Cosa è la democrazia digitale: parola ad Adl Consulting

Lo studioso Jamie Susskind non ha nessun dubbio nel sostenere che il futuro della politica sta nella regolazione del suo rapporto con la tecnologia. Si potrebbe dire che il cuore della democrazia digitale possa essere identificato proprio in questo, ossia nella modalità di connessione e regolazione di questi due poli. Abbiamo approfondito l’argomento con ADL Consulting, società di consulenza strategica, public affairs e comunicazione istituzionale di base a Roma e specializzata in attività di digital lobbying e advocacy.

Buona lettura.

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Come avete iniziato a occuparvi del tema della democrazia digitale?

Anche se la democrazia funziona ancora così come è stata concepita più di due secoli fa, le possibilità di innovarla sono sempre più alla portata di istituzioni pubbliche, cittadini e organizzazioni private, che – con ruoli e responsabilità diverse – contribuiscono a ripensare procedure, innovare processi, sperimentare nuove forme e avanzare idee su come “reinventare” la rappresentatività nell’era digitale.

Nella nostra visione, questo può portare a due risultati: da un lato, incrementare la partecipazione dei vari stakeholder alle decisioni pubbliche e, dall’altro, stimolare la fiducia nelle istituzioni attraverso una maggiore trasparenza del processo di policy making. Come società che si occupa di Public Affairs e Digital Lobbying, lavorare per questi due obiettivi è per noi cruciale.

Ce ne occupiamo infatti fin dal 2012, anno in cui abbiamo lanciato sul mercato il nostro software KMIND®, una piattaforma che digitalizza tutte le attività di Public Affairs a vantaggio delle aziende: decision-maker & issue mapping, monitoraggio legislativo, analisi dei social media e molto altro. Crediamo che sia importante incrementare la qualità della partecipazione delle aziende al processo di formazione delle policy che impattano il loro perimetro di business.

Chi ha interesse a dialogare con le istituzioni, rappresentando istanze e interessi più o meno diffusi nella società, può contare su metodi sempre più razionali, scientifici e meno artigianali, sfruttando le potenzialità dell’intelligenza artificiale, della business e social intelligence e in generale degli strumenti di knowledge management, per arrivare alla nuova visione integrata del digital lobbying. Ecco tracciato un filo rosso che lega ciò di cui ci occupiamo tutti i giorni al tema della democrazia digitale.

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Chi sono i vostri interlocutori principali, i segmenti più interessati?

I nostri interlocutori principali sono, da un lato, le organizzazioni private (aziende, associazioni, fondazioni, ecc.) e, dall’altro, le Istituzioni a tutti i livelli. Di fatto, come società di consulenza strategica di Public Affairs e Lobbying, il nostro compito è supportare le organizzazioni private a contribuire al processo decisionale pubblico mediante la produzione di analisi basate su un ampio set di dati utili alle analisi di impatto regolatorio e istituzionale (AIR).

La qualità dei moderni sistemi democratici passa anche dalla qualità del contributo dei vari stakeholders alle decisioni pubbliche. Questo è valido per ogni segmento di mercato: tutti i soggetti della società economica e civile devono sentirsi chiamati a partecipare più consapevolmente ai processi di policy-making, sostenendo la cultura della democrazia rappresentativa nel nostro Paese.

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In che modo la tecnologia digitale sta trasformando la politica e la società? A che punto siamo in Italia?

Anticipando alcuni contenuti della ricerca L’era della democrazia digitale: una sfida per cittadini, imprese e politica, che presenteremo a Roma il 24 ottobre prossimo, possiamo sostenere che la trasformazione tecnologica sta agendo sulla sfera politico-istituzionale lungo quattro assi:

