Da Freeda a Rete al Femminile: le nuove narrative delle donne

Di Freeda in questi anni si è scritto tanto e di tutto. Oggi, a freddo, che cosa possiamo aggiungere alla conversazione di uno dei progetti italiani che maggiormente ha contribuito a scardinare lo status quo? La piattaforma, come sappiamo, promuove una femminilità emancipata, ispira le ragazze alla ricerca di uno stile globale e, spesso, celebra una sorellanza che va al di là di ogni giudizio e pregiudizio. La strategia social-first intercetta un pubblico intergenerazionale, a cavallo tra le tardive Y e le prime Z; un pubblico italiano, certo, ma con una curiosa percentuale anche dalla Spagna.

Benché il panorama digitale in Italia sia sofferente dal punto di vista finanziario, Freeda infilza un successo dietro l’altro, o almeno questa è la percezione dall’esterno – se non altro per i 16 milioni di dollari in finanziamenti. La squadra dietro al progetto conta 160 persone tra Milano, Madrid e Londra; di queste due terzi è donna. I numeri raccolti su Facebook e Instagram sono invidiabili, va detto, soprattutto da quelli che riguardano i brevi video con le interviste a personaggi noti. Stando a quando (auto)dichiara Freeda, si tratta della prima piattaforma multimediale femminile al mondo con la bellezza di 100 milioni di interazioni conteggiate solo quest’anno.

Quello che è certo è che Freeda è riuscita ad animare un’area di interesse emergente che altri player sono stati lenti a riconoscere e coltivare. La narrazione sul ruolo della donna sta cambiando in tutto il mondo, Italia compresa, dove è sempre sembrato più difficile sradicare gli stereotipi patriarcali “uomo che lavora e donna che sta a casa a guardare i figli”. I media tradizionali, a volte, non aiutano, certo. Basta pensare alla Rai, e a quando questa primavera ha presentato i canali di genere. Oppure alla carta stampata, con uscite infelici sul corpo delle donne. Per fortuna, tali scivolate sono sempre più sporadiche, anche grazie alla voce della Rete. Il modello Freeda è una bocca d’ossigeno in questo contesto e dimostra come avere un contatto diretto con la propria community sia fondamentale. 

Non solo: a vincere non è solo il contatto stretto, la piattaforma giusta e i contenuti densi di valori e identità, ma è anche l’estetica, più autentica, spettinata e vicina al pubblico di riferimento. Un vero e proprio antidoto al linguaggio visivo – lucido, liscio e photoshoppato – imposto dai magazine di moda e da parecchie fashion blogger. Insomma, si tratta di una strategia a tutto tondo, che ha fatto stringere a Freeda collaborazioni con oltre 200 marchi top come Nike, Gucci e Dior.

Tralasciando i discorsi polemici su proprietari, strategie, dati e modelli di business, va detto che Freeda ha davvero contribuito in Italia a fissare cosa è essere ragazza e donna nel (quasi) 2020. Il prossimo passo – considerata l’età di Y e Z – probabilmente sarà scardinare un cliché ancora più radicato: essere donna, lavoratrice, e mamma. C’è ancora da abbattere, insomma, il cosiddetto “maternal wall” – muro materno – modo di dire coniato dal think tank Wrk360 e definito come la convinzione pervasiva che una donna non può essere una buona madre e una buona impiegata allo stesso tempo.

Qualcosa si muove in Rete anche in questa direzione, almeno all’estero. Ad esempio, Go Kid ha risolto il problema della gestione della scuola consentendo alle donne di fare crowdsourcing all’interno della comunità scolastica; Frida Mom ha creato un serie di prodotti rivolti alle donne dopo il parto e una relativa nuova narrazione al riguardo; The Mom Project collega le mamme alle opportunità di lavoro dei datori di lavoro che riconoscono e supportano la loro vita fuori dall’ufficio. Nel mentre, il software Werk consente alle aziende di offrire quella flessibilità importantissima nei giorni lavorativi utilizzando l’economia comportamentale e l’analisi predittiva, consentendo dunque alle mamme indaffarate di lavorare in remoto o secondo altri programmi quando necessario.

E ancora, c’è Chairman Mom, piattaforma basata su domande e risposte che incoraggia i membri a chiedere aiuto o condividere consigli; il social network Peanut, incoraggia le persone a “incontrarsi come mamme, connettersi come donne” e consente anche alle madri di socializzare e fare rete nella loro area locale. Oppure Fairygodboss, che è stata fondata da una futura mamma, aiutano anche le donne a navigare nelle migliori aziende per cui lavorare con recensioni, valutazioni e networking.

In Italia, da segnalare ci sono gruppi Facebook vivaci come le #socialgnock e associazioni attive come Rete al Femminile, in questo caso dedicata alle donne che lavorano in proprio come libere professioniste, freelance o imprenditrici – nata a Torino su iniziativa di Gioia Gottini sull’esempio dei gruppi di business lady americane. Il progetto si muove attraverso reti provinciali e attività concrete di condivisione, aggiornamenti professionali e tanto networking.

* * *

Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).