Come attivare la creatività: parola a Lucia Gaiotto

Lucia Gaiotto ha studiato alla Holden, dove lavora come responsabile Scouting e come docente di scrittura. Tiene corsi di creatività e di coaching individuale nella sua Scuola di Libera Creatività Komorebi, dove si può scoprire come utilizzare la creatività, “per inventare un progetto tutto nostro o collaborare alla creazione di un’idea, per ritrovare un pezzetto della nostra vita che credevamo di avere perduto, per essere umani nel vero senso del termine”.

Il percorso Bosco, ad esempio, prevede 8 incontri a La Loggia (TO), un sabato al mese, a partire dal 19 ottobre; si può seguire tutto quanto, o solo le giornate che si vuole. È il corso di creatività di primo livello. Si lavora insieme per attivarla, quella creatività di cui ci siamo dimenticati e che abbiamo trascurato un po’ troppo: si scrive, si legge, si danza, a volte si mangia, altre volte si passeggia, altre ancora si dipinge.

Ma Lucia insegna anche in giro per il Piemonte e per l’Italia, a volte in aula a volte sotto le fronde di un ciliegio, a volte online.  È iscritta all’Albo dei Giornalisti e ha scritto per i food magazine Dissapore e Dispensa. Ha anche scritto diversi testi teatrali e trovate alcuni suoi racconti nei libri della collana Save the Parents, edita da Feltrinelli. Il suo blog www.nudaperla.it unisce le sue due passioni: scrittura e cucina.

Abbiamo deciso di farle qualche domanda sulla creatività, ed ecco cosa ci ha raccontato.

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In un mondo digitale pieno di storie, quali sono gli ingredienti per trovare la propria voce, per fare la differenza, farsi riconoscere?

Penso che il primo passo, il più importante, sia capire chi siamo davvero: troppo spesso raccontiamo storie di altri. È fondamentale capire chi sono i nostri modelli, i nostri padri e le nostre madri da un punto di vista della genealogia creativa; solo a quel punto possiamo procedere cercando di andare oltre, verso la nostra voce.

Il problema è che serve pazienza – e alla pazienza siamo tutti disabituati: non è un processo che si compie in un giorno. E, nel frattempo, è importante non farsi influenzare dagli altri. Dico sempre: “Se il piano A non va a buon fine creati un altro piano A.” Spesso, però, per creare nuovi piani A dobbiamo discostarci dalla maggioranza: se lo fanno in tanti, non è detto che sia la strada giusta per te. Un buon esercizio di ribaltamento è proprio quello di individuare cosa fa la massa e poi fare l’opposto. Quindi: capire chi siamo, avere pazienza, ribaltare il proprio pensiero e avere sempre un piano A.

Sei tanto a contatto con studenti giovani. Come vedi evolversi la loro creatività? La vedi influenzata, in bene o in male, dalla tecnologia?

La creatività è figlia del tempo in cui viviamo nella misura in cui andiamo a osservare il prodotto, il risultato: sarebbe impensabile pubblicare Jane Eyre oggi, tale quale. Quindi certo, la tecnologia influenza la creatività in quanto strumento; e apre nuove strade. Tuttavia, il rapporto più profondo – quello intimo – che ci avvicina alla creatività resta sempre lo stesso.

Certo, la tecnologia ci allontana spesso dal silenzio, dalla lentezza – ma allo stesso tempo sono tantissime le app che lavorano per contrastare tutto ciò attraverso la mindfulness, pur essendo esse stesse parte della “tecnologia”. O ancora, pensa a Instagram, a tutti quegli account pieni di acquerelli, di collage, di artisti la cui community si è moltiplicata.  Credo che non abbia senso parlare di “rischi” della tecnologia, ma piuttosto di effetti.

Hai notato nel tempo differenze di approccio tra diverse generazioni?

Certe cose restano uguali: tutti noi contattiamo la creatività attraverso il silenzio e la conoscenza di noi stessi, ad esempio. E così ci sono ragazzi molto giovani che meditano o decidono di allontanarsi da tutto per un breve periodo, di viaggiare per l’Europa in bicicletta o di intervistare centinaia di persone chiedendo loro “Cos’è la fede?”. Poi, certo, i miei studenti più grandi hanno sempre carta e penna, mentre tra i più giovani c’è chi scrive interi racconti su uno smartphone. Questo influisce sulla scrittura, che diventa più veloce – ma meno fisica.

Meglio scrivere a mano su un foglio, oppure davanti a uno schermo?

Ecco, appunto. Credo che ogni strumento influisca sul nostro modo di pensare, che in qualche modo plasmi – pur se in piccola parte – come ci rapportiamo alle idee. Scrivere a mano è un atto fisico e, in quanto tale, richiede più tempo, più energia: ci permette di contattare maggiormente noi stessi e di riversare ciò che sentiamo in modo meno mediato, più diretto. Carta e penna sono essenziali – secondo me – per quanto riguarda i brainstorming, così come per iniziare a lavorare su un progetto creativo, per buttare giù le idee.

Il computer ci permette ovviamente di andare più veloci, di abbreviare i tempi. Non credo quindi che ci sia un meglio o un peggio, ma che dovremmo imparare a distinguere quando è il momento di accendere il pc e quando – invece – di andare in un parco a scrivere l’inizio di un racconto su un bloc-notes. Funzioni diverse attraverso canali diversi.

Come influisce il tempo sul nostro modo di creare immagini?

Come ti dicevo credo che si sia persa un po’ l’abitudine al tempo lento. Tendiamo tutti a seguire un ritmo che è sempre più concitato: il che nella maggior parte dei casi porta a sfornare idee e progetti in modo proficuo e originale. Tuttavia, esistono momenti in cui abbiamo bisogno di “riempire il pozzo”, di rallentare e di lasciare che il mondo esterno ci nutra; un po’ come quando andiamo in vacanza e non dobbiamo più preoccuparci di richieste esterne, ma solo di quelle che arrivano da noi stessi. Se non ci fermiamo mai arriva un momento in cui il pozzo si prosciuga e diventa difficile tirare fuori idee alla velocità che ci è richiesta oggi.

Due letture che non possono mancare sul nostro comodino per esercitare un pensiero creativo?

La via dell’artista, di Julia Cameron: la citavo prima parlando di riempire il pozzo. È un libro essenziale per scoprire che siamo tutti artisti, in realtà.

E poi Scrivere zen, di Natalie Goldberg: ci sono molto affezionata perché è il libro che mi ha avvicinata alla scrittura e alla creatività più in generale. Ogni capitolo è un esercizio, una finestra per iniziare a creare con le parole.

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