  • La produzione del consenso politico: l’aumento della quantità e qualità dei dati disponibili sui singoli individui e il passaggio dalla società piramidale tradizionale alla società piatta (platform society), che dai social network si è trasferita nel mondo fisico, hanno aperto un dibattito di grande rilevanza sulla cosiddetta “forma partito”: quali sono oggi gli elementi che rendono un partito in grado di attrarre consenso? Il quesito presuppone il tramonto dei partiti tradizionali e l’avvento di qualcosa di nuovo che Paolo Gerbaudo ben descrive nel consigliato The Digital Party: Political Organisation and Online Democracy.
  • La partecipazione: l’obiettivo della democrazia digitale è quello di incrementare la partecipazione politica dei cittadini e la fiducia nelle istituzioni. Ciò che sta succedendo a livello locale a Barcellona, Madrid, Torino, Milano, Parigi, Reykjavík e a livello nazionale in Brasile, Estonia, Finlandia, Francia, UK e molti altri paesi è la sperimentazione di piattaforme di democrazia partecipata in cui i cittadini possono prendere parte ad alcune fasi del processo decisionale. I risultati dell’engagement non sono al momento soddisfacenti, ma una partecipazione  crescente è la direzione verso cui stiamo andando.
  • La trasformazione della PA: il nuovo paradigma della pubblica amministrazione è rappresentato dal Governo Digitale, ossia lo sviluppo di sistemi citizen-centric – basati anche su open data – attraverso cui la pubblica amministrazione eroga i servizi al cittadino.  In questo contesto si inserisce anche la tecnologia blockchain come possibile infrastruttura di dialogo tra PA, cittadini, imprese. Ne stiamo analizzando gli sviluppi.
  • L’arrivo dell’intelligenza artificiale: siamo nella fase in cui i governi stanno ragionando sulle linee guida secondo cui l’IA va utilizzata. In Italia, ad esempio, il Ministero dello Sviluppo Economico ha avviato due tavoli di lavoro proprio su Intelligenza Artificiale e Blockchain, composti da esperti selezionati. La capacità di conoscere, comprendere meglio e prevedere determinati fenomeni fa sì che i decisori pubblici possano prendere decisioni migliori. Tuttavia, c’è anche il rischio che lo strumento possa essere usato per seguire il “lato oscuro” del policy-making: soprattutto in regimi non democratici, l’uso dell’intelligenza artificiale con finalità di tracciamento e sorveglianza può condurre a situazioni in cui distinguere un programma di repressione del crimine da un programma di repressione della dissidenza potrebbe non essere affatto scontato.

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Davvero i social media possono influenzare la politica?
Qual è la vostra posizione al riguardo?

Quando i social media non esistevano ancora, erano le organizzazioni (aziende, partiti, sindacati) e le istituzioni (carceri, ospedali, scuole) a interrogare i soggetti a cui erano interessate per ottenere informazioni su di loro. La rivoluzione digitale ha completamente ribaltato questo assetto. Oggi, infatti, sono i soggetti stessi che, attraverso i social network, comunicano volontariamente e intensamente sé stessi: abitudini, opinioni, pensieri, intenzioni.

Queste enormi potenzialità della tecnologia applicata alla politica hanno mutato radicalmente il ruolo della rappresentanza e, in particolare, il rapporto tra partiti ed elettorato fino a minacciarne, secondo le visioni più radicali, l’esistenza. In realtà, gli esempi contemporanei ci dicono che il rapporto tra partiti politici e cittadini ne esce intensificato, facendo emergere forme nuove e creando opportunità di interazione basata sulla conoscenza di dati accurati.

Tuttavia, l’utilizzo scorretto dei dati degli utenti delle piattaforme social può riguardare anche le democrazie, come ha dimostrato il caso sollevato nel marzo del 2018 dal Guardian e dal New York Times, concernente le elezioni presidenziali USA del 2016, nel quale sono stati coinvolti Facebook e la società di consulenza e marketing online Cambridge Analytica.

Nelle democrazie gli effetti politici deleteri dei social media sono più forti perché si manifestano in un ambiente che ha come fondamento della propria legittimità costituzionale la libertà di espressione. Per cui accade che la politica online è estremamente più polarizzata e violenta che offline, le persone tendono a rinchiudersi nelle ‘echo chambers’ (camere dell’eco) dove entrano in contatto solo con opinioni simili alle proprie, chiunque può diventare editore o pretendere di essere giornalista, circolano molte notizie false (fake news) e i flussi di informazione possono essere manipolati per fini politici e sociali anche da attori esterni ostili (a volta parastatali). In poche parole, la democrazia viene inquinata, se non compromessa, nel suo cammino.

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Futuro, politica e digitale: intravedete all’orizzonte dei trend?

I trend sono quelli che discendono dai quattro assi attorno a cui ruota l’impatto della tecnologia sulla politica di cui abbiamo parlato prima. Per riassumere, se guardiamo l’allocazione degli investimenti nei bilanci degli Stati non ci sono grossi dubbi sulla progressiva digitalizzazione della vita democratica.

Tuttavia, le sfide a cui la politica deve fare fronte sono innumerevoli ma possono essere sintetizzate come segue: il futuro della democrazia sta nella regolazione del suo rapporto con la tecnologia, a favore del benessere comune.