Cosa è lo sharenting e perché condividiamo contenuti online

La parola sharenting nasce dalla combinazione di parenting (essere genitori) e sharing (condividere), indica la condivisione di storie e/o di immagini sul proprio bambino, ed è spesso un’arma a doppio taglio per i neo-genitori. Già, perché va detto: non è solo questione di foto e video, ma anche dei momenti intimi del piccolo raccontati con le parole ai quattro venti.

Avevamo accennato allo shareting qui, parlando dei genitori degli Alpha e di che cosa significa per loro condividere in Rete contenuti che riguardano la famiglia. La condivisione può essere la nuova norma, ma non va bene quando ci sono di mezzo i bambini, che sempre più spesso vogliono controllare le foto prima di lasciare che i genitori le pubblichino sui social media.

Il tema della possibile umiliazione è la ragione principale per cui i bambini sono contrari ai genitori che pubblicano foto. Al contempo, i genitori sembrano ignorare le preferenze online dei propri figli. Uno studio ha dimostrato che la condivisione di Facebook tra i genitori è associata allo stress, trasformando così il social in una fonte di connessioni di supporto.

Lo scorso aprile, la pop star Pink ha annunciato di aver ricevuto commenti disgustosi sui social media, tanto odiosi che aveva deciso di smettere di pubblicare online i momenti di famiglia. Succede di continuo, alle persone comuni come alle star. E questo genere di incidenti illuminano ancora di più gli svantaggi dell’uso eccessivo dei social da parte dei genitori per pubblicare foto o video dei loro figli. Ma proviamo a fare un passo indietro, e proviamo a chiederci che cosa spinge le madri e i padri a pubblicare contenuti sui loro figli?

Come vediamo spesso, le piattaforme di social media creano spazi in cui i genitori possono connettersi e condividere le loro esperienze con gli altri, ma l’atto di condivisione fa sorgere domande sull’identità digitale dei bambini, che non sono ancora abbastanza grandi da consentire consapevolmente che tali informazioni vengano condivise in modo pubblico.

Pensare in modo critico alla condivisione è rilevante perché i genitori non pubblicano solo cose che riguardano sé stessi, ma anche terzi, ovvero i loro figli – in particolare quelli di età inferiore ai 13 anni, spesso età legale da avere per creare account sui social media. Purtroppo, non ci sono molte ricerche o normative sulle informazioni che i genitori forniscono sui propri figli – non è solo ciò che i bambini fanno in Rete, ma ciò che i genitori fanno dei loro figli in Rete che dovrebbe essere discusso in modo più approfondito. In questo contesto, i brand hanno spesso responsabilità, soprattutto quando diventano effettivamente un parte della conversazione e incoraggiano tale comportamento.

Uno spunto di riflessione, soprattutto per chi ha figli piccoli, è provare a capire se e come i bambini comprendono appieno le conseguenze della condivisione delle loro informazioni private; dall’altro lato, i genitori dovrebbero interrogarsi riguardo le implicazioni della loro scelta di condividere le informazioni di identificazione personale dei propri figli in Rete, soprattutto se questi contenuti hanno un valore di marketing (come nei casi delle mamme influencer).

Una ricerca negli Stati Uniti ha rilevato che l’89% delle neo-mamme utilizza i social media per consigli relativi alla gravidanza o al loro ruolo di genitore e l’84% ha considerato gli amici dei social media come una forma di supporto sociale. Anche le app sono in grado di soddisfare i genitori che cercano spazi di supporto per incontrarsi e parlare tra loro – Mush collega le mamme a livello locale, mentre Frolo offre ai genitori single una piattaforma per condividere consigli e incontrarsi nella vita reale.

Ci sono molte ragioni dietro alle condivisioni sui social, primo tra tutti uno stato di vulnerabilità delle neo-mamme – dovuto a un nuovo stile di vita e di transizione fisica – che alimenta il desiderio di essere percepite come “buone madri”. E i social permettono, in qualche misura, di mostrarlo agli altri. Così, la maternità può trasformarsi in una competizione. La ricerca della perfezione dei genitori può indurre uno stato di pressione con sensi di colpa e vergogna. Per affrontare questo stress, la campagna #thisisparenthood del marchio WaterWipes espone cosa significa davvero essere genitori in un documentario di 16 minuti.

Infine, c’è da tenere in considerazione quanto la tecnologia stia ridefinendo i tempi della famiglia moderna e le funzioni di babysitting. Il robot Kuri introduce nelle nostre case, ad esempio, l’assistenza all’infanzia con l’intelligena artificiale. Allo stesso modo, l’Echo Dot per bambini di Amazon li intrattiene con gli audiolibri Disney. Quanto questi dispositivi sanno dei più piccoli della famiglia? Stanno nascendo progetti interessanti nel mondo, nel tentativo di insegnare ai bambini migliori abitudini online; come Social Media TestDrive, un progetto che consente ai bambini di imparare a conoscere la privacy, le impronte digitali, l’alfabetizzazione mediatica e il cyberbullismo.

* * *

Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).