Come sta cambiando il viaggio: parola a Simona Nocifora

Cosa significa lavorare oggi nel travel rispetto a ieri? Che impatto hanno avuto i nuovi interlocutori come gli influencer? È così importante la nuova estetica social in questo settore? A risponderci oggi è Simona Nocifora, giornalista curiosa che ha lavorato per 20 anni nel più grande gruppo turistico italiano, e dove per oltre 10 anni ho diretto l’area Ufficio Stampa e Relazioni Esterne dell’azienda. Oggi Simona si dedica alla consulenza in ambito comunicazione, mantenendo un focus sull’area delle media relation, ed esplorando anche al di fuori dal mondo del turismo per appagare quell’insaziabile fame di sfide sempre nuove. Buona lettura!

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Hai lavorato per tanti, tanti anni nella comunicazione legata al settore del travel. Come è cambiato nel tempo il tuo lavoro, da analogico a digitale?

È cambiato moltissimo, perché il travel è stato uno dei primi settori a essere investito dal cambiamento, con due fattori dirompenti: la nascita del web e l’introduzione delle compagnie aeree low cost che hanno modificato profondamente anche il modo di intendere il viaggio e la sua frequenza. Questo ha moltiplicato i competitor, le barriere all’ingresso sono cadute e si è definito un nuovo paradigma di consumatore, più consapevole, più informato e più determinato nelle proprie scelte. Per anni le aziende, tutte, non solo nel settore turistico, si sono concentrate sull’offerta, che trainava e influenzava la domanda, poi il mondo è cambiato e si è reso necessario ascoltare le sollecitazioni del pubblico che definivano nuove esigenze.

Che cosa significa fare PR al tempo dei social media, ma soprattutto degli influencer e dei blogger?

Significa ampliare la platea degli interlocutori e le modalità di confronto, includendo soggetti che non appartengono al mondo della comunicazione tradizionale, con i quali per anni ci si è rapportati in modo del tutto eslusivo e cioè i giornalisti, gli opinion maker, le istituzioni. All’inizio è stata una vera e propria rivoluzione, perché si guardava con curiosità, e un po’ di diffidenza, a questo fenomeno che cambiava radicalmente i parametri della comunicazione: stili e linguaggi informali e molta autoreferenzialità.

Poi, come tutte le trasformazioni, si è trovato un nuovo equilibrio, soprattutto avvicinando e conoscendo tanti di quei blogger e influencer che si occupavano di viaggi e identificando, nel mare magnum, chi lavora in modo serio e professionale.

Rispetto al tuo punto di osservazione privilegiato, in che modo sono cambiate le abitudini di viaggio delle persone?

Sono cambiate soprattutto nelle motivazioni che stanno alla base del viaggio: per decenni si è viaggiato per andare alla scoperta di una nuova destinazione, vicina o lontana, culturale o turistica, ma l’obiettivo era il dove. Con il tempo e con le opportunità che il mercato ha iniziato a offrire, si sono moltiplicate le occasioni per viaggiare, anche a prezzi contenuti, e questo ha creato consumi differenti: oggi si viaggia per andare a vedere una mostra a Parigi, per seguire un concerto a Berlino, per partecipare al Gay Pride a Tel Aviv o per la Restaurant Week a New York! Non è (solo) la meta che conta, ma ciò che andiamo a fare, l’esperienza – unica – che ci consente di realizzare in quel preciso momento e che diventa espressione della propria soggettività, prolungamento del sé, manifestazione di interessi e valori individuali.

È così vero che le persone hanno iniziato a scegliere le mete anche per questioni estetiche, per il famoso “indice di instagrammabilità”?

Diciamo che è un aspetto che viene considerato, magari non ne condiziona proprio la meta, ma è diventato un elemento talmente presente nel quotidiano, che pervade in qualche modo anche le scelte in tema di viaggio. D’altra parte è il risultato di un’immersione costante in un mondo che comunica attraverso i social, al punto da influenzarci anche nel nostro modo di guardare ai luoghi o alle situazioni che viviamo. Alcune aziende comunque, come Ryan Air, hanno sfruttato questa leva, proponendo ad esempio la lista delle destinazioni europee più instagrammabili, ovviamente programmate dalla compagnia!

Turismo e sostenibilità: a che punto siamo?

È un percorso che è partito e che ha raccolto la sfida sul tema della sostenibilità, anche se è un tema complesso che non può essere risolto con semplici dichiarazioni di intenti. Penso che, come tutte le trasformazioni richieda del tempo per diventare prassi, ma sono certa che la centralità e l’attualità della materia siano ormai imprescindibili e questo influenzerà positivamente anche le decisioni delle aziende di attivare buone pratiche. Anche per motivi di business, perché ormai numerose ricerche mettono in evidenza come Millennial e Generazione Z siamo decisamente consapevoli e attenti a tutti i valori della sostenibilità.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Alla ricerca di small data con l’etnograifa digitale per la collana Tracce di Hoepli.