Cina: il ruolo dei social media nell’approccio alla ricchezza

Iniziamo il nostro racconto da un fenomeno che ha fatto capolino un paio di anni fa.

Nel 2018, un’influencer cinese della città di Taizhou ha chiesto a un amico di filmarla mentre cadeva fuori della sua auto, disseminando tutto intorno a lei i simboli della sua vita privilegiata: contanti, una borsa firmata, cosmetici di fascia alta. Il video su TikTok è diventato così virale, e ha portato molti altri ragazzi a emulare il gesto e la rappresentazione.

A capitalizzare l’eredità di questo trend, è stata poi la successiva tendenza #fallingstars #fallingstars2018 avviata da un DJ russo nel luglio dello stesso anno, che ha pubblicato un’immagine di sé stesso caduto sull’asfalto dopo essere sceso da un jet privato.

Il movimento sui social media da allora ha preso piede tra i ricchi cinesi della Generazione Y – generando anche una controtendenza con persone che scattano foto ironiche di sé stesse con i propri strumenti di lavoro, non così fashion, elogiati addirittura dal Partito Comunista per l’orgoglio dimostrato per il proprio lavoro.

Ma che cosa ci racconta questa tendenza al mettere in mostra la ricchezza in Cina? Come sempre, proviamo a dare un contesto culturale agli small data raccolti dalle immagini. Davanti alla sua dilagante economia capitalista, la Cina negli ultimi decenni ha avuto difficoltà a conciliare il suo storico sistema politico comunista e la creazione di ricchezza che molti cinesi iniziavano a sperimentare. Basti pensare che appena quattro anni fa, la Cina contava più di 1,6 milioni di milionari, con due muovi miliardari ogni settimana.

Il Partito Comunista ha chiuso più di un occhio al riguardo: da una parte ha consentito una riduzione della povertà, dall’altra parte però ha lasciato campo libero a una corruzione dilagante. Il coefficiente di Gini della Cina, una scala utilizzata dalle Nazioni Unite per classificare la disuguaglianza di reddito, si aggira intorno allo 0,5 dalla metà degli anni 2010; uno studio del Fondo monetario internazionale ha rilevato che sta aumentando proprio con l’industrializzazione. In questo panorama, recenti campagne di comunicazione hanno tentato di riportare la nazione ai suoi valori socialisti fondamentali, con manifesti appesi in ogni città.

Il manifesto qui sotto recita qualcosa come “molte persone, unite da un solo cuore. Andiamo avanti. Spingiamo il socialismo cinese in una nuova era.”

Inoltre, con 1,3 milioni di funzionari coinvolti finora nelle campagne anti-corruzione del Partito Comunista, anche i ricchi e famosi non sono immuni dai controlli. Qualche anno fa, ad esempio, una delle attrici più famose della Cina, Fan Bingbing, è scomparsa per tre mesi prima di riemergere con un post sul sito di microblogging cinese Weibo e una fattura fiscale da saldare per 883 milioni di yuan.

Tra i nuovi ricchi cinesi non ci sono solo le star, ma anche i fuerdai, ventenni discendenti di ricchi uomini d’affari, che pubblicano online screenshot dei saldi bancari e scontrini dei loro acquisti. Nel 2015, il Dipartimento del lavoro del Fronte unito cinese ha detto su di loro che “sanno solo come mostrare la loro ricchezza, ma non sanno come creare ricchezza”, incolpandoli in parte per il rallentamento dell’economia cinese.

Questi ragazzi costituiscono il 31% della popolazione cinese e il 92% degli utenti di Internet. Quasi tutti i cinesi della Generazione Y hanno uno smartphone, su cui trascorrono in media 30 ore a settimana. Gli scatti di #fallingstars sono dunque esibizioni che si inseriscono in una più ampia tendenza del paese, ma considerando la più grande iniziativa anti-corruzione nella storia cinese moderna in atto, solleva interrogativi su quanto a lungo possa durare questo siparietto. Ad esempio, non tanto tempo fa il PCC ha persino annunciato di voler reprimere i matrimoni sontuosi “per prevenire tendenze sociali negative e valori sbagliati”. I giovani ricchi sui social stanno creando dunque una nuova élite, nonché una rinascita dei confini di classe.

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Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.