di sicurezza, quest’ultimo messo in discussione anche la dipendenza dalle catene di approvvigionamento. Molte persone hanno cercato modi per essere più autonomi nelle proprie abitudini alimentari, trassformandosi in pasticceri amatoriali o dedicandosi al foraging. Come spiegato in questo pezzo del Corriere, si tratta di una pratica lenta e consapevole di raccolta di cibo selvatico commestibile.

“Il foraging promuove la consapevolezza dell’ambiente naturale in un modo più attivo e coinvolgente rispetto al semplice passeggiare in un parco: con la Fase 2 dell’emergenza pandemia è diventata una pratica usata anche per riappropriarsi di spazi rurali e aree protette.”

Chi ha avuto la fortuna durante la quarantena di avere un pezzo di terra, un giardino o anche più semplicemente un balcone ha riscoperto la fortuna e il desiderio di coltivare prodotti freschi, che sia stato anche solo avere delle piantine di erbe aromatiche.

Coloro che non vogliono fare affidamento sui negozi per i materiali di consumo stanno trovando modi inventivi per aggirarli, indipendentemente dal fattotagliando l’intermediario e andando direttamente ai grossisti, coltivando ortaggi in “orti della vittoria” o imparando a lavorare con ciò che la natura coltiva diventando foraggiatori praticati.

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4. Le esperienze alcoliche online

Le piattaforme tecnologiche hanno permesso alle persone di tenere vivi, seppur a distanza, alcuni rituali come quello dell’aperitivo. Molti brand si sono dati da fare in questo senso, facendo recapitare rifernimenti di alcol e cocktail fai da tecome quelli monodose già mixati di NIO. E se da una parte gli introversi possono ancora oggi godersi un bicchiere senza contatto sociale, coloro che sono abituati ad andare in giro per bar e club si accontentano delle versioni virtuali dei ritrovi.

BrewDog, ad esempio, si è attrezzato per degustazioni di birra, quiz virtuali, nonché “serate” su Zoom, con tanto di codice di abbigliamento e aree VIP. Oppure Budweiser, Remy Martin e Pernod Ricard hanno stretto una partnership con una discoteca virtuale cinese, facendo aumentare le vendite di alcol su JD.com fino al 70%.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Alla ricerca di small data con l’etnograifa digitale per la collana Tracce di Hoepli.