Coronavirus: tra spazio e tempo, il valore del racconto individuale

di Micaela Tedeschi

Il filosofo Henri Bergson ci ha lasciato l’eredità del tempo soggettivo, quello che scorre nella nostra coscienza e, per questo, qualitativamente diverso in ogni istante per ciascuno di noi.

Sospesi. In questo periodo di lockdown la sensazione è quella di essere sospesi nello spazio-tempo. Il primo perché la fisicità del nostro mondo è limitata a quattro mura – e al massimo a un pezzo di terra in cui dare sfogo ai bisogni del nostro cane e a quelle quattro corsie del supermercato. Il secondo perché ognuno di noi sta vivendo in modo diverso i giorni che scorrono, ma pur sempre nell’attesa di una proclamazione di libertà che non possiamo collocare nel tempo.

L’altra sera, mentre seguivo la diretta Instagram di Carosello is Back, il pensiero dell’ospite Roberta Milano ha scatenato una riflessione che aveva fame di essere approfondita. Si rifaceva al rinvio delle Olimpiadi al 2021, riportando la decisione di voler mantenere l’anno 2020. Sicuramente una strategia legata al merchandising, ne prende atto, ma Roberta in questo vede qualcosa di più; lo ha chiamato effetto Tokio 2020, per l’appunto, un’allusione metonimica con cui spiega un atteggiamento che potrebbe diventare molto comune: il voler andare avanti, terminato il lockdown, partendo esattamente da dove si era rimasti.

Ci sono aziende che sono state costrette a fermarsi, ma anche brand che stanno avendo la possibilità di reinventarsi, come Ramazzotti che si converte ai disinfettanti per le mani e Armani che produce camici per il personale sanitario; lo snorkeling ha esplorato gli abissi della medicina grazie a Decathlon Italia e la società bresciana Isinnova. Altri semplicemente hanno rivisto la loro strategia di comunicazione: meno vendita, più valori.

E le persone? L’atteggiamento corporate, che oggi più che mai dimostra il suo lato umano, resta uno specchio sulla collettività, ma il mio sguardo in questo articolo volge all’individuo.

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La domanda: c’è spazio per il racconto personale?

Ci muoviamo tra quattro mura – e forse poco altro, dicevo – ma la nostra vita si districa anche online. Il racconto collettivo di cui siamo spettatori tra articoli e social ci nutre, ci influenza, ci smuove. La nostra intelligenza emotiva ci suggerisce azioni solidali, di stare a casa, di adattarci. L’impatto è enorme sulle nostre abitudini e sul nostro benessere psicologico, certamente non uniforme per ciascuno di noi. Ascoltiamo a tutt’orecchie quello che il web e i media hanno da dirci, ma quanto le apriamo a noi stessi?

La situazione che stiamo vivendo ha aperto un intimo oblò sulla differenza tra chi è abituato a stare in compagnia di se stesso e chi lo evita. Una ricerca del 2014 fatta dal Dipartimento di psicologia dell’Università della Virginia prova come le persone detestino stare da sole con la propria mente: questa prende una piega anarchica che non sembra piacevole. La mente che vaga e il bisogno di darsi una scossa, come titola un articolo di Annamaria Testa, fanno sì che la ricerca di stimoli diversi sia l’arma di evasione da quell’irrequietezza che assale la mente; le possibilità di fuga dalla noia, in questo periodo di isolamento, sono molto limitate e il senso dell’attesa di una scadenza incerta a favore di una condizione esistenziale normale non conferisce dignità al presente. Il risultato è una ricerca di stimoli disinteressata, che non avrà alcun impatto a lungo termine sul nostro io.

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Iniziamo dal linguaggio

Il rischio è che quando torneremo a vivere il “2021”, lo faremo come se fosse il “2020” che non abbiamo mai vissuto.

In questa frase vorrei porre l’accento sull’uso semantico di tornare a vivere. L’espressione allude al rifiuto del presente che ha messo fine alla vita così come la conoscevamo prima, in una costante attesa che ci riporterà alla normalità. Che il modo in cui usiamo la dialettica sia rilevante per la nostra percezione degli eventi, ne parla Vera Gheno nel suo libro Potere alle parole. Perché usarle meglio: le parole sono un costante atto d’identità, che ne siamo coscienti o meno, e un uso corretto della lingua ci permette di esprimere la complessità del presente. Una lingua è un codice di derivazione umana per decifrare la realtà. Numerosi studi, come questo, hanno dimostrato che la lingua genera i processi della mente e che cambiare il nostro modo di parlare cambia i nostri schemi mentali.

Ma allora perché dovremmo iniziare a vivere terminato il lockdown? Mettere il nastro in pausa in questo momento non può essere la soluzione: il periodo che stiamo vivendo sarà comunque l’estuario di un mondo diverso, possiamo decidere di ignorarlo oppure di vivere al meglio a partire dal presente.

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Un’occasione per cambiare

Non dobbiamo fare i filosofi né improvvisarci opinionisti sui social network, ma dobbiamo aprirci a noi stessi. Il coraggio di cambiare parte dall’ascolto dei nostri pensieri.

Noi che siamo inclini a non fermarci mai, ora lo abbiamo fatto per necessità. Siamo di fronte a un’occasione. Con il passare del tempo passò il tempo sui miei passi, e pian piano mi colmai di cose dimenticate che pian piano mi dimenticarono scrive Luis Sepúlveda, che poeticamente riassume una condizione ben nota, a pensarci.

Ma quello che facciamo oggi potrebbe rimanere domani. Uno studio pubblicato sul British Journal of General Practice, spiega che le abitudini impiegano circa 66 giorni per rimanere impresse nel nostro stile di vita. In sostanza, industriarsi ora ci aiuterebbe a creare qualcosa che ci faccia bene dopo: una piccola eredità da regalare a noi stessi (oppure al mondo) nel post-lockdown.

Certo, di nuove abitudini ne stiamo già sperimentando, come fare aperitivi via Skype con gli amici o spese più ponderate, ma queste sono quelle che subiamo. Le consuetudini che invece costruiamo e che nascono da una sincera volontà ci riscoprono padroni dello scorrere del tempo; questo amico-nemico così sfuggevole o così pesante come macigni: sta alla nostra mente renderlo rilevante.

Ragionare su noi stessi è una sfida, ma il premio in palio, nel futuro post-lockdown che ci aspetta, sarà ripartire davvero da dove siamo e non da dove avevamo lasciato.

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Micaela Tedeschi (Milano, 1990) è copywriter e chief editor per Velasca, il suo lavoro la porta ad essere curiosa del mondo (o forse è il contrario). Sa che scrivere per la comunicazione vuol dire prima di tutto capire le persone, esplorare oltre ciò che è visibile agli occhi. Una cosa le è chiara: il linguaggio è una chiave di accesso al mondo, se questo cambia è necessario modificare anche le parole che ci aiutano a descriverlo. Viaggia appena può. Ama la semplicità, come un piatto di spaghetti al pomodoro.