Come hanno fatto i tatuaggi a diventare così popolari

Un tempo considerati il ​​segno dei ribelli e dei depravati, con il passare degli anni i tatuaggi sono diventati così la norma che ormai (quasi più) nessun genitore si scandalizza se l’insegnante del proprio figlio ha tatuato un dragone sul braccio. Con questo approfondimento oggi proviamo a indagare in che modo questa forma di auto-espressione è diventata socialmente accettabile, anche grazie al digitale.

Quando la diva pop Ariana Grande e il comico Pete Davidson si sono separati nell’ottobre 2018, i pettegolezzi si sono concentrati tutti su un particolare della rottura: come la coppia avrebbe gestito il problema dei loro tatuaggi coordinati. Solo pochi anni fa, l’idea di condividere un segno sulla pelle con un partner attirava piccole e grandi derisioni, ma i tatuaggi sono diventati così onnipresenti che persino questa pratica è stata via via normalizzata. E, in effetti, le bacheche Pinterest sono piene zeppe di “matching tattoo“.

Una ricerca condotta nel 2016 ha rivelato che il 29% degli americani aveva almeno un tatuaggio, rispetto al 21% appena quattro anni prima. Al contempo, un altro studio online condotto da Dalia nel 2018 ha rilevato che la percentuale era aumentata notevolmente, con il 46% degli intervistati americani che affermava di avere un tatuaggio (in Italia, il 48% degli italiani ascoltati). Lontano dagli stereotipi di marinai e avanzi di galera, tutte le persone coinvolte avevano maggiori probabilità di avere livelli di istruzione più elevati e di vivere in ambienti urbani piuttosto che rurali. In sostanza, i tatuaggi sono diventati un fenomeno di classe media. Articoli su The Guardian e HuffPost confermano il passaggio dei tatuaggi dalle sottoculture alla cultura pop e anche i numeri non mentono. Solo negli Stati Uniti, l’industria dei tatuaggi è cresciuta del 9,2% tra il 2012 e il 2017, raggiungendo 2 miliardi di dollari di entrate.

La normalizzazione avviene anche in relazione con il posto di lavoro, dunque non riguarda solo alle professioni più artistiche ed eccentriche. Riprendendo l’esempio iniziale, gli insegnanti tatuati – che si tratti dell’asilo o della scuola superiore – sono sempre più accettati. Alla fine, tutto dipende dal fatto che un tatuaggio visibile sia appropriato in un dato ambiente. Quando il calciatore Raheem Sterling ha svelato un tatuaggio a forma di pistola sul polpaccio, alcuni giornali lo hanno definito “totalmente inaccettabile” e “disgustoso”. L’incidente ha messo in evidenza uno stigma persistente attorno ai tatuaggi, specialmente quando assume una natura politica come in questo caso.

Le piattaforme dei social media hanno contribuito a una maggiore esposizione, permettendo alle persone di navigare tra migliaia di feed e idee per un tatuaggio. Il ruolo che un tempo era svolto dalle riviste di tatuaggi, ora è ricoperto da Instagram. Non solo: il boom dei selfie ha suscitato interesse nei tatuaggi sulle mani e sui volti delle persone, che hanno iniziato così a tatuarsi in luoghi visibili sui social. In effetti, un articolo di Bustle conferma che i tatuaggi di viso, collo, mani e dita stanno diventando più comuni, anche se i primi due sono spesso scoraggiati dagli artisti stessi.

In passato, per trovare artisti, le persone hanno dovuto fare affidamento sul passaparola; oggi, attraverso social media e app come Tattoodo, è tutto decisamente più semplice per i potenziali clienti. La citata Tattoodo è stata fondata nel 2013 dal tatuatore Ami James e dagli imprenditori Johan Plenge e Mik Thobo-Carlsen. Con 30 milioni di utenti nella sua rete, è la più grande comunità dedicata alla cultura del tatuaggio e la principale piattaforma al mondo per l’esplorazione del tema. È qui che gli utenti possono trovare e caricare opere d’arte, connettersi con i tatuatori, prendere appuntamento nei loro studi (Italia compresa), nonché leggere e guardare contenuti relativi alle immagini preferite.

Il rovescio della medaglia è che app come queste potrebbero offrire una vetrina anche ad artisti meno abili e, se un numero maggiore di consumatori opta per tatuaggi mediocri, è più probabile che prendano in considerazione la rimozione del tatuaggio a un certo punto. Poiché si prevede che l’industria globale della rimozione dei tatuaggi varrà 30,2 miliardi di dollari entro il 2025, rispetto agli 11,8 miliardi di dollari del 2017, il ruolo dei social media diventa discutibile. Detto questo, ad aver la funzione di guide per i consumatori ci sono anche gli influencer del settore. Romeo Lacoste – un famoso tatuatore e imprenditore di Los Angeles – afferma di essere stato il primo tattoo influencer su Instagram.

L’industria dei tatuaggi è sempre stata molto legata al suo passato, ma non è più così, come nel caso della tecnologia di rimozione – notevolmente migliorata, anche dal punto di vista della sicurezza. Oggi per un cliente è possibile non solo cancellare i tatuaggi che non desidera più, ma anche di coprirli o modificarli. Inoltre, sono entrate sul mercato tutta una serie di novità, dai tatuaggi a onde sonore (che, quando scansionati, possono riprodurre il suono corrispondente) a quelli che hanno funzione di dispositivi medici (ovvero che tracciano dati biometrici come la frequenza cardiaca di chi li indossa).

Infine, la crescente presenza delle donne nel mondo del tattoo ha fatto scalpore nel settore. In questo senso, i tatuaggi possono essere uno strumento di empowerment femminile: uno studio della Texas Tech University del 2015 ha scoperto che le donne con quattro o più tatuaggi hanno riportato un livello di autostima significativamente più elevato rispetto a quelle con meno o nessuno. L’artista brasiliana Flavia Carvalho porta questo concetto di emancipazione a un altro livello: offre tatuaggi alle reduci di violenza domestica, coprendo le loro cicatrici con i suoi disegni. Allo stesso modo, alcune sopravvissute al carcinoma mammario scelgono di fare tatuaggi sulle loro cicatrici da mastectomia come un modo per esorcizzare l’intervento, mentre altre preferiscono i tatuaggi tridimensionali di areole. Insomma, l’elenco è lungo, ma i tatuaggi offrono alle donne parecchi modi per sfidare gli ideali di bellezza e creare la propria identità estetica in modo soddisfacente.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.