Come TikTok ha aiutato la Gen Z durante questa pandemia

In passato, avevamo già avuto modo di sottolineare come TikTok non sia solo balletti e challenge, ma abbia un lato buono e impegnato. Non solo: questo ambiente digitale ha aiutato tanto la Generazione Z anche a fare i conti con gli effetti dell’emergenza sanitaria. Per fare un esempio, secondo le statistiche di TikTok, le visualizzazioni dei video con l’hashtag #mentalhealth sono aumentate del 125% proprio tra marzo e maggio 2020.

Davanti a una generazione più propensa a chiedere consiglio attraverso un video di 60 secondi rispetto a una tradizionale sessione di un’ora con un buon terapista, i professionisti della salute mentale sono saliti così a bordo della piattaforma per condividere video su ansia, disturbi del sonno e attacchi di panico, a volte sfruttando proprio i passi di danza e la musica di sottofondo caratteristici dell’app mobile. A partire da questo febbraio, le clip con il tag #therapistsoftiktok sono state visualizzate oltre 111 milioni di volte.

In verità, non sempre si tratta solo di psicoterapeuti qualificati; c’è un ingente numero di utenti di diversa età e background che hanno deciso di pubblicare video spontanei di sé stessi e delle loro problematiche, dai disturbi alimentari all’autolesionismo. Tali video, come riporta i-D, sembrano aiutare i ragazzi a sentirsi meno isolati e più compresi dai propri coetanei. Inoltre, la loro propensione alla condividivisione di esperienze su TikTok ha potuto colmare anche alcune lacune emerse durante i primi lockdown severi, quando i supporti di salute mentale si sono ritrovati sovraccarichi o addirittura momentaneamente fermi.

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Uno spazio di supporto digitale

Tenendo in considerazione che i canali di consulenza formali potrebbero non essere allettanti per tutti, nel Regno Unito Stem4 ad esempio supporta la salute mentale positiva negli adolescenti, con tanto di presenza su TikTok, oltre a risorse digitali e una suite di applicazioni gratuita. Sulla piattaforma social, la fondatrice, la dottoressa Nihara Krause, fornisce consigli dall’ansia per il Covid-19 alle dipendenze da social. In termini di numeri non ha un seguito così notevole, ma è qualcosa che si muove verso una direzione più sana e controllata.

Ben più successo, dunque, lo raccolgono i network di adolescenti, che si (auto) forniscono un potente supporto peer-to-peer. Tanti studi indicano, in fondo, come sia più semplice accogliere e assorbire informazioni da qualcuno della stessa età o che ha avuto la stessa esperienza alle spalle, piuttosto che da persone che si limitano a insegnare cosa sia giusto o sbagliato, come genitori, insegnanti, terapeuti. Certo: il rischio di alimentare i problemi, di andare alla ricerca di soli mi piace e cuoricini, oppure di dare supporto fuorviante attraverso le interazioni online è dietro l’angolo ma, come sempre, ci limitiamo a fotografare un fenomeno, e non scendiamo nel giudizio di merito.

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La rappresentazione sullo schermo

Una ricerca condotta da Mind lo scorso novembre ha scoperto che una persona su cinque che aveva visto un film o una serie tv con una trama che ruotava intorno alla salute mentale si è resa conto di avere un problema o di averne sperimentato uno in passato, salendo al 38% nella fascia tra i 18 e i 24 anni. Inoltre, il 18% delle persone che hanno scoperto di avere una condizione in questo modo ha continuato a cercare informazioni e supporto online, superando il 12% che ha invece consultato un medico.

Media, produttori di contenuti e brand possono dare una grande mano con l’ispirazione. I marchi, in particolare, possono aiutare ad affrontare la salute mentale degli Z collaborando con organizzazioni capaci di coinvolgere i giovani. Ad esempio, L’Oréal Paris ha collaborato con Prince’s Trust per creare la campagna Self-worth is #WorthSharing, con tanto di corsi di formazione sulla fiducia sulle relazioni e l’occupabilità – dando ai giovani l’opportunità di aumentare la propria autostima e apprendere tecniche per prepararsi ai colloqui.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.