Come sta cambiando il nostro modo di leggere nell’era digitale

di Chiara Sinchetto

Viviamo in un tempo complesso, in cui siamo arrivati a scoperte scientifiche, tecniche e nel campo degli studi umani in grado di assicurarci potenzialmente una migliore qualità di vita. Eppure, leggendo qua e là, spesso ci si lamenta di un impoverimento umano generalizzato anche in strati della società apparentemente istruiti: quello che trascina molte persone a credere nelle fake news,  a cedere a chi fa la voce più grossa, a rincorrere un’efficienza che perde di vista una vita più gioiosa ed autentica o a dimenticare l’importanza di capire le ragioni dell’altro, del diverso, mettendosi nei suoi panni.

Eppure, un antidoto si potrebbe trovare in una delle attività più antiche che l’uomo abbia creato e che sta cambiando i suoi confini, nella nostra nuova era digitale, con ripercussioni difficili da immaginare e per questo ancora più importanti da esaminare: la lettura.

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Un cervello che non è nato per leggere

Prima di tutto, un dato che per molti apparirà sorprendente: il nostro cervello non è fatto per leggere. Si tratta quindi di un’acquisizione più o meno faticosa, grazie ad una sua parziale riorganizzazione, possibile per la sua plasticità, che gli consente di utilizzare circuiti neuronali deputati ad altre operazioni. Ce lo racconta nel libro “Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge” la neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf, che ha dedicato la propria vita allo studio dei meccanismi della lettura.

Le prime implicazioni di questa scoperta sono decisamente importanti: se leggere non è scritto nel nostro corredo genetico e non si trasmette ereditariamente, la nostra conquista di un curriculum di lettori dipende tutta da noi e dall’educazione che ci viene data. In particolare, è importante leggere ad alta voce anche ai bambini molto piccoli fin dalla nascita, meglio ancora se con tranquillità e serenità, tra le braccia di chi amano: si privilegia così la dimensione fisica e del tatto, iniziando a formare quel legame affettivo con il libro che ci trasformerà con maggiore probabilità in lettori.

E ancora, facendo un passo più in là: sono in buona parte le condizioni ambientali a plasmare questa nostra capacità, e la plasticità del nostro cervello fa sì che la lettura e le capacità che ne derivano non siano mai acquisite una volta per tutte: sono come muscoli che, se non allenati, si atrofizzano e ritornano allo stadio precedente. Il nostro cervello meritocratico rende così possibile tanto un’evoluzione quanto un’involuzione continua.

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Quali sono le implicazioni più importanti di un cervello che legge

Leggere un buon libro con l’arricchimento che ne consegue ha a che fare con una caratteristica che la Wolf, nel saggio “Lettore, vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale” in cui esamina le conseguenze della nostra lettura su dispositivi digitali, chiama “pazienza cognitiva”: è quel tempo che dedichiamo a entrare davvero nella storia, con una modalità di lettura profonda che ha delle conseguenze enormi sulla nostra vita e sulla nostra società.

Leggere fin da piccoli con una buona attenzione al testo stimola l’empatia, perché ci fa conoscere vita e interiorità di persone diverse da noi; ci permette di accrescere le nostre conoscenze di base, in un rimando continuo tra informazioni pregresse che colleghiamo a scoperte sempre nuove, fornendoci un bagaglio indispensabile per diventare individui consapevoli. Anche il pensiero critico, ci dice la Wolf, viene stimolato e formato a partire dalle prime letture.

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Come sta cambiando la lettura nel nostro mondo digitale

Tutto questo sta cambiando. La lettura su dispositivi digitali, a cui i bambini si dedicano fin da piccoli e noi adulti per sempre più ore al giorno, ci sta portando, anche se non per sua natura intrinseca, ad abitudini inconsapevoli che in molti casi stanno facendo scomparire tutti i benefici di cui abbiamo appena parlato.

Sempre più spesso, ci spiega la Wolf, ci dedichiamo a quegli enormi contenitori di memoria esterna costituiti dai motori di ricerca prima di aver formato un adeguato bagaglio interiore di solide conoscenze, con la conseguenza di perdere sempre di più la capacità critica di distinguere una fake news da una notizia verificata e di avvertire sempre meno lo stimolo a ricordare, avendo sempre più le informazioni a portata di mano.

Le ore passate a leggere notizie su dispositivi digitali ci porta, una volta chiuso il portatile, ad utilizzare la stessa sbrigativa modalità di lettura per un romanzo o un saggio. Applichiamo sempre di più lo skimming, una modalità di lettura superficiale che consiste nello scorrere velocemente il testo soffermandosi solo sulla parte iniziale e su quella finale, saltando invece la parte centrale in cui si condensano argomentazioni e riflessioni.

Il sociologo Marshall McLuhan sosteneva che “Il medium è il messaggio” e possiamo applicare la sua massima anche al nostro discorso: non è insomma indifferente il dispositivo che utilizziamo, ma il mezzo determina anche cosa e come leggiamo. 

Molti adulti sono portati a farlo senza accorgersene e si stanno iniziando a studiare le conseguenze del mancato passaggio attraverso una fase di lettura profonda e attenta per la generazione di bambini che stiamo crescendo.  

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Le conseguenze per la società di una modalità di lettura superficiale

La soluzione più semplicistica è senz’altro quella sbagliata: non possiamo certo demonizzare i dispositivi di lettura digitali né le potenzialità enormi del nostro nuovo modo di conoscere ed imparare.

La stessa Wolf ammette che non si possa cercare una soluzione che implichi il tornare indietro: per accettare la sfida e preservare le nostre capacità di lettori e insieme il contributo critico che ognuno di noi può e deve dare al nostro mondo, dobbiamo capire come educarci ed allenarci nuovamente, e con noi la nostra società, alle gioie delle soddisfazioni di lungo termine, contro quelle di breve costituite da notifiche sempre più invasive e letture sempre più pigre e superficiali.

Ne va della nostra stessa democrazia: come riporta la Wolf nel saggio e come possiamo capire tutti riportando alla memoria tutti i casi in cui questa forma di governo è stata soppiantata dal culto della personalità di pochi, un cervello con scarso senso critico, pigro e poco attento può avere conseguenze enormi e nefaste sull’intera società.

Ci è chiesto un atto di resistenza: quello che compiamo coltivando giornalmente la nostra pazienza cognitiva, dedicando spazio e tempo della nostra vita alla lentezza, alla riflessione e all’approfondimento.

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Chiara Sinchetto (1987) lavora come libero professionista formando ad un rapporto più consapevole con i propri soldi (e presto allargando il discorso a nuove tematiche), scomodando filosofia e letteratura pur di portare a termine il proprio compito. Scrive come blogger per diversi siti e da sempre ama studiare e approfondire per poi condividere le proprie incursioni solitarie nelle discipline umanistiche con gli altri attraverso la scrittura